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Trento
12 marzo | 19:03

“Referendum, in gioco l'indipendenza della magistratura”, Bachelet (Comitato per il No): “Separazione carriere? Specchietto per le allodole per giustificare demolizione Csm"

Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società Civile per il No, farà tappa a Trento e intervistato da il Dolomiti si sofferma sui alcuni dei nodi al centro del dibattito sul referendum della giustizia: "La demolizione del Csm finalizzata ad una magistratura più docile con i potenti e più cattiva con i poveretti non è un problema per i magistrati, ma per noi cittadini"

TRENTO. Dall'autonomia e l'indipendenza della magistratura al ruolo del Csm in quanto presidio dello stato di diritto, fino ai possibili effetti sull’equilibrio tra potere politico e giudiziario. Questi alcuni dei temi affrontati dal professor Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società Civile per il No, nell'intervista concessa a il Dolomiti in cui si sofferma sui alcuni dei nodi al centro del dibattito sul referendum della giustizia in programma il 22 e il 23 marzo.

 

Bachelet farà tappa a Trento venerdì 13 marzo e sarà protagonista di un doppio appuntamento. Alle 17 alla sala della Cooperazione in via Segantini di un incontro pubblico in cui verranno approfondite le ragioni del no – in dialogo con l'ex magistrato Giovanni Kessler, l'ex parlamentare Marco Boato, i docenti universitari Chiara Cristofolini e Michele Nicoletti e Emma Artoni dell'Unione degli Universitari di Trento.

 

Alle 20.30 a Palazzo Geremia in Sala Falconetto è invece previsto un confronto a più voci sul Sì e sul No in cui interverranno, oltre a Bachelet, l'avvocato Andrea De Bertolini, consigliere provinciale del Partito Democratico, e la docente di diritto costituzionale all'università di Trento Lucia Busatta.

Nell'intervista Giovanni Bachelet - già professore di fisica alla Sapienza, ex deputato del Partito Democratico e figlio di Vittorio, l'allora vicepresidente del Csm assassinato dalle Brigate Rosse nel 1980 - si sofferma poi sui punti a centrali del referendum, e della riforma: dalla separazione delle carriere alla modifica del sistema di governo autonomo della magistratura, fino all'importanza di andare a votare a prescindere dalla scelta.

 

Professor Bachelet, lei presiede il Comitato della società civile per il “No”. Che cosa l’ha convinta a impegnarsi direttamente nella campagna referendaria su questa riforma della giustizia?

 

L’importanza della posta in gioco: l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario, fino ad oggi garantito dal Consiglio Superiore della Magistratura, felice invenzione dell’Assemblea Costituente. E la volontà di testimoniare, alla testa di un immenso comitato di cittadini estranei alle professioni legali e alla politica, che in gioco non sono veri o presunti privilegi dei magistrati, ma lo stato di diritto per i nostri figli e i nostri nipoti.

 

Il referendum del 22 e 23 marzo interviene su un tema molto specifico dell’ordinamento costituzionale. Qual è, secondo lei, il punto centrale della riforma su cui i cittadini dovrebbero concentrare la propria attenzione?

 

Lo ha suggerito a fine gennaio il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, senza prendere posizione sulla scelta finale degli elettori: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, preziosa eredità delle madri e dei padri costituenti, finora garantita dal Csm.

 

La separazione delle carriere è un tema centrale e discusso: per i sostenitori del “Sì” garantisce la terzietà del giudice, per i sostenitori del “No” rompe l’equilibrio costituzionale della magistratura. Che tipo di rapporto tra accusa, difesa e giudice delinea concretamente questo modello?

 

Nel rapporto tra accusa, difesa e giudice la separazione delle carriere non gioca alcun ruolo. Basti pensare che da decenni, ben prima della progressiva separazione delle funzioni, divenuta nel 2022 quasi completa con la legge Cartabia, nei processi di primo grado e di appello il giudice dà ragione al Pm, e condanna l’imputato, circa metà delle volte, l’altra metà lo assolve. Per chi, malgrado questi numeri, ritenesse ancora la separazione delle carriere un obbiettivo irrinunciabile, sarebbe utile sapere che tale separazione, secondo una sentenza della Corte Costituzionale del 2000, all’epoca presieduta da Giuliano Vassalli, è pienamente compatibile con la Costituzione vigente. La separazione delle carriere non richiede, in altre parole, modifiche costituzionali. Tanto meno lo “spezzatino” in tre del Csm, che è invece il pezzo forte della legge Nordio, passata come un rullo compressore sul Parlamento, sulla quale voteremo Sì o No il 22 e 23 marzo. Ma la cosa più notevole è che tale spezzatino contraddice vistosamente il principio della separazione delle carriere: infatti nell’Alta Corte Disciplinare, fra i tre creati dalla legge Nordio l’organo più delicato, sbilanciato a favore del potere politico e bizzarro, i pubblici ministeri e i giudici siedono insieme. La separazione è uno specchietto per le allodole per giustificare la demolizione del Csm, fino a oggi garante dell’autonomia e indipendenza della magistratura.

