Una colata di fango di 180 mila metri cubi spazzò via 268 vite: 40 anni fa il disastro di Stava. L'ex magistrato Ancona: "Dimenticare vuol dire uccidere ancora quelle persone"
Alle 12.22 del 19 luglio 1985 si verificava una delle più grandi tragedie della storia del Trentino: il primo bacino della miniera di Prestavel, sopra Stava, cede e travolge il secondo più a valle e l’enorme colata di fango e detriti cancella 268 vite, spazzando via ogni cosa. L'ex magistrato Carlo Ancona: "Si è guardato puramente all'interesse economico, grosse imprudenze portarono al disastro. Dimenticare quello che è accaduto significherebbe uccidere tutte quelle persone ancora una volta"

TRENTO. Un orologio che si ferma, esattamente alle 12.22. Sono passati 40 anni dal disastro della Val di Stava, una delle più grandi tragedie della storia del Trentino e in cui persero la vita 268 persone, tra cui 28 bambini e 31 giovani non ancora maggiorenni.
Il 19 agosto del 1985, a causa del crollo del primo bacino di decantazione (che travolge il secondo) per i fanghi residuati della miniera di fluorite di Prestavel, una massa fangosa di circa 180mila metri cubi e con una velocità di 90 chilometri orari finì per abbattersi sulla valle sottostante, travolgendo anche l'abitato di Stava nel comune di Tesero e spazzando via, oltre alle numerose vite, 3 alberghi, 53 abitazioni, 6 capannoni, 8 ponti distrutti con danni stimati, nel conio attuale, di oltre 133 milioni di euro.
Nonostante la tempestività dei soccorsi in pochi si salvarono. Furono oltre 18mila le persone impegnate per settimane a scavare, usufruendo di un’impressionante mole di mezzi. Per avere un’idea del disastro, basta dire che il numero esatto delle vittime fu ricostruito con certezza solamente a un anno di distanza.
“Non poteva che crollare”, così si espresse la commissione ministeriale incaricata di indagare sul disastro. In località Pozzole erano stati costruiti i due bacini di decantazione per il materiale di scarto della miniera: il primo nel 1961 e, nonostante nel progetto iniziale dovesse misurare solo 9 metri d’altezza, alla fine arrivò a 25. Poi, nel 1969 venne realizzato il secondo bacino di decantazione.
Dopo la tragedia si avviò una lunga vicenda giudiziaria e a parlarne - intervistato da il Dolomiti, e rimanendo in sospeso sul crinale tra il professionale e il personale - è l'ex magistrato Carlo Ancona che, allora 36enne, fu il giudice istruttore del maxi processo che portò alla condanna, per disastro colposo e omicidio colposo plurimo, di alcuni dirigenti delle società che avevano gestito la miniera, oltre ai responsabili della costruzione e della gestione del bacino superiore, dei direttori della miniera e di alcuni dirigenti della Provincia di Trento.
"Ricordo che quel giorno mi trovavo in montagna, quando tornai sentii parlare del crollo di una diga e inizialmente pensai a quella di Forte Buso, ma non era così. Ricordo le prime sensazioni - inizia a raccontare Ancona - e compresi immediatamente la gravità dell'accaduto, e le difficoltà e il carico di responsabilità che mi sarei trovato ad affrontare". Poi il ricordo volge a quando per la prima volta si recò a Stava, a neanche un mese e mezzo dalla tragedia: "Inizialmente non riuscii a capire nulla di quello che era successo, sensazione condivisa con avvocati e periti che si trovavano con me. A distanza di un paio di settimane ci ritornai con consapevolezze maggiori".
Dottor Ancona, disse che a Stava toccò con mano "la banalità del male", citando Hannah Arendt.
Si ma fu una citazione solo apparente, dal momento che si riferisce al fatto che anche persone qualunque possono arrivare a fare del male terribile. Per Stava è diverso: parliamo di persone che avrebbero fatto esattamente quello che avrebbe fatto chiunque, e si trovarono a concorrere ad un evento che si è rivelato catastrofico.
Si spieghi meglio, come si arrivò a quell'immane tragedia?
Si è appurato che c'è stata una grossa imprudenza, non accompagnata ad una volontà di crimine: fu una serie di scelte che portarono al disastro. Mi spiego, non è paragonabile a quello del Vajont, dove si sapeva che qualcosa sarebbe successo: nel caso di Stava non si fecero degli studi specifici, ma si guardò puramente ad un interesse economico.
Eppure, dieci anni prima, il sindaco di Tesero chiese conferme sulla stabilità dei due bacini.
Quando a metà degli anni Settanta il sindaco di Tesero chiese conferme sulla stabilità della discarica, la Provincia incarico gli approfondimenti alla società mineraria, che delegò a sua volta il dipendente Antonio Ghirardini, il quale si stupì che gli argini fossero ancora integri. Si fecero poi degli accertamenti ma non tutti quelli necessari: vennero richiesti dei carotaggi per capire se ci fosse molta acqua nella parte profonda delle discariche, autorizzati ma non eseguiti. In seguito agli approfondimenti, il parere che fu allegato alla richiesta di estensione della discarica verso monte disse che si poteva proseguire con l'aumento della discarica, ma solo "con le dovute cautele".
