Caso Minetti, Eccher (Csm) a il Dolomiti: "Se il giornalismo si trasforma in un 'tribunale parallelo' non fa un buon servizio. Inseguito il sensazionalismo di una teste fragile"
Graciela Mabel De Los Santos, l'ex massaggiatrice citata nelle inchieste de Il Fatto Quotidiano come testimone, nelle scorse ore attraverso una dichiarazione giurata di ben 4 pagine rilasciata davanti ad un notaio ritratta quasi tutte le accuse che erano comparse nell'intervista rilasciata al giornale di Travaglio. La società Cipriani, compagno di Minetti, nelle scorse ore ha chiesto un risarcimento di 250 milioni di dollari al Fatto e alla Rai per i danni che avrebbe riportato dalle notizie sulla grazia a Nicole Minetti

TRENTO. “Siamo purtroppo di fronte a una pagina buia del giornalismo d'inchiesta. L'approccio appare superficiale rispetto alla delicatezza dell'oggetto: si stava parlando di revocare un decreto di grazia firmato dal Presidente della Repubblica” a parlare è l'avvocata Claudia Eccher componente laica del Csm attraverso un'intervista rilasciata al quotidiano il Dolomiti. E' lei a spiegare come in questa vicenda si sia di fronte a un cortocircuito tra giornalismo e giustizia. Il caso, ovviamente, è quello dell'ottenimento della grazia per Nicole Minetti e delle dichiarazioni della massaggiatrice uruguaiana, Graciela Mabel De Los che aveva rilasciato al Fatto Quotidiano di presunti festini nel ranch di Punta del Este di Giuseppe Cipriani e Minetti.
Le sue parole, pubblicate dal giornale diretto da Marco Travaglio, avevano contribuito alla riapertura dell'attenzione sul provvedimento di clemenza firmato dal Quirinale e spinto gli uffici competenti a svolgere ulteriori verifiche.
Graciela Mabel De Los Santos nelle scorse ore attraverso una dichiarazione giurata di ben 4 pagine fatta davanti ad un notaio ha ritrattato quasi tutte le accuse che erano comparse nell'intervista rilasciata al Fatto Quotidiano. Mai visti quindi festini di vario genere ne tantomeno che Minetti fosse “coinvolta in una presunta operazione destinata ad assoldare prostitute”.
A seguito delle nuove dichiarazioni, la società Cipriani Usa Inc. nelle scorse ore ha chiesto un risarcimento di 250 milioni di dollari al Fatto Quotidiano e alla Rai per i danni che avrebbe riportato dalle notizie sulla grazia a Nicole Minetti.
Nel frattempo la grazia a Nicole Minetti, già concessa a febbraio, è stata confermata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 4 giugno dopo ulteriori approfondimenti. Insomma a ben vedere quanto emerso con decine di articoli (e un terribile scivolone compiuto anche da Ranucci di Report ospite su Rete4 quando citando misteriose ''fonti'' aveva detto che il ministro della giustizia Nordio avrebbe frequentato quella casa in Uruguay, salvo essere smentito in diretta e aver poi dovuto ritrattare pubblicamente quanto detto) e una shitstorm epocale scatenata sui protagonisti di questa vicenda (compreso anche il presidente della repubblica) sarebbe falso. ''Il giornalismo - spiega Eccher - ha il dovere di fare da cane da guardia del potere, ma quando si trasforma in un "tribunale parallelo" che cerca di forzare le decisioni delle istituzioni e degli organi costituzionali, non fa un buon servizio alla democrazia. Come avvocato e componente del Csm, ritengo che il rispetto delle garanzie e della verità formale debba sempre prevalere sulla smania di stampare una prima pagina d'impatto''.
Avvocata Eccher, sul caso Minetti siamo davanti ad una dichiarazione di Graciela Mabel De Los Santos che è stata ritrattata di fronte ad un notaio. Come giudica la reazione del Fatto quotidiano che ha deciso di pubblicare le chat di conversazione avute con la fonte? A cose serve?
Da un punto di vista strettamente giornalistico, la mossa del Fatto Quotidiano di pubblicare le chat e le conversazioni avute con la fonte ha lo scopo di tutelare la propria credibilità professionale. Nel momento in cui la teste firma un atto notarile in Uruguay smentendo l'esistenza dei festini hard e di fatto depotenziando l'intera inchiesta giornalistica, il giornale deve dimostrare al pubblico di non essersi inventato la notizia, provando che la fonte aveva inizialmente confermato e validato quei contenuti prima di spaventarsi e fare marcia indietro. Tuttavia, sotto il profilo dell'opportunità e della deontologia, questa scelta rivela a mio avviso un corto circuito: per salvare la "bontà" dello scoop si finisce per esporre pubblicamente i tentennamenti di una fonte che, per sua stessa ammissione in tv, era terrorizzata dalle conseguenze. Serve a salvare la linea editoriale, ma dal punto di vista istituzionale certifica la fragilità strutturale di un'inchiesta basata su fondamenta instabili.
