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| 24 marzo | 19:35

"Alta affluenza perché si trattava di Costituzione, queste riforme non devono farle i governi ma il Parlamento", Francesco Palermo sul Referendum: "Giustizia? Serve intervenire ma la riforma era fatta male"

Il costituzionalista, ex parlamentare e professore universitario Francesco Palermo analizza il risultato del referendum: dalle motivazioni dell'alta affluenza alle conseguenze politiche per il governo Meloni, dalle conseguenze del No sul rapporto politica- magistratura alle criticità di una "riforma fatta male", fino alle ragioni della bassissima affluenza in Alto-Adige

TRENTO. Il referendum costituzionale ha avuto un esito netto: la vittoria del No (53,74%) sul Sì (46,26%) e la bocciatura della riforma Nordio-Meloni. Ed il risultato, secondo il costituzionalista Francesco Palermo va letto oltre la dimensione puramente politica.

 

Intervistato da il Dolomiti, il professore ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università di Verona ed ex parlamentare individua nella natura costituzionale del quesito uno dei fattori chiave dell’alta affluenza, più che nel merito tecnico della riforma, pur riconoscendo il peso della polarizzazione politica e della mobilitazione dei contrari.

 

Nell'analisi emerge una critica netta all’impianto della riforma, ritenuta troppo ampia, tecnicamente fragile e costruita senza il necessario coinvolgimento di magistrati, esperti e opposizioni. Insomma, quello che potrebbe essere definito un errore di metodo e di sostanza che, a suo avviso, non toglie però la necessità di intervenire tempestivamente sul sistema giustizia a partire da temi come il correntismo e la separazione delle carriere.

 

Francesco Palermo, nel day-after il referendum, invita a distinguere il piano politico e quello costituzionale: a sua detta la sconfitta referendaria non implica automaticamente conseguenze per il governo, ma può rappresentare un’occasione per ripensare il percorso delle riforme, che “devono tornare a essere prerogativa del Parlamento e non di maggioranze occasionali”. Sullo sfondo un'analisi anche sull'affluenza in Alto Adige, dove la scarsa partecipazione conferma una distanza strutturale dalle dinamiche nazionali quando non direttamente legate all’autonomia.

 

Professor Palermo, partiamo dall'affluenza molto alta. È stata a suo avviso una mobilitazione “sul merito” del referendum o un voto politico 'travestito'?

Premesso che non me lo aspettavo, è stata una sorpresa anche per me questa affluenza così alta ed escluderei però che sia dipesa dal merito tecnico della riforma. Probabilmente in parte è stata una 'chiamata alle armi politica' ma penso, e spero, anche che abbia inciso il fatto che si trattava di materia costituzionale. C’erano ovviamente motivazioni politiche, ma alla fine il punto è che la Costituzione è una cosa seria e, prima di modificarla, bisogna pensarci bene: se non è chiaro l’obiettivo e anche l’impianto formale di una riforma, meglio lasciar perdere. Credo quindi che sia proprio questo che ha inciso e, del resto, basta pensare che ai referendum abrogativi su leggi ordinarie il quorum non si raggiunge quasi mai, e pochi vanno a votare, qui invece è stato diverso, proprio perché si sarebbe toccata la Costituzione, e non è neanche la prima volta che succede.

 

Quanto ha inciso, secondo lei, il contesto politico generale e in particolare il giudizio sull’azione del governo nel determinare l’esito del voto?

Penso che evidentemente abbia inciso anche questo fattore: non sono un esperto di sondaggi, ma la questione è stata indubbiamente molto polarizzata. Credo poi che si siano mobilitati soprattutto i contrari, più degli indifferenti e dei favorevoli, per il timore, come detto, che la modifica potesse peggiorare le garanzie costituzionali. La mia speranza è naturalmente che non sia stata esclusivamente una lettura limitata alla magistratura o alla politica, perché altrimenti si sarebbe trattato di un'analisi piuttosto riduttiva.

 

Una buona parte della magistratura ha assunto una posizione molto netta durante la campagna referendaria, in favore del no. Ritiene che alla luce del risultato possa cambiare qualcosa nei rapporti tra politica e ordine giudiziario?

