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Trento
20 marzo | 06:00

"Conseguenza naturale della terzietà del giudice è la separazione delle carriere", gli avvocati per il Sì alla riforma della giustizia: "Votate dopo esservi davvero informati"

L'avvocato Nicola Stolfi riassume i principali punti emersi nel dibattito organizzato dai 140 avvocati trentini per il Sì alla riforma della giustizia: "Le paure che vengono alimentate in questo dibattito nei confronti del Sì sembrano più uno strumento di pressione psicologica che un esercizio ragionevole del diritto di critica"

TRENTO. Sono 140 gli avvocati trentini - non solo penalisti ma anche giuslavoristi, amministrativisti e civilisti - che hanno scelto di aderire ad un incontro pubblico per spiegare le ragioni del Sì al referendum sulla riforma della giustizia fissato per il 22 e 23 marzo e in cui i cittadini saranno chiamati ad esprimersi sulla riforma Meloni-Nordio.

 

Nel corso del dibattito - in cui sono intervenuti tra gli altri il presidente della Camera Penale di Trento Roberto Bertuol, il past president Stefano Daldoss e l'avvocato Nicola Stolfi - sono stati affrontati i principali temi della riforma: dalla separazione delle carriere tra Pm e magistrati all'istituzione dell'Alta Corte Disciplinare, fino al tema del sorteggio per la composizione del Csm. Ad essere espressa chiaramente anche l'intenzione dei partecipanti: quella di "approfondire il tema non attraverso slogan e contrapposizioni aprioristiche, ma con un’analisi dei contenuti tecnici della riforma".

 

Ad esprimere i loro pareri sul tema, intervistati da il Dolomiti, erano stati in precedenza anche anche l'avvocata Valeria Parolari del comitato "Avvocate e avvocati per il No"(QUI INTERVISTA), il giudice Carlo Ancona (QUI INTERVISTA), l’ex parlamentare e già sottosegretario agli Affari esteri Mario Raffaelli (QUI INTERVISTA), l’avvocata Claudia Eccher, componente laica del Csm e tra i promotori del Comitato Sì Riforma (QUI INTERVISTA), il Comitato della società civile per il No (QUI ARTICOLO),  Giovanni Bachelet presidente del Comitato Società Civile per il No (QUI INTERVISTA) e l'avvocato Andrea De Bertolini (QUI INTERVISTA).

 

Nell’intervista a il Dolomiti, l'avvocato Nicola Stolfi espone i principali punti emersi nel corso dell'incontro, toccando gli aspetti più rilevanti della riforma della giustizia. Tra gli aspetti cardinali sottolineati, il fatto che "da oltre trent’anni si lavori in maniera costante per portare il processo penale nella culla democratica del rito accusatorio", ma anche che "la conseguenza naturale della terzietà del Giudice è proprio la separazione delle carriere" e come "le paure che vengono alimentate in questo dibattito nei confronti del Sì sembrano più uno strumento di pressione psicologica che un esercizio ragionevole del diritto di critica".

 

Da dove prende le mosse il dibattito pubblico che ha unito 140 avvocati trentini schierati per il Sì al referendum costituzionale?

Tutto è partito perché tra colleghi e anche nei corridoi del Tribunale, ma non solo, si è avvertita la necessità di dare un segnale della nostra categoria relativo alla nostra sensibilità rispetto a ciò che sta avvenendo sul piano della riforma costituzionale. Sono appunto 140 gli avvocati che hanno aderito, su 160 invitati in maniera eterogenea tra penalisti, amministrativisti, civilisti e giuslavoristi. Ci tengo a sottolineare che la "lista" non ha seguito nessun principio di accomodamento di fini, anche perché l’iniziativa è partita in maniera spontanea e ciascuno ha poi portato le proprie riflessioni in merito.

 

Nel dibattito è emerso come questa riforma si innesti nell'alveo di un lungo percorso, che trascende le ideologie.

Credo che chi ha assistito all’incontro abbia compreso chiaramente una cosa: da oltre trent’anni si lavora in maniera costante per portare il processo penale nella culla democratica del rito accusatorio. Il processo accusatorio ha trovato un riconoscimento più completo nel 1999 con l’introduzione dell’articolo 111 della Costituzione, che stabilisce che il giusto processo si svolge nel contraddittorio tra le parti in condizioni di parità. Questo principio rappresenta la base del concetto di terzietà del giudice. Ad essere stabilito è infatti che il giudice è terzo rispetto al pubblico ministero e alla difesa: una volta raggiunto questo risultato, nel corso degli anni ci sono stati anche tentativi legislativi, provenienti anche da aree progressiste, per arrivare alla separazione tra giudici e pubblici ministeri, proprio per evitare contaminazioni che possano alterare quell’equilibrio richiesto dall’articolo 111. Questo principio della parità delle parti è alla base di un processo democratico di stampo accusatorio e non a caso la maggior parte dei Paesi europei e dei sistemi democratici di tradizione liberale prevedono una magistratura divisa tra giudici e pubblici ministeri. L’aspettativa della riforma è proprio quella di attuare questo principio. La conseguenza naturale della terzietà del Giudice è proprio la separazione delle carriere.

 

Una delle principali critiche del fronte del No riguarda il rischio di subordinazione della magistratura alla politica.

