''Referendum, col Sì maggiori garanzie di terzietà, indipendenza e serenità nel giudizio”, Eccher (Csm): "Per il No la politica controllerà i magistrati? E' terrorismo verbale''
Intervista all'avvocata Claudia Eccher, membro laico del Csm e tra i fondatori del Comitato Sì Riforma: "La riforma porterà maggiori garanzie di terzietà, indipendenza, e serenità nel giudizio, con giudice e pubblica accusa separati nella forma e nella sostanza. Separazione carriere rafforza il contraddittorio e garantisce un confronto equo fra le parti. Lo storico Barbero? Si è espresso in un settore che non è il suo e ha visto uno squilibrio dove la riforma propone un riequilibrio"

TRENTO. In vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, il confronto sulla riforma della giustizia Meloni-Nordio si fa sempre più acceso. A sostegno del sì interviene Claudia Eccher, avvocata trentina e membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura, eletta dal Parlamento nel 2023 e tra i fondatori del “Comitato Sì Riforma”.
Intervistata da il Dolomiti, Eccher affronta i temi "caldi" relativi alla riforma - sulla quale avevano espresso le loro opinioni (discordanti) anche il giudice Carlo Ancona (QUI INTERVISTA) e l'ex parlamentare e già sottosegretario agli affari esteri Mario Raffaelli (QUI INTERVISTA) - tra cui quello della separazione delle carriere tra giudici e Pm che “garantirà maggiore terzietà e un più solido equilibrio tra accusa e difesa, rafforzando il contraddittorio”.
Eccher, analizzando le motivazioni espresse dal fronte del No (QUI ARTICOLO), risponde a chi sostiene che la riforma esponga maggiormente i magistrati all'influenza politica, definendo queste posizioni “terrorismo verbale” e difende il sorteggio visto come uno strumento per ridurre il peso delle correnti nel Csm.
Una riforma, sostiene Claudia Eccher, che non “rappresenta una rivincita della politica, ma il completamento della riforma Vassalli del 1989” e che è sostenuta anche da “illustri accademici e giuristi da sempre considerati vicini al centrosinistra”. Una replica, infine, anche alla presa di posizione dello storico Alessandro Barbero che “ha visto uno squilibrio proprio dove la riforma propone un riequilibrio”.
Ogni riforma della giustizia non è solo tecnica ma riflette un’idea di società e di potere. Qual è l’idea di giustizia che questa riforma propone ai cittadini? In parole più dirette: questa riforma mira a cambiare solo l’organizzazione della magistratura o anche il modo in cui il cittadino si rapporta alla giustizia?
La riforma non riguarda solo l’organizzazione della magistratura ma soprattutto il modo in cui il cittadino potrà rapportarsi alla giustizia, ed è per questo che invito tutti ad andare a votare. Tutti prima o poi possiamo dover entrare in un’aula di giustizia, a volte anche senza colpa. La riforma porterà maggiori garanzie di terzietà, indipendenza, e serenità nel giudizio, con giudice e pubblica accusa separati nella forma e nella sostanza. Non è punitiva nei confronti della Magistratura semmai è vantaggiosa per i cittadini. Chi vorremmo al di là del bancone il giudice migliore o colui che è stato favorito dalla corrente di appartenenza?
La separazione delle carriere è un tema centrale e discusso: per sostenitori del “Sì” garantisce la terzietà del giudice, per i sostenitori del “No” rompe l’equilibrio costituzionale della magistratura. Che tipo di rapporto tra accusa, difesa e giudice delinea concretamente questo modello?
Separare le carriere significa mettere il giudice in una posizione di reale distacco, facendolo diventare un arbitro imparziale tra accusa e difesa. Questo rafforza il contraddittorio e garantisce un confronto equo fra le parti contrapposte. Quante volte abbiamo visto il Gip appiattirsi sulle richieste del Pm, sia sulla custodia cautelare in carcere, che sulle intercettazioni? Dobbiamo inoltre considerare che nella maggior parte dei Paesi democratici europei - come Germania, Spagna e Portogallo - le carriere di giudici e pubblici ministeri sono separate. È invece l’Italia a costituire una rara eccezione nel panorama delle liberal-democrazie.
