"Separazione carriere Pm-giudici? Il peggiore dei rimedi", il duro sguardo dell'ex giudice Ancona sulla riforma della giustizia: "Magistrati perderanno indipendenza"
Dall'assenza di un confronto sul merito della riforma alla "sconsiderata affermazione" che con questa i problemi della giustizia possano essere affrontati, e dalla separazione delle carriere tra Pm e Giudici che "non risolve ma aggrava i problemi" alla "perdita di indipendenza della magistratura". L'ex giudice Carlo Ancona, intervistato da il Dolomiti, analizza la Riforma della Giustizia voluta dal Governo Meloni

TRENTO. Dall’assenza di un vero confronto sul merito della riforma della giustizia alla “sconsiderata affermazione” che con questa i problemi della giustizia possano essere se non risolti, almeno affrontati. Fino al tema della separazione delle carriere tra Pm e Giudici, che “non risolve ma aggrava i problemi esistenti”, e della “perdita dell’indipendenza dei magistrati, maggiormente esposti al controllo governativo”.
È un duro sguardo quello che l’ex giudice Carlo Ancona – per oltre 40 anni magistrato nei tribunali di Trento e Rovereto e che ha istituito alcuni dei processi storici sul territorio, tra cui quello riguardante la tragedia di Stava – dedica, in una lunga intervista a il Dolomiti, alla riforma della Giustizia pilastro del Governo Meloni sulla quale si era espresso, in termini più positivi, anche l’ex parlamentare e già sottosegretario agli affari esteri Mario Raffaelli (QUI ARTICOLO).
Questa ha ottenuto il “sì” del Parlamento, non incassando però la maggioranza dei due terzi né alla Camera né al Senato e dovrà quindi passare da un referendum confermativo. I cardini? La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, l’istituzione di un doppio Consiglio superiore della magistratura e di un’Alta Corte disciplinare.
Per quanto riguarda l’iter del disegno di legge volto a modificare il Titolo IV della Costituzione, mercoledì 5 novembre i senatori dei partiti di maggioranza hanno depositato alla Corte di Cassazione le firme necessarie per chiedere il referendum, con i giudici che da quella data hanno un mese di tempo per esaminare la validità della richiesta.
Successivamente, il fascicolo sarà trasmesso al Presidente della Repubblica, il quale, su proposta del Consiglio dei Ministri, provvederà a stabilire la data della consultazione popolare. Secondo le previsioni del Ministro Carlo Nordio, il referendum potrebbe svolgersi tra marzo e aprile 2026.
Dottor Ancona, si sta discutendo molto sulla riforma della giustizia che dovrà passare da un referendum confermativo. Che idea si è fatto in merito?
L’elemento che accomuna pressoché tutte le prese di posizione sul prossimo referendum è la totale assenza di un confronto argomentato sul merito della scelta. Si è preferito il registro della delegittimazione oppure quello dello spostamento del tema, piuttosto che quello del confronto sul merito. Reazioni da “lesa maestà”, sia essa la magistratura che la classe politica, che hanno più a che fare con il culto della personalità che con il confronto democratico.
Un tema che “scalda” anche l’opinione pubblica, soprattutto sul tema della separazione delle carriere tra Pm e giudici.
Può darsi che la maggioranza degli italiani sia favorevole alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, anche se pochissimi arrivano a ritenere verosimile la sconsiderata affermazione che con questa riforma i problemi della giustizia possano essere se non risolti, almeno affrontati. Lunghezza dei processi, riti processuali che sembrano progettati per aumentarla a dismisura, riforme mancate o errate, la stessa neghittosità di alcuni magistrati, rimarrebbero gli stessi, ed anzi forse si aggraveranno.
Qual è la sua opinione sul tema della collocazione del Pubblico Ministero nell’ordinamento reale?
È un problema reale, almeno dopo la riforma processuale del 1989, e non inventato da uomini potenti alla ricerca dell’impunità. Nel processo penale egli rappresenta l’accusa, e quindi in sede di indagine tende a valorizzare gli elementi di fatto favorevoli alla sua tesi. Il giudice a sua volta deve essere equidistante tra la posizione sua e quella della difesa, senza correre il rischio di essere distolto da tale dovere di imparzialità solo perché una delle parti è un suo collega, e potrà partecipare alla sua valutazione in Consiglio giudiziario.
Un tema di cui si discute a livello politico da molti anni, cosa ci può dire sullo “sguardo” della magistratura?
Se fino ad oggi la richiesta di separazione delle carriere si è scontrata con la resistenza di tutti i magistrati, questo è avvenuto perché essi in tale intervento leggono un attentato all'indipendenza della magistratura, che verrà trasformata in semplice affermazione di principio una volta che il pubblico ministero non sia più indipendente anch’esso. A tale resistenza partecipano i pubblici ministeri, anche se talvolta la “sostanza” che appare dai loro sistemi di lavoro contribuisce a disegnare una marcata differenza di cultura tra pubblico ministero e giudice, il primo inquisitore ed il secondo imparziale organo di giustizia.
Parla di “marcata differenza di cultura” tra Pm e giudice, cosa intende?
Su istanza dei magistrati del pubblico ministero, il Consiglio superiore della Magistratura ha introdotto da tempo il principio delle attitudini specifiche, per cui un pubblico ministero esperto dovrebbe essere sempre preferito ad un giudice per la scelta del conferimento delle funzioni di Procuratore della Repubblica, indipendentemente dalle capacità personali di professionalità ed equilibrio. Affermando la specificità delle diverse funzioni e l’incomunicabilità delle relative esperienze, identificando addirittura la funzione di PM in persone determinate, tali messaggi hanno contribuito a formare l’immagine della natura separata e diversa del pubblico ministero rispetto al giudice, ed hanno giustificato le tesi di chi voleva che le due carriere fossero radicalmente separate, perché diverse e separate sono le rispettive professioni e culture.
