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| 10 nov 2025 | 06:00

"Riforma della giustizia tutela sia cittadini che magistrati e non li espone all'influenza politica. Sbagliato trasformarla in scontro ideologico. Accuse di Schlein? Infondate"

L'ex parlamentare e già sottosegretario agli affari esteri Mario Raffaelli (Azione) commenta la Riforma della Giustizia voluta dal Governo Meloni, con annesso referendum per cui sono state presentate le firme, e riflette sul "controsenso" della sinistra che ha abbandonato l'atteggiamento riformista sul tema, ma anche sul rapporto politica-giustizia-opinione pubblica in Italia 

TRENTO.La riforma della giustizia colma finalmente un vuoto rimasto aperto per troppo tempo, tutelando al tempo stesso cittadini e magistrati. Libera i giudici dalla gabbia delle correnti, responsabili nel tempo di disfunzioni e scandali, e introduce due novità di grande valore: il secondo Consiglio superiore della magistratura e l’Alta Corte Disciplinare. In vista del referendum, però, è fondamentale che il dibattito resti sul merito e non si trasformi in uno scontro politico: serve un confronto maturo, trasversale alle posizioni ideologiche”.

 

Nei giorni in cui si fa “caldo” il dibattito sulla riforma della giustizia – pilastro del Governo Meloni e che ha ottenuto il “sì” del Parlamento, non incassando però la maggioranza dei due terzi né alla Camera né al Senato e che dovrà quindi passare da un referendum confermativo – ad analizzare i tratti salienti della questione, sia sul piano giuridico che politico, è l'ex parlamentare già sottosegretario agli affari esteri Mario Raffaelli, ora nelle file di Azione.

 

In una lunga intervista concessa a il Dolomiti, Raffaelli riflette anche su temi cardinali come quello dell'indipendenza della magistratura dal potere politico, sul rapporto tra politica-giustizia-opinione pubblica in Italia e anche, con uno sguardo storico-politico, sulla strada imboccata dalla sinistra italiana che, dalla fine degli anni Ottanta, ha progressivamente abbandonato la sua posizione riformista soprattutto sul tema della separazione delle carriere tra giudici e Pm.

 

Ma prima di dare spazio al pensiero dell'ex parlamentare Raffaelli, tracciamo le fila dei punti fondamentali e del “percorso” del disegno di legge per modificare il Titolo IV della Costituzione.

 

Separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, l'istituzione di un doppio Consiglio superiore della magistratura e di un'Alta Corte disciplinare: questi i cardini della riforma che necessita ora di un referendum confermativo. Mercoledì 5 novembre, in quest'ottica, sono state presentate alla Corte di Cassazione, da parte dei senatori dei partiti sostenitori del governo, le firme utili per chiederlo. Ora la Corte avrà un mese di tempo in cui esaminerà la richiesta, dopodiché il fascicolo passerà al Presidente della Repubblica che, su proposta del Consiglio dei Ministri, fisserà la data del referendum. L'obiettivo? Secondo i piani del Ministro Nordio questo dovrebbe tenersi tra marzo e aprile del 2026.

 

Raffaelli, analizzando i tratti salienti della riforma qual è il suo giudizio in merito?

 

Partendo dalla separazione della carriere di Pm e giudici, credo sia un atto dovuto e una conseguenza diretta, anche se molto in ritardo, della riforma Vassalli del 1988 con cui si passava dal rito inquisitorio al rito accusatorio: già allora si sarebbe dovuto provvedere a distinguere la figura del Pm – che rappresenta l'accusa e messo sullo stesso piano della difesa – da quella del giudice, chiamato a dirimere la controversia in posizione terza rispetto alle parti. Questo non avvenne, ma l'esigenza si è fatta più forte dopo l'introduzione dell'articolo 111 della Costituzione sul Giusto Processo. Qualcuno obbietta che la riforma 'Cartabia', distinguendo le funzioni, abbia risolto il problema, ma non è così. Dal momento che, rimanendo un'unica carriera, è rimasta una oggettiva contiguità fra chi accusa e chi è chiamato a giudicare. Tant’è che, in un unico CSM, Pm e giudici si giudicano a vicenda. Inoltre negli ultimi anni, per ragioni storiche anche a causa dell’enorme esposizione causata dai mass media, i Pm hanno assunto un peso mediatico enorme, con effetti importanti sull'opinione pubblica che spesso ritiene che i Pm siano giudici (così, del resto, genericamente definiti da buona parte dei media). In questo modo le prime ipotesi accusatorie assumono per molti i contorni di fatti provati. Ecco perché, in sintesi, questa riforma non difende i “potenti" ma i cittadini in quanto tali, che devono potersi fidare di un sistema dove l’accusa e la difesa siano davvero sullo stesso piano.