Secondo il partito del “No”, il rischio è che questa riforma esponga maggiormente i magistrati all’influenza politica. Cosa risponde?
È terrorismo verbale, che formula un improprio processo alle intenzioni, e che sinceramente trovo aberrante soprattutto quando proviene dagli stessi Magistrati. La separazione dei poteri non viene minimamente toccata dalla riforma, e il nuovo articolo 104 non solo chiarisce che la magistratura, nel suo complesso, continua a costituire un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, ma estende esplicitamente questa garanzia sia ai magistrati della carriera giudicante sia a quelli del pubblico ministero.
Sempre i contrari sostengono che la separazione delle carriere possa trasformare il Pubblico Ministero in una figura sempre più orientata all’accusa e meno alla ricerca della verità. Qual è la sua idea in merito, sia sul piano culturale che giuridico?
Premesso che attualmente abbiamo avuto numerosi esempi di pubblici ministeri più orientati all’accusa e meno alla ricerca della verità - tutti ricordiamo la recente vicenda sanzionata anche penalmente che ha visto protagonisti due Pm della Procura milanese nel processo contro una delle maggiori società quotate italiane - credo che questo aspetto non venga minimamente inciso dalla riforma ma riguardi la sensibilità ed il senso del dovere del singolo Magistrato. Vi sono delle contraddizioni evidenti tra chi dice che il Pm diventerà un super poliziotto, e chi invece ritiene che con la riforma perderà la propria autonomia e indipendenza.
Parla di contraddizioni, può spiegarsi meglio?
La più evidente contraddizione dei sostenitori del no riguarda la cosiddetta cultura della giurisdizione: se il Pm deve avere la stessa cultura del giudice per essere equilibrato, allora si ammette implicitamente che oggi esiste una vicinanza psicologica tra i due. Ma la Costituzione richiede che il giudice sia terzo e imparziale. Come può il giudice essere davvero "terzo" se condivide la stessa appartenenza associativa, la stessa carriera e lo stesso organo di autogoverno (il CSM) con una delle parti in causa, cioè l'accusa?
La riforma nasce in una fase storicamente segnata da tensioni tra politica e magistratura. Come si evita che venga letta come una “rivincita politica” piuttosto che come un riequilibrio istituzionale?
Illustri accademici e giuristi da sempre considerati vicini al centrosinistra, quali Barbera, Cassese, Ceccanti, Fiandaca, Manes sono a favore della riforma. Questo deve far capire che non vi è alcuna rivincita della politica ma il completamento della riforma del 1989 che porta il nome dell’allora Ministro della giustizia Giuliano Vassalli, grande giurista ed eroe della Resistenza. È un riequilibrio istituzionale nell’interesse del cittadino che attendiamo da ormai troppi anni.
Venendo al sorteggio dei componenti del CSM, questo viene presentato come uno strumento per superare il correntismo, ma c’è chi lo interpreta come una sfiducia nei meccanismi rappresentativi e meritocratici. La vede come una soluzione temporanea o un nuovo modo di intendere l’autogoverno della magistratura?
Il sorteggio non svilisce la magistratura ed il suo organo di autogoverno ma serve a liberare i due CSM dal peso delle correnti, che attualmente condizionano nomine, valutazioni di professionalità, decisioni disciplinari. Quindi è anche una forma di liberazione per tutti i magistrati, che torneranno ad essere valutati per i loro meriti e non per la loro appartenenza ad una corrente. La vedo finalmente come un nuovo modo di intendere il governo autonomo e non una soluzione temporanea, perché credo che se ogni giorno nelle aule di Tribunale i Magistrati possono decidere su libertà e patrimonio degli italiani, non avranno problemi a decidere le sorti della carriera dei loro colleghi. In ogni caso i decreti attuativi fisseranno dei requisiti di anzianità, quindi chi siederà nei due CSM avrà una sicura esperienza presso gli uffici giudiziari che consentirà di svolgere al meglio l’incarico quadriennale.