Prima di proseguire, torna utile tornare sulla gestione della miniera nel corso degli anni prima del disastro: nel dopoguerra le miniere erano state gestite dal gruppo Montecatini (poi Montedison), ma nel corso del tempo passarono di mano più volte tra cui Egam (Ente gestione attività minerarie) ed Eni. Al momento del disastro, la miniera sul monte Prestavel era finita sotto la gestione della concessionaria bergamasca Prealpi mineraria.
Il tema della pluri-responsabilità fu cardinale nell'iter processuale.
Si seguirono tre categorie di ipotesi di persecuzione: le responsabilità di chi ebbe in gestione la miniera, la Provincia che avrebbe dovuto controllare e non lo ha fatto, e poi il dipendente della società incaricato di effettuare le verifiche nel 1975. La difficoltà più grande, se così vogliamo definirla, fu il fatto che negli anni si erano succedute diverse gestioni della miniera, e con esse diverse fasi di alimentazione delle discariche.
E come se ne uscì alla fine, anche in riferimento ai risarcimenti?
La sentenza stabilì la maggior parte della responsabilità alla Montedison, per aver costruito la discarica pericolosa e per non aver scritto nulla in merito alla sua pericolosità, e alla Provincia responsabile delle omissioni di controllo. Alla Prealpi Mineraria, dichiarata fallita e riconosciuta comunque responsabile, fu attribuita una responsabilità inferiore al 10 per cento. Nessuno però andò in carcere.
Nello specifico, il processo di primo grado si svolse a Trento e si concluse l’8 luglio 1988 con la condanna di 10 imputati giudicati colpevoli dei reati di disastro colposo e omicidio colposo plurimo: i responsabili della costruzione e gestione del bacino superiore che crollò per primo (i direttori della miniera e alcuni responsabili delle società che intervennero nelle scelte sulla la costruzione e la crescita del bacino superiore dal 1969 al 1985) e i responsabili del Distretto minerario della Provincia di Trento che omisero del tutto i controlli sulla discarica.
Il procedimento penale si è concluso dopo altri 4 gradi di giudizio con la seconda sentenza della Corte di Cassazione, emessa il 22 giugno 1992, che ha confermato le condanne pronunciate in primo grado, con le pene di reclusione ridotte e condonate nel corso dei vari gradi di giudizio e nessuno dei condannati che ha scontato la pena detentiva.
Venendo al risarcimenti del danno per 739 danneggiati, oltre 132 milioni di euro, questo è stato liquidato nel 2004 da Edison per conto di Montedison (31%), Eni-Snam per conto di Solmine (26%), Finimeg per conto di Imeg e Fluormine (16%) e Provincia Autonoma di Trento (27%), con il risarcimento per la perdita di vite umane che è stato quantificato come quello per infortuni stradali.
Lei ha dichiarato che in aula nessuno sembrava sentirsi responsabile di quanto accaduto. Si è domandato il perché?
La prima ragione, quasi fisiologica, è dovuta al grande orrore generato dalla tragedia, dal momento che morirono tantissime persone tra cui bambini e ragazzi, e molte persone non del luogo. Poi la questione è che non ci fu un "atto criminale" alla base della vicenda: quelle persone si sentivano coinvolte in qualcosa che era successo, ma che sarebbe potuto succedere a chiunque si fosse trovato nelle loro condizioni.
A livello personale e professionale, cos'ha portato con sé dopo aver lavorato a lungo sulla tragedia di Stava?
La consapevolezza del "limite" del mio lavoro e una grande lezione di umiltà: mi resi conto che un giudice non può rimediare ad un accaduto terribile e, nelle difficoltà che affrontai, ebbi la conferma che ogni approccio doveva essere basato su una grande presa di contatto con il dubbio.
A distanza di quarant'anni, cosa ci lascia tutto quello che è successo?
Al di là del piano giuridico, quel disastro ci lascia un messaggio forte: che la causa fu principalmente il limite del nostro pensiero di sviluppo, economico ma anche culturale, volto solo a produrre al minor costo possibile e a incrementare il profitto, anche ignorando determinati rischi.
Riflessione che suffraga ancor di più il tema dell'importanza della memoria.
Assolutamente, è fondamentale trasmettere la memoria esatta, e sottolineo esatta, di quanto accaduto e in tal senso il lavoro della Fondazione Stava 1985 è prezioso. Quando non ci sarà più memoria, come si dice, quello che è stato sarà uguale a quello che non è stato, e questo non deve verificarsi. Dimenticare ciò che è accaduto, significherebbe uccidere tutte quelle persone ancora una volta, e finché avrò voce continuerò a raccontare questa storia in modo esatto, perché quello che non possiamo permetterci è una narrazione condivisa errata.