Quanto peso può avere una testimonianza giornalistica rispetto a una testimonianza raccolta formalmente dall'autorità giudiziaria?
Dal punto di vista del diritto e del nostro ordinamento, il peso di una testimonianza giornalistica rispetto a una formale davanti all'autorità giudiziaria è diverso. L'intervista giornalistica non ha alcun valore probatorio autonomo nel processo penale poiché non è raccolta con le garanzie previste dal codice di procedura penale, non c'è l'obbligo penalmente sanzionato di dire la verità davanti a un pubblico ufficiale, non c'è il controesame dei difensori. È un mero "impulso" che può spingere una Procura ad aprire un fascicolo o un'indagine conoscitiva. La testimonianza formale invece, è un atto giuridico vero e proprio reso davanti ad un pubblico ufficiale. Se una persona ritratta davanti a un notaio assistita da un avvocato e invia l'atto formale all'Ambasciata italiana, quella è la posizione che assume valore per lo Stato e per i magistrati. Non a caso, la Procura Generale di Milano, valutando la volatilità della teste e l'atto formale inviato, ha scelto di non sentirla, ritenendola non attendibile.
Quali insegnamenti può lasciare questa vicenda sul rapporto tra informazione - giustizia? Il Fatto quotidiano viene spesso visto come giornale giustizialista, vicino ai magistrati, abbiamo visto l'ultima campagna per il referendum sulla separazione delle carriere. In questa occasione è invece molto più critico. Come la spiega, come commenta lei una situazione del genere?
L'insegnamento più amaro di questa vicenda è che la giustizia non può e non deve farsi dettare l'agenda o i tempi dai media. Quando un'inchiesta giornalistica pretende di riaprire un caso delicatissimo come un provvedimento di grazia presidenziale sulla base di dichiarazioni non vagliate, il rischio del passo falso è altissimo. Il fatto che un quotidiano tradizionalmente ritenuto vicino alle tesi della magistratura si ritrovi oggi in una posizione fortemente critica o di scontro a distanza con le scelte della Procura Generale si spiega con una dinamica ben nota. Finché l'azione giudiziaria coincide con la linea del giornale, l'asse tiene. Quando la magistratura decide di agire osservando tutte le garanzie ordinamentali applicando il principio di prudenza e rigetto del "teorema", il giornale si sente tradito nella sua funzione di motore della giustizia.
La ritrattazione di una testimone, come in questo caso, può avere conseguenze penali o civili?
Nel nostro ordinamento, le conseguenze dipendono dal "luogo" in cui le dichiarazioni vengono rese: se la signora De Los Santos avesse mentito all'interno di un verbale davanti a un PM italiano, rischierebbe l'incriminazione per calunnia ai sensi dell’art 368 del codice penale o per false informazioni al pubblico ministero ai sensi dell’art. 371 bis del codice penale.
Avendo però ritrattato prima di essere sentita formalmente dall'autorità giudiziaria italiana, la punibilità penale in Italia è fortemente attenuata o esclusa, poiché la falsità è rimasta confinata prevalentemente nell'alveo giornalistico.
Permane il rischio concreto di azioni per il risarcimento del danno da diffamazione ai sensi dell’art 595 del codice penale. Se le sue iniziali dichiarazioni diffuse dai media hanno leso la reputazione, l'onore e il decoro dei soggetti coinvolti, e queste si rivelano radicalmente false e smentite, i danneggiati possono promuovere un'azione civile per chiedere danni economici ingenti.
Siamo di fronte ad una vicenda che mostra anche un brutto livello raggiunto purtroppo dall'informazione. Cosa ne pensa di questa situazione? Sembra un approccio superficiale ma anche un “sottovalutare” il proprio ruolo e le conseguenze che ne derivano.
Siamo purtroppo di fronte a una pagina buia del giornalismo d'inchiesta. L'approccio appare superficiale rispetto alla delicatezza dell'oggetto: si stava parlando di revocare un decreto di grazia firmato dal Presidente della Repubblica.
Inseguire il sensazionalismo basandosi su una teste fragile, residente all'estero, che cambia versione a seconda che parli con un cronista italiano, con una tv uruguaiana o con un notaio, significa sottovalutare la responsabilità sociale dell'informazione. Il giornalismo ha il dovere di fare da cane da guardia del potere, ma quando si trasforma in un "tribunale parallelo" che cerca di forzare le decisioni delle istituzioni e degli organi costituzionali, non fa un buon servizio alla democrazia. Come avvocato e componente del CSM, ritengo che il rispetto delle garanzie e della verità formale debba sempre prevalere sulla smania di stampare una prima pagina d'impatto.