 

Venendo al sorteggio dei componenti del Csm, questo viene presentato come uno strumento per superare il correntismo: può esprimere il suo giudizio?

 

Le diverse correnti di pensiero fra i magistrati che eleggono due terzi del Csm, come i partiti che nel Parlamento eleggono il rimanente terzo, possono essere e sono state fecondo strumento di orientamento delle decisioni tecnico-politiche del Csm - pensiamo al Movimento per la Giustizia fondato nel 1988 da Giovanni Falcone, Mario Almerighi, Armando Spataro ed altri - o strumento di potere. Chi le demonizza e propone il sorteggio o è ingenuo - se davvero i magistrati fossero tutti delinquenti, senza mandato elettorale i sorteggiati sarebbero ancora più liberi di fare imbrogli a titolo personale - o è un nostalgico del partito unico: prima di Nordio e Meloni solo Giorgio Almirante, nel 1971, aveva proposto di sorteggiare i membri togati del Csm. E poi perché sorteggiare i magistrati e lasciare invece che il Parlamento elegga una, più o meno lunga, lista da cui estrarre i propri membri del Csm? I magistrati sono a rischio corruzione più dei parlamentari? La storia patria non lo suggerisce.

 

Lei ha sostenuto che la riforma non riguarda soltanto l’organizzazione della magistratura ma l’equilibrio tra i poteri dello Stato. In che modo queste modifiche inciderebbero sul rapporto tra potere giudiziario e potere politico?

 

L’Alta Corte Disciplinare non è più presieduta dal Presidente della Repubblica ma da uno dei “politici”, ha un rapporto numerico meno favorevole dell’attuale Csm fra magistrati e politici (quelli nominati dal Parlamento), ha collegi disciplinari nei quali la legge ordinaria potrà mettere in minoranza i magistrati, stravolgendo l’attuale rapporto di 2 a 1 nella sezione disciplinare del Csm. E poi l’unico Csm oggi non è solo un ufficio di collocamento dei magistrati: dà pareri obbligatori, consultivi, sugli atti del Governo e del Parlamento di argomento giudiziario, stabilisce l’organizzazione delle procure e molti altri aspetti dell’amministrazione della giustizia, prima della Costituente in capo al Ministro. Quale dei tre nuovi organismi assumerà queste funzioni?

 

Lei richiama anche il confronto con esperienze storiche e con altri ordinamenti europei sul tema dell’indipendenza della magistratura. Quali elementi ritiene più significativi in quest'ottica?

 

Il Csm è una felice invenzione della nostra Assemblea Costituente che molte democrazie ancora più giovani della nostra hanno ripreso nelle loro costituzioni. È anche il primo organo sul quale, da Orban in giù, i governi tendenzialmente autoritari mettono le mani. Era la bestia nera di Berlusconi, che però, pur avendo vinto più volte le elezioni, non riuscì mai a scardinarlo perché anche a destra c’erano parecchi liberali affezionati allo stato di diritto e alla separazione dei poteri. Solo il ricatto di un governo che ha vietato alla propria maggioranza di fare emendamenti ha consentito questa manomissione degli equilibri costituzionali.

 

Torniamo referendum. Spesso quelli costituzionali vengono percepiti dalle persone come troppo "tecnici e lontani" e il rischio è quello di ricondurli solo a giudizio politico, oppure di sfociare nell'astensionismo. Perché è importante andare a votare, sia che sia per il “Sì” o per il “No”?

 

Perché la demolizione del Csm finalizzata ad una magistratura più docile con i potenti e più cattiva con i poveretti non è un problema per i magistrati, ma per noi cittadini. E poi l’Articolo 1 dice che chi vince le elezioni deve esercitare la sovranità popolare “nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione”: sia che riguardino le persone comuni, sia che riguardino chi ci governa, i controlli di legalità sono una garanzia alla quale noi cittadini non intendiamo rinunciare.

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