Non ho certezze, ma una speranza sì: spero che non cambi nulla in senso negativo, perché sarebbe molto problematico. Il fatto che sia stata proposta una riforma fatta male non significa che non ci sia bisogno di una riforma e il tema resta sul tavolo. È stato però affrontato tecnicamente male, e su questo penso si sia insistito troppo poco. Adesso il referendum è andato come è andato, ma il problema rimane e uno degli argomenti più forti dei sostenitori del Sì era dire: magari non è la riforma migliore, ma almeno si muove qualcosa. Politicamente è un argomento forte, ma costituzionalmente non è condivisibile, perché con le costituzioni non funziona così e non si può dire che una cattiva riforma sia meglio di nessuna riforma. Resta che il bisogno di intervenire c’è: penso che si dovrebbe istituire subito un tavolo e rifare tutto in modo diverso, coinvolgendo anche i magistrati. Uno dei motivi per cui erano contrari era infatti che non sono stati consultati, così come non lo sono stati avvocati, esperti e opposizioni.

 

Quali erano, secondo lei, le principali criticità della riforma?

Era una materia molto tecnica e delicata, forse per questo se n’è parlato poco. La prima criticità è che si proponeva molto più del necessario: se l’obiettivo era la separazione delle carriere, bastava fare quella e si sarebbero probabilmente ottenuti i due terzi in parlamento. Invece si è complicato tutto con procedimenti disciplinari, parlando di correntismi, con logiche punitive verso la magistratura, che non hanno a che fare con il giusto processo. Bastava insomma una riforma più limitata e meno “punitiva”. Secondo punto, il metodo: non sono stati coinvolti soggetti interessati, esperti e opposizioni. Terzo problema: si voleva inserire in Costituzione qualcosa che poi lasciava tutto alla legge ordinaria. Quindi i dettagli, anche importanti come il sorteggio o le maggioranze per eleggere i membri, sarebbero stati decisi dopo. Questo è un paradosso: la Costituzione dovrebbe sottrarre certe materie alle maggioranze occasionali, invece qui si faceva il contrario.

 

Si è parlato molto del tema del correntismo del Csm.

Qualcuno ha detto che, se non passava questa riforma, non sarebbe più cambiato nulla per decenni: se fosse così sarebbe un errore gravissimo. Il problema del correntismo esiste, nella magistratura come in altre categorie in quanto viviamo in una società corporativa: bisogna quindi ripartire subito, ma con una riforma diversa, in quanto non se ne può accettare una fatta male solo perché è l'unica proposta. Chiaro che il correntismo va eliminato, e bisogna lavorarci fin da subito coinvolgendo tutti gli attori in gioco.

 

Il  Governo Meloni aveva investito molto su questa riforma: dopo il risultato referendario, come ne esce politicamente? La vede come una battuta d’arresto o un passaggio gestibile?

Le faccio una premessa: io ragiono da giurista. Sul piano politico può esserci un impatto, visto che il governo ci ha messo la faccia, ma giuridicamente non c'entra nulla. Spero però che rappresenti l'occasione per fare un bagno di umiltà, che si riconosca che questa riforma non andava, per poi ripartire coinvolgendo tutti. Non c’è insomma un collegamento diretto tra esito del referendum e tenuta del governo. Dico però che l’errore principale sta a monte: le riforme costituzionali non le fanno i governi, ma il Parlamento. Questo è il grande errore, ma non significa che la sconfitta referendaria debba avere automaticamente conseguenze politiche, e che tutto vada politicizzato.

 

Quest'ultimo aspetto è stato forse il grande vulnus nei passaggi che hanno portato a questo referendum.
Il problema è sempre lo stesso: ogni maggioranza, quando si sente forte, vuole lasciare il segno con una propria riforma ed è un errore che si ripete in quanto le riforme così diventano di parte, invece che condivise. Prima o poi qualcuno capirà che non si fa così, e che il fine non giustifica i mezzi, soprattutto in materia costituzionale. Non sono i governi a dover modificare la Costituzione, ma le riforme devono essere portate avanti dal Parlamento, cercando consenso e il confronto con opposizioni, società civile ed esperti. Il tutto con una consapevolezza: che i problemi nella giustizia esistono e sono molti, e personalmente io sono favorevole anche alla separazione delle carriere. Ma il modo in cui si interviene determina, alla fine, anche gli effetti sul contenuto.

 

Un’ultima domanda sull'affluenza bassissima in Alto Adige: che lettura dà?

La leadership politica altoatesina ha una visione molto definita: se una questione non riguarda direttamente l’autonomia, tende a non interessare. All’inizio c’è stato disinteresse, anche da parte della Südtiroler Volkspartei. Poi, dopo il richiamo degli alleati, c’è stato un cambio di posizione ma senza una reale mobilitazione. Infatti l’affluenza è stata più alta nei comuni a prevalenza italiana, mentre la popolazione di lingua tedesca è rimasta sostanzialmente distante.

 

 

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