 

Oltre alla separazione della carriere, è bene riflettere anche sull'istituzione di un secondo Consiglio superiore della magistratura e dell’Alta Corte Disciplinare.

 

La prima è una conseguenza diretta del primo punto: se ci sono due carriere, devono esserci anche due Consigli superiori. L’obiezione secondo cui questo porterebbe a una subordinazione della magistratura al potere politico è infondata e, anzi, ad essere rafforzata è l’autonomia dei magistrati. L’articolo 104 stabilisce che i Pm sono totalmente indipendenti e anche l'introduzione del meccanismo del sorteggio per entrambi i CSM – una delle novità più importanti – punta a porre fine alla degenerazione correntizia che ha segnato negativamente nel tempo la magistratura, condizionando anche la carriera dei magistrati. Per quanto riguarda poi l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, chiamata a giudicare il comportamento dei magistrati, questa permette di colmare un vuoto creatosi dopo il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Oggi la magistratura è l’unica categoria in cui di fatto "non si paga mai" o, nei rari casi di una responsabilità riconosciuta, a pagare è lo Stato. Per tacere delle valutazioni sulla professionalità dati dall’attuale CSM che, negli anni, ha riconosciuto sempre l’eccellenza tra il 98 e il 99% dei casi.

 

Questa riforma si inserisce in un clima politico molto polarizzato. Secondo lei, quanto è fondamentale discutere nel merito la riforma, evitando che il tutto si trasformi in un mero giudizio politico?

 

È fondamentale. Purtroppo, come spesso accade nei referendum, il rischio è che il voto venga caricato di significati politici. Un caso esemplificativo è quello del 2017, quando Matteo Renzi "personalizzò" il referendum costituzionale con la formula “se non passa mi dimetto”. Giorgia Meloni, in questo caso, è stata più intelligente: ha separato il suo ruolo, e quello del governo, dall’esito del voto. Il pericolo però è sempre lo stesso: che non si discuta del merito, ma si ricorra piuttosto ad accuse infondate come quelle formulate da Elly Schlein, secondo cui saremmo “alla vigilia dei pieni poteri” o di “una democrazia a rischio”. Si tratta di affermazioni prive di qualsiasi fondamento, così come lo è dire, dall’altro lato, che i magistrati sono tutti contro il governo. Per evitare questa deriva serve il coraggio di assumere posizioni trasversali. Personalmente, sono di sinistra e non mi interessa se, su questo tema, voto come la destra: fortunatamente una parte importante della sinistra riformista ha preso posizione a favore della riforma. Parlo di casi esemplari di personalità del Pd come Augusto Barbera (già Presidente della Corte Costituzionale) o di Cesare Salvi (già Presidente del Senato), parlo di Claudio Petruccioli, di Enrico Morandi, di Giorgio Tonini, del costituzionalista Ceccanti. Serve, insomma, maturità politica e onestà intellettuale, giudicare la riforma in base all’interesse ai fatti, all’interesse dei cittadini, non delle parti. Solo così si evita la polarizzazione e si restituisce senso al referendum come strumento di confronto civile. 

 

Approfondendo un concetto che lei ha già sottolineato, uno dei "timori" è proprio quello che questa riforma esponga maggiormente i magistrati all'influenza politica.

 

Avviene esattamente il contrario: questa riforma rafforza l’indipendenza della magistratura. Basterebbe guardare ai fatti: in tutti i Paesi occidentali dove le carriere di giudici e pubblici ministeri sono separate non esiste alcuna subordinazione al potere politico. Perfino in Francia, dove oltre alla separazione è previsto un collegamento con il Ministro della Giustizia, un ex presidente come Sarkozy è stato condannato. Chi sostiene il contrario, insomma, fa un processo alle intenzioni ipotizzando che in futuro potrebbero arrivare leggi che minino quell'autonomia. Ma oggi questa riforma non lo fa, e va giudicata per ciò che è, non per ciò che non esiste ma si teme possa accadere in futuro.

 

Virando su un'analisi storico-politica, la separazione delle carriere è stato a lungo un cavallo di battaglia della sinistra. Perché, a suo avviso, questa tradizione riformista è stata progressivamente abbandonata?