C’è poi il tema “spinoso” dell'opinione pubblica, che sembrerebbe si sia indirizzata verso una graduale perdita di fiducia nei confronti della giustizia.
Questo a causa anche dell’azione concreta. Negli ultimi trenta anni, in tutta Italia, si sono visti arresti clamorosi seguiti poi dal riconoscimento della palese infondatezza delle accuse, o il dispiego impressionante di mezzi di indagine, per l’accertamento di reati di modesta entità. Con comprensibile disorientamento della pubblica opinione, che presto si è trasformata in diffidenza, quando ci si è resi conto che un potere ampiamente discrezionale nei suoi modi d’esercizio veniva esercitato senza alcuna forma di responsabilità.
In questo contesto, come viene percepita la separazione delle carriere?
In tale situazione, la separazione delle carriere è sembrata l’unica reazione possibile alla dilapidazione di risorse, all’eccesso di presenza nell’informazione, alla discrezionalità non dell’azione penale ma certamente dell’investimento investigativo. In questo modo, almeno, il pubblico ministero potrà essere ritenuto responsabile delle sue scelte sul metodo di conduzione della indagine, cosa impossibile fino a quando la sua posizione è equiparata a quella dei giudici, che in ragione della loro indipendenza non possono subire controlli sul contenuto delle sentenze diverse dagli appelli e dai ricorsi previsti dalle leggi processuali. Dunque il problema è reale. Tuttavia, la separazione delle carriere è tra i possibili rimedi quello peggiore perché non risolve, ed anzi aggrava, i problemi esistenti e ne crea inoltre di nuovi. I pubblici ministeri diverrebbero una casta chiusa, senza ricambi di esperienze, la loro cultura sarebbe sempre più separata da quella dei giudici e i problemi che abbiamo appena esaminato, quindi, si aggraverebbero e non si risolverebbero affatto.
Uno dei timori di chi è contrario a questa riforma è che questa esponga maggiormente i magistrati all’influenza politica.
Per la necessità di controlli sulle modalità dell’esercizio del loro potere, ad opera o della maggioranza parlamentare o addirittura del governo, essi perderebbero l’attuale indipendenza: il governo o un organo parlamentare verrebbero a controllare l’uso che essi hanno fanno della discrezionalità nell’investimento investigativo, o nella comunicazione all’esterno del proprio lavoro. Si tornerebbe allora ad un tempo non lontano - in Italia, di pochi decenni or sono - in cui i processi importanti erano solo quelli che venivano consentiti o voluti dal potere esecutivo, o dai rappresentanti della maggioranza parlamentare. Una giustizia diseguale dunque non solo di fatto, come purtroppo accade anche oggi, ma anche di diritto. Quel sistema produceva effetti che non possono essere dimenticati: allora poteva avvenire, ad esempio, che quando all’Università di Padova vennero scoperti i documenti che provavano la grave colpa dei gestori della SADE per il disastro del Vajont, venne arrestato non uno dei colpevoli, ma l’assistente universitario che li aveva resi pubblici, per furto in danno dell’Università.
Quali alternative vede alla separazione delle carriere?
Le alternative a mio avviso sono soltanto due. La prima è quella, rivoluzionaria, dell’elezione diretta dei Procuratori della Repubblica: essi sarebbero così responsabili in sede democratica del risultato e delle scelte adottate nel loro lavoro. Si tratta però di una scelta non solo coraggiosa, ma anche delicata e difficile, perché in Italia pare impossibile pensare ad elezioni che non tengano conto delle regole non scritte dell’appartenenza, e della conseguente fedeltà, ad una parte politica. E questo contraddice con il ruolo di custode della legalità che il pubblico ministero deve svolgere. La seconda è il ricambio continuo e necessario tra giudici e pubblici ministeri, e quindi la temporaneità delle relative funzioni. Già oggi, per legge o per regolamento, i giudici possono rimanere nelle funzioni di maggiore importanza ed esposizione pubblica solo per sei o per dieci anni, e poi devono cambiare lavoro, sia pure rimanendo nello stesso ufficio. Tale regola andrebbe introdotta anche per i pubblici ministeri e soprattutto per i dirigenti delle Procure: dopo sei o otto anni, dovrebbero passare ad altre funzioni, ad esempio quella di giudici civili.
Può specificare meglio i “benefici” di quest'ultima proposta?
In tal modo non accadrebbe più che alcune persone, per quanto capaci e meritevoli, possano - per la pubblica opinione e, quel che è più grave, anche ai propri occhi - apparire una sorta di incarnazione delle proprie funzioni: nello svolgimento di queste terrebbero conto della temporaneità della loro investitura e ricorderebbero che il relativo potere è loro affidato non per “grazia divina”, ma per l’adempimento di un pubblico servizio. Inoltre, il continuo ricambio con la funzione di giudice costringerebbe i pubblici ministeri a confrontarsi continuamente con la cultura della giurisdizione, a fare propri i principi della imparzialità, del distacco e dell’equilibrio, che oggi non sempre vengono tenuti nella giusta considerazione. Sarebbe una soluzione semplice, a basso costo e poco rischiosa ma non verrà imboccata per questo: essa non risolve le aspettative di impunità della classe politica, e del resto gli stessi magistrati non pare vogliano proporla.