Il tema più contestato riguarda la metodologia della riforma e la critica viene spesso sintetizzata in uno slogan: “Volete dei giudici sottoposti al potere politico?”. Si sottintende cioè che con questa riforma costituzionale verrebbero meno l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. In realtà basta leggere l’articolo 104, primo comma, della Costituzione che definisce la magistratura un "ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Questa formulazione risale ai Costituenti, in un momento storico particolarmente delicato, e rappresenta un principio inviolabile per ogni Paese democratico. La riscrittura attuale dell’articolo 104 ribadisce esattamente questo principio: l’unica modifica riguarda il fatto che, qualora vincesse il Sì, questo ordine sarebbe diviso tra magistratura giudicante e magistratura inquirente, e il principio di autonomia e indipendenza verrebbe rafforzato dal fatto, come detto, di essere stato ribadito.

 

Può approfondire quest'ultimo pensiero?

Chi sostiene il contrario si scontra con la lettera stessa della nuova formulazione dell’articolo 104, che è molto chiara e comprensibile per qualsiasi cittadino. Questo è stato uno dei punti più ribaditi durante l’incontro: ci sono principi fondamentali che rimangono intatti e che continuano a garantire autonomia e indipendenza della magistratura. L’articolo 101 stabilisce poi che i giudici sono soggetti soltanto alla legge, escludendo qualsiasi subordinazione ad altri poteri, e l’articolo 107 afferma che i magistrati sono inamovibili, mentre l’articolo 112 prevede l’obbligo per il pubblico ministero di esercitare l’azione penale. Proprio quest’ultima norma garantisce un principio di imparzialità dell’accusa nei confronti dei cittadini, indipendentemente dal loro ruolo o dalla loro posizione sociale. Da questo quadro normativo emerge quindi con chiarezza un sistema che continua a garantire autonomia e indipendenza della magistratura anche all’interno della riforma proposta. Le paure che vengono alimentate in questo dibattito nei confronti del Sì sembrano quindi più uno strumento di pressione psicologica che un esercizio ragionevole del diritto di critica, che dovrebbe invece svolgersi in maniera serena e nel rispetto della lettera delle norme.

 

Qual è il ruolo dell’avvocatura in questo dibattito?

Credo che nel corso dell’incontro, a cui hanno partecipato anche cittadini, l’avvocatura abbia dato un segnale chiaro: da tempo si attende che questo principio venga finalmente attuato. Non interessa se la proposta venga dalla destra o dalla sinistra, anche perché storicamente questa stessa proposta è stata sostenuta in passato da forze politiche diverse. Riteniamo che una lettura equilibrata delle necessità della giustizia dovrebbe prescindere dal mutamento degli schieramenti politici. Purtroppo, osservando il dibattito attuale, non sempre è così.

 

Tra le novità previste dalla riforma c’è anche l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.

L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare ricalca quanto accade ormai da decenni in molte categorie professionali del Paese e non rappresenta quindi una novità né tanto meno un attacco alla magistratura. La separazione tra l’organo disciplinare e quello che gestisce funzioni, carriere e incarichi dirigenziali di una determinata categoria risponde a un principio di neutralità e contribuisce a eliminare quei sospetti che nel tempo sono stati sollevati rispetto al funzionamento del sistema disciplinare. All’interno dell’organo saranno presenti nove magistrati su quindici componenti complessivi, quindi la maggioranza assoluta sarà comunque della magistratura. Tre componenti saranno nominati dal Presidente della Repubblica e l’Alta Corte rimarrà quindi saldamente nelle mani della magistratura.

 

Approfondiamo il tema del sorteggio per la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura, proposto come strumento per combattere il fenomeno del correntismo.

Il correntismo è un fenomeno noto all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura da almeno trent’anni: con la riforma, come detto, due terzi del Csm continueranno a essere composti da magistrati, mentre un terzo sarà costituito da membri laici. Questo terzo viene inizialmente eletto, da un ventaglio di possibili candidati, ma successivamente si procede al sorteggio: non si può quindi sostenere che si tratti di una diretta espressione dei partiti politici, perché il sorteggio interviene proprio a spezzare quel rapporto, elemento che viene spesso ricordato poco. È però evidente che il meccanismo del sorteggio riduce il peso delle correnti: proprio per questo viene osteggiato, perché limita il rapporto tra correnti interne alla magistratura e riferimenti politici esterni. Contrariamente a quanto sostengono i promotori del “No”, questo meccanismo può quindi agire proprio a favore dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura. Va anche ricordato che il Csm, non è un organo di autogoverno nel senso stretto del termine: i magistrati non si governano da soli, ma attraverso un organo previsto dalla Costituzione che include anche una componente laica, proprio per evitare il rischio di autoreferenzialità.  

 

Un punto rilevante che è emerso è, a prescindere dalla scelta, quello dell'importanza di recarsi alle urne e non cadere nell'astensionismo.

L’invito è quello di andare a votare, dopo essersi informati e aver compreso i contenuti della riforma. Questo perché è utile confrontarsi direttamente con le norme: si tratta di poche disposizioni fondamentali e non è uno sforzo particolarmente complesso. Se si entra nel merito si acquisisce uno strumento utile per formarsi un’opinione e comprendere la natura della riforma, che non ha un carattere aggressivo nei confronti della magistratura.

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