 

È proprio l’effetto di quando l’interesse politico immediato prevale sulla volontà di affrontare i problemi. La sinistra (meglio, il PCI-Pd) è diventata giustizialista quando, con Tangentopoli, sostenendo in maniera indiscriminata l’intervento dei giudici ne ha guadagnato la benevolenza e ne ha favorito un’azione generalizzata tale da modificare completamente il panorama politico. La destra è diventata invece garantista con i processi a Berlusconi: che però, più che alla separazione delle carriere, era interessato alle leggi “ad personam”. Il vero garantismo è invece sempre stato una principio di sinistra: ed è grottesco che la sinistra, nata nell'Ottocento protestando sotto le carceri, rischi di finire ad applaudire sotto i tribunali. In un tale contesto, poi, molti magistrati si rendono conto del rischio di ricoprire in questa "battaglia" un ruolo da soggetto politico. Riassumendo, si può dire che abbandonare gli argomenti faziosi serve ad evitare che il risultato, qualsiasi esso sia, abbia effetti destabilizzanti e a riportare il ruolo dell’istituto referendario al suo ruolo naturale: confronto e decisione sul tema concreto proposto e non sulla qualità dei governi in carica o su inesistenti richieste di “pieni poteri”.

 

Un altro tema che viene messo “sul tavolo” da chi si oppone alla riforma è il “pericolo” che una questa, in quanto "guidata" da un governo di centro- destra, possa alterare i delicati equilibri costituzionali.

 

Parliamo della traduzione di un articolo della Costituzione, votato peraltro dalla sinistra: come è possibile quindi che questo alteri gli equilibri costituzionali? Se si legge l'articolo 111, questo recita: “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge e ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Semmai ci si può chiedere: questa riforma poteva essere, in qualche modo, fatta meglio? Certo, in quest'ottica sarebbe però servito che “la controparte”– invece che fare le barricate e dire subito che si trattava di un'eversione dello Stato – si fosse misurata sui contenuti. Questo non esclude che, in futuro, non si possano apportare miglioramenti.

 

Raccogliamo l'assist, lei vede dei "punti deboli" o che comunque potrebbero essere migliorati?

 

Sicuramente non bisogna pensare che questa riforma sia la panacea di tutti problemi della giustizia: risolve infatti solo la questione del rapporto del cittadino di fronte alla giustizia e della “politicizzazione” delle correnti nella magistratura. Tutti gli altri problemi relativi ad una migliore efficienza del sistema della giustizia vanno affrontato con leggi e provvedimenti specifici, rafforzando i numeri dei magistrati, la loro preparazione e gli strumenti in loro dotazione, tante cose da fare in futuro. Lo stesso meccanismo del sorteggio, introdotto come misura radicale, potrebbe essere in futuro sostituito da qualche alternativa che ne assicuri, con diverso metodo, lo stesso risultato. Ma oggi, di fronte alla pietrificazione delle correnti dentro il CSM, credo fosse più che giustificato. E non mi pare fondata la critica di chi la ritiene una misura umiliante per i magistrati, visto che non si tratta di un sorteggio fra passanti ma fra magistrati dotati di preparazione e delle qualità per svolgere anche quel compito. Anzi, sotto questo profilo, mi sembra una misura che rende maggiormente libero e indipendente ciascun magistrato.

 

Torniamo al tema referendum: spesso quelli costituzionali vengono percepiti dalle persone come troppo "tecnici e lontani" ed il rischio è proprio quello di ricondurli ad un mero giudizio politico. Come risolvere questa criticità?

 

Questo problema può essere risolto. ancora una volta, solo attraverso la capacità da parte della politica di trattare il tema concretamente, evitando i toni apodittici e, in questa direzione, anche i mass media devono avere la volontà e la capacità di tradurre il messaggio in questi termini. Le faccio un esempio che mette in luce l'importanza per i cittadini della questione affrontata: siamo il Paese con il più alto numero di persone in carcere in attesa di giudizio e la metà di queste, statistiche alla mano, verranno assolte. Solo che questo accade dopo molti anni. Perché se i collegi giudicanti sono sempre in grado di decidere senza condizionamenti, non sempre questo accade di fronte al GIP spesso strutturalmente debole nei confronti degli uffici del Pm. Un Pm che, ripeto, nella percezione collettiva non è una “parte” ma un giudice.

 

Alla luce di queste riflessioni, una battuta conclusiva: anche l'approccio a questa riforma mette in luce alcune criticità nel rapporto tra politica, mondo della giustizia e opinione pubblica. Qual è il polso della situazione, ora, in Italia?

 

La distanza dalla politica non è mai stata cosi ampia come oggi. Ma, nel frattempo, anche la fiducia nella magistratura è crollata rispetto al passato, come è dimostrato da ogni sondaggio. Il giudizio, in parte diverso, sulle vicende di Tangentopoli e, soprattutto, una serie di vicende disdicevoli dal caso Palamara in poi, hanno prodotto questo risultato. Non è certo un Paese sano quello in cui politica e magistratura condividono, sia pure in forme diverse, il distacco dalla cittadinanza. Anche per questo il risultato del referendum dovrebbe aiutare ad invertire questo trend. Ma ciò dipenderà in gran parte da come la partita sarà giocata.

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