"Separazione carriere è uno slogan, il bersaglio è l'autonomia della magistratura", l'avvocata Parolari per il No alla riforma della giustizia: "Non risolve i problemi"
L'avvocata Valeria Parolari, referente del comitato "Avvocate e avvocati per il No", spiega le ragioni del voto contrario alla riforma della giustizia Meloni-Nordio: " Non risolve alcun problema della giustizia, ma al contempo modifica equilibri costituzionali molto delicati"

TRENTO. "Una riforma che non risolve i problemi della giustizia italiana, ma che modifica delicati equilibri costituzionali". Può essere condensato in questa frase dell'avvocata-referente Valeria Parolari il pensiero del comitato "Avvocate e avvocati per il No" che si è riunito a Trento per esprimere le ragioni del voto contrario alla riforma della giustizia Meloni-Nordio.
Nell’intervista a il Dolomiti, l'avvocata Parolari affronta i nodi più rilevanti della riforma. Un dibattito già animato da posizioni divergenti espresse dal giudice Carlo Ancona (QUI INTERVISTA), dall’ex parlamentare e già sottosegretario agli Affari esteri Mario Raffaelli (QUI INTERVISTA), dall’avvocata Claudia Eccher, componente laica del Csm e tra i promotori del Comitato Sì Riforma (QUI INTERVISTA), e da Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società Civile per il No (QUI INTERVISTA) e dall'avvocato Andrea De Bertolini (QUI INTERVISTA).
In vista del referendum in cui gli italiani saranno chiamati alle urne il 22 e il 23 marzo, Parolari affronta i temi più caldi di una riforma che, a detta del comitato, "viene intitolata sulla separazione delle carriere, ma è solo uno slogan dal momento che il bersaglio è il Csm e il sistema di autogoverno della magistratura". A essere analizzati sono poi vari aspetti: dalla separazione delle carriere all'allineamento della Costituzione al processo penale, fino al sorteggio per il Csm che rappresenta "l'elemento più critico della riforma".
Quali sono le idee alla base della formazione del Comitato degli Avvocati per il No al referendum sulla giustizia?
Per noi questa riforma non risolve alcun problema della giustizia, ma al contempo modifica equilibri costituzionali molto delicati. Quando si interviene sulla Costituzione, e in particolare sull’indipendenza e l’autonomia della magistratura, serve molta prudenza, e oggi questa prudenza è quanto mai necessaria perché la riforma è inserita in un contesto politico molto chiaro di pressione sulla magistratura. Non c’è alcun elemento della riforma che riduca i tempi dei processi o migliori l’efficienza della giustizia a favore di cittadini e imprese. I problemi della giustizia italiana sono noti: carenza di personale amministrativo e di magistrati, carenza di risorse e criticità nell’organizzazione degli uffici. Ci sono 12 mila precari che oggi lavorano nei tribunali grazie ai fondi del Pnrr e il loro contratto scadrà a giugno: questa riforma non prevede la loro stabilizzazione e non interviene su nessuno di questi aspetti. C'è poi un aspetto da tenere in considerazione: viene “intitolata” come la riforma sulla separazione delle carriere, ma è uno slogan, un pretesto comunicativo, perché in realtà non riguarda esattamente ciò: il “bersaglio” è il Consiglio superiore della magistratura e il sistema di autogoverno della magistratura.
Dal fronte del Sì si sostiene che la riforma serva a separare meglio i ruoli tra giudici e pubblici ministeri.
Innanzitutto è bene precisare che con la riforma Cartabia del 2022 i passaggi di funzione tra pubblico ministero e giudice, e viceversa, sono già stati normati con legge ordinaria: questo dimostra che non serve intervenire sulla Costituzione, ma basterebbe una legge ordinaria per regolare la separazione dei ruoli. Inoltre nel 2024 i passaggi di funzione sono stati una quarantina, 38 per l’esattezza, a fronte di un numero di magistrati superiore a 9 mila: il passaggio è quindi limitato e regolato rigidamente da una legge ordinaria. La narrazione che sostiene il Sì, secondo cui giudici e pubblici ministeri sarebbero la stessa cosa, non corrisponde alla realtà del nostro ordinamento e c’è anche un paradosso logico a mio avviso: se si sostiene che la separazione delle carriere sia necessaria per garantire la terzietà del giudice, allora lo stesso ragionamento andrebbe applicato all’interno della giurisdizione. Seguendo questa logica si dovrebbe separare chi fa il giudice di primo grado da chi fa il giudice d’Appello e da chi fa il giudice di Cassazione, ed evidentemente non è così che funziona un sistema giudiziario. In sintesi: la garanzia di imparzialità non deriva dalla separazione delle carriere, ma dalle regole del processo e dall’indipendenza del giudice, regole che sono già stabilite dalla nostra Costituzione per quanto riguarda l’indipendenza e dalle norme processuali.
L'allineamento con altri Paesi europei è un altro tema molto discusso.
C’è chi afferma che in Europa le carriere sono separate: penso che sia uno degli argomenti più ripetuti ma anche uno dei più fuorvianti, perché i sistemi giudiziari europei sono molto diversi tra loro. In molti Paesi dove esiste una distinzione tra giudici e pubblici ministeri, le procure dipendono dal potere esecutivo o dal ministro della Giustizia, mentre in Italia il pubblico ministero è indipendente dal potere politico. È una scelta costituzionale molto forte, quella fatta dai nostri padri e dalle nostre madri costituenti, pensata proprio per evitare interferenze della politica nell’esercizio dell’azione penale. Fare paragoni superficiali con altri ordinamenti senza considerare queste differenze non è corretto dal punto di vista comparato.