L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare punta a rafforzare la responsabilità dei magistrati. Dove passa, a suo avviso, il confine tra responsabilità e possibile condizionamento dell’autonomia?
L’Alta Corte sarà un organo costituzionale composto da giuristi di assoluto livello. La sua separazione dall’organo di autogoverno e la sua composizione mista, con componenti anche nominati dal Presidente della Repubblica, sono convinta che non renderà i magistrati meno liberi ma ancor più degni della fiducia di cui devono godere presso i cittadini. Ogni magistrato sarà più responsabile delle proprie azioni garantendo una maggiore professionalità e correttezza, ed i giudici che commetteranno errori saranno chiamati a risponderne.
Molti osservano che questa riforma non interviene sui tempi della giustizia, uno dei problemi più avvertiti. Perché proporre una riforma costituzionale che non affronta direttamente il problema?
Qui si entra nel campo del cosiddetto 'benaltrismo', l’atteggiamento di chi elude un problema sostenendo che ce ne sono ben altri e più importanti da affrontare. Questa riforma affronta i problemi cruciali della terzietà del giudice, della vera autonomia del CSM e di una Corte disciplinare non eletta da potenziali incolpati. Farà acquistare ai cittadini più fiducia nella giustizia e di conseguenza sarà benefica per la certezza dei rapporti giuridici ed economici. Inciderà sicuramente anche sui tempi della giustizia perché senza l’appoggio delle correnti i Magistrati meno laboriosi avranno più difficoltà ad ottenere gli avanzamenti di carriera e dunque saranno incentivati ad essere più produttivi. Si valorizzerà finalmente il merito e non l’appartenenza ad una corrente piuttosto che ad un’altra.
Intellettuali e studiosi autorevoli, per citarne uno Alessandro Barbero, hanno sostenuto il “No” parlando di un possibile squilibrio democratico. Si aspettava queste prese di posizione nette? E poi: ritiene che queste derivino da “vizi” nella lettura del testo o da una diversa visione dei rapporti tra i poteri dello Stato?
Il Professor Barbero è uno storico autorevole, e proprio perché conosce la storia dovrebbe sapere che la stessa è soprattutto evoluzione. La storia ci insegna che le istituzioni evolvono per non morire: oggi la separazione potrebbe essere l'innesto necessario per rendere il 'giusto processo' previsto dall’art. 111 della Costituzione una realtà e non solo un'aspirazione cartacea. Credo inoltre che si sia espresso in un settore che non è il suo e dunque abbia visto uno “squilibrio” proprio dove la riforma propone un riequilibrio.
Torniamo al tema referendum: spesso quelli costituzionali vengono percepiti dalle persone come troppo "tecnici e lontani" ed il rischio è proprio quello di ricondurli ad un mero giudizio politico, oppure sfociare nell'astensionismo. Perché è importante andare a votare, sia che sia per il “Sì” o per il “No”?
Andare a votare è fondamentale, è un diritto ed un dovere soprattutto quando vi sono quesiti che riguardano la Costituzione. Invito tutti i cittadini a recarsi alle urne perché la riforma propone un cambiamento che incide direttamente sulla nostra vita quotidiana, sull'economia e sulla qualità della nostra democrazia. Spesso percepiamo la giustizia come qualcosa di lontano, finché non ci troviamo coinvolti in una causa civile infinita o, peggio, in un errore giudiziario. Invito sempre tutti ad informarsi sulla riforma e a recarsi alle urne il 22 e 23 marzo. La vera vittoria sarà ridare fiducia alla Magistratura operosa e silente che non è mai stata valorizzata perché non correntizzata. Rimettiamo al centro il merito, i diritti dei cittadini, rendiamo appetibile il nostro Paese agli investitori esteri con una giustizia equa ed efficiente. Questa volta i giudici siamo noi solo, e soltanto noi, e con il nostro voto potremo migliorare le vite di tutti.