La riforma servirebbe ad “allineare” la Costituzione al processo penale?
Penso anche che l’idea secondo cui la riforma servirebbe ad allineare la Costituzione al processo penale sia una formula molto efficace dal punto di vista della comunicazione, ma che non regga giuridicamente, perché questo allineamento è già avvenuto. È bene chiarire che la riforma costituzionale che oggi ci viene proposta non riguarda il processo penale, ma l’assetto costituzionale della magistratura e del Consiglio superiore della magistratura. Ridurre tutto al processo, tra l’altro solo penale, come se il pubblico ministero non avesse un ruolo anche all’interno del processo civile, significa semplificare una riforma che è molto più ampia e delicata. Asserire che la riforma garantirebbe una maggiore terzietà del giudice è sbagliato, perché la terzietà del giudice è già pienamente garantita dalla Costituzione e dal processo penale vigente: l’articolo 111 stabilisce che il processo si svolga davanti a un giudice terzo e imparziale. Questa terzietà non dipende dalla separazione delle carriere, ma dalle regole del processo e dalle garanzie di indipendenza della magistratura e dire che oggi il giudice non è terzo significa mettere in discussione l’intero sistema processuale italiano, che è costruito proprio per garantire questo equilibrio.
Tra i punti discussi c’è anche il sorteggio per il Csm, qual è il vostro punto di vista?
La politica sceglie liberamente i propri rappresentanti: non si tratta di un sorteggio effettivo, perché il Parlamento compila un elenco nel quale inserisce nomi graditi e da quell’elenco si procederà. Tra l’altro non è neanche dato sapere con quale maggioranza, perché tutto è demandato a una legge attuativa e non sappiamo se sarà prevista una maggioranza semplice, con un evidente rischio di esclusione delle minoranze. Per quanto riguarda invece la componente della magistratura cosiddetta togata è prevista una “pesca”, un sorteggio puro: in questo modo si priva la magistratura, che è un potere dello Stato, della possibilità di esercitare un proprio diritto, nel pieno rispetto dei principi democratici, cioè scegliere i propri rappresentanti. Per noi questo è sicuramente l’elemento più critico e più pericoloso della riforma.
Un altro punto riguarda l’istituzione dell’Alta corte disciplinare.
Nella riforma si evincono due contraddizioni. La prima riguarda il principio del giusto processo, spesso invocato dai sostenitori del Sì: attualmente il potere disciplinare spetta al Consiglio superiore della magistratura e il magistrato sanzionato può impugnare il provvedimento davanti a un altro giudice, il più alto che abbiamo, cioè la Corte di Cassazione a Sezioni Unite. La riforma invece prevede che le impugnazioni possano essere promosse sempre davanti allo stesso organo, seppur in composizione diversa e questo comporta una violazione della regola del giusto processo. C'è poi la seconda contraddizione: se il potere disciplinare viene demandato all’Alta Corte ci si chiede come mai l’articolo 107 non sia stato modificato, parliamo dell'articolo che stabilisce uno dei pilastri dell’indipendenza della magistratura, cioè l’inamovibilità dei magistrati. Mi spiego: la norma continua a prevedere che i magistrati non possano essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a una decisione del Consiglio superiore della magistratura e ne deriverà evidentemente un grave problema di coordinamento costituzionale.
Una delle critiche del fronte del No riguarda l'iter politico della riforma. Qual è il vostro pensiero?
Diciamo che ci si è arrivati a colpi di maggioranza e, quando si tratta di incidere così profondamente sulla nostra architettura costituzionale, noi riteniamo che questo sia inaccettabile: è la prima volta nella nostra storia repubblicana che assistiamo a un metodo di approvazione di questo tipo per una riforma costituzionale. Per tradizione queste riforme sono sempre state affrontate cercando un largo consenso tra le forze politiche, proprio perché riguardano gli equilibri fondamentali dello Stato e non una normale legge di maggioranza: questa riforma è stata approvata solo con i voti della maggioranza di governo, senza un accordo con le opposizioni. E non è stato raggiunto il quorum dei due terzi del Parlamento che avrebbe evitato il referendum e quindi oggi il voto spetta alle cittadine e ai cittadini. C’è anche stata una scelta politica di escludere i fuori sede, quindi studenti e lavoratori, dal voto: anche questo a nostro avviso è gravissimo.
Il vostro invito ai cittadini è quello, a prescindere dalla scelta, di recarsi alle urne.
Il voto è importantissimo, anche perché è bene ricordare che non è previsto alcun quorum ed ogni voto conta, senza dubbio. L’invito che facciamo è quello di informarsi, leggere i contenuti della riforma, ascoltare anche le diverse posizioni e poi decidere. Questo perché la partecipazione è sempre un segnale di maturità democratica ed è importante che il voto venga espresso con consapevolezza, senza basarsi sugli slogan. Il Comitato invita a votare NO se si ritiene che la riforma possa mettere a rischio gli equilibri costituzionali e, con essi, la qualità della nostra democrazia.












