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26 settembre | 19:57

"Venne da me con una marmotta tra le mani insanguinate, poi la mise nello zaino e scalò una montagna". Così iniziò il sogno di Kugy di reintrodurre questa specie sulle Alpi

Protagonisti della singolare vicenda sono due alpinisti triestini, Vladimiro Dougan e Julius Kugy. Il noto botanico, dopo una vacanza nel Delfinato, sognò di farsi "impresario di marmotte" e loro strenuo difensore con il desiderio di ripopolare le Alpi Giulie con decenni di anticipo rispetto ai progetti ben più strutturati arrivati in seguito, figli di una sensibilità ambientale che trova in questa figura un importante antesignano

"Venne da me con una marmotta tra le mani insanguinate, poi la mise nello zaino e scalò una montagna"

TRIESTE. Una marmotta catturata tra i sassi e infilata in un sacco, poi, la partenza nel cuore della notte per un'avventurosa scalata in alta montagna, con il povero roditore che si dibatteva nello zaino, fino a uno dei primi tentativi di reintroduzione di questi animali nelle Alpi Giulie documentati nel Novecento. Sono gli ingredienti di una delle più singolari vicende della storia dell'alpinismo, raccontata dal triestino Vladimiro Dougan assieme al decano degli alpinisti triestini Julius Kugy, e tramandata negli annali della rivista “Alpi Giulie” della Società alpina delle Giulie, sezione Cai di Trieste.

 

Tutto inizia nel 1913. Dougan è un giovane e valente alpinista nato a Trieste da una famiglia slovena, che ormai da qualche anno si muove tra il Carso e le Giulie assieme al suo mentore, proprio Kugy, che lo ha preso sotto la sua guida indicandogli la via maestra verso un alpinismo senza confini.

 

Ma in quell'anno i due si preparano a qualcosa di diverso. Kugy decide di tornare con Dougan in un luogo che considera speciale, nelle Alpi francesi, tra il Delfinato e la Savoia, per trascorrere le vacanze vivendo l'esperienza alpinistica sulle Occidentali, e arrampicare sul gruppo del Thabor, un maestoso massiccio che supera i tremila metri. E' durante il soggiorno accade un fatto inaspettato.

 

"Dougan passava il tempo alla meglio giocando con i bambini o cavalcando l’asino dell’alpe", scrive Kugy. "Un pomeriggio arrivò con le mani sanguinanti e con una piccola marmotta selvaggia. L’aveva presa tra i massi della morena dopo aver incontrato strenua resistenza". La povera bestiola doveva in effetti essere comprensibilmente molto spaventata, tanto che viene riportato come l'animale, dalla disperazione, si scagliasse senza sosta contro i due alpinisti.

 

“La mettemmo in un sacco di tela che venne collocato sopra lo zaino di Dougan – prosegue Kugy -. Così fece l’ascensione al Pic e Mont Thabor”.

 

Un'ascensione nella quale ancora una volta il dottor Kugy non manca di evidenziare la sicurezza e le grandi doti di Dougan su roccia, nonostante l'animale attaccato allo zaino.

 

Come si evince dagli scritti, Dougan è un ragazzo energico (aveva in quel momento poco più di vent'anni), incline al gioco e allo scherzo, e possiamo supporre come in quella circostanza e a quell'epoca, certe questioni sul benessere degli animali potessero venir prese alquanto alla leggera.

 

Il racconto dell'episodio viene ripreso dal periodico del Cai alternando il punto di vista di Kugy con quello dello stesso Dougan, che sulla vicenda scrive: "Dopo lungo consigliarsi decidemmo che la marmotta farà la salita del Pic Thabor nel mio zaino. Alla 1 di notte era veglia, alle due partenza, alle quattro al momento del sorgere del giorno eravamo sui nevai. Un ripido canalone che si restringe poi in un ripido camino ci portò mediante una bellissima arampicata in cima. Non so se durante questa arampicata, la marmotta fischiava in segno di piacere per il sole che la riscaldava o pure per il poco delicato trattamento che subiva durante la arampicata”.

 

Probabilmente di fronte alla scena, oggi saremmo più inclini verso la seconda opzione. Ma Kugy, invece, in quell'occasione dimostra ben presto tutta quella sensibilità verso la natura per la quale ancora è ben noto e considerato.

 

“Durante la ripidissima discesa del Pic ero molto in pensiero che potesse farsi male – scrive l'alpinista e botanico -, perché lo zaino era sempre in posizione pericolosa tra la schiena di Dougan e le rocce taglienti. Quando si sentiva troppo sballottata, la bestiola protestava con fischi energici e striduli”. Kugy ribattezza la marmotta “Pic Thabor”, e poi chiude: “Dougan la portò a Trieste...”.

 

Il viaggio dei due verso Trieste dal Delfinato francese deve essere stato piuttosto turbolento con la povera marmotta che non trovava pace. “Avanti Milano in treno persino mi scappò”, aggiunge Dougan, e non risulta noto che fine abbia fatto in seguito. L'aspetto sorprendente riguarda invece Kugy, che rimane colpito dalla tenerezza e dalla bellezza dell'animale, al punto da indurlo a prendere una decisione inaspettata, ripopolare di marmotte le Alpi Giulie.

 

“Ecco la bestiola tranquilla che mi guardava", ricorda il dottore quasi commuovendosi. "Chi altri può avere un occhio bello, dolce, quieto, puro, tagliato così a mandorla, il bianco un po’ cangiante nell’azzurrino, le grandi pupille di velluto bruno, con quell’espressione di bontà, pazienza, fiducia, ingenua purezza? Non occorre cercare, lo so io, non può essere che la marmotta. Poi concepii un piano audace: volevo farmi impresario di marmotte. Ne volevo raccogliere parecchie ed esporle nelle Alpi Giulie. Sapevo già dove: nella valle di Riofreddo dove ho un giaciglio in mezzo ai rododendri. Là c’è acqua, buona erba – descrive lo scrittore -, una bella fioritura di composite, macigni sparsi, ghiaioni, sfasciumi, terra tenera. A proteggerle dalle insidie penserò io. Parlo col re di Sassonia quando va a caccia nella Saisera, e nella valle di Riofreddo. Punizioni esemplari per chi disobbedisce. Niente perdono a chi mette le mani addosso a una marmotta”.

 

Dopo le divagazioni e i pensieri del viaggio di ritorno, la storia termina quando Kugy riceve, nell'inverno a cavallo tra il 1913 e 1914, una grande cassa dall'Occitania, in Francia. Gliel'aveva mandata Cyprien Savoye, suo amico nonché forte guida alpina, che era a conoscenza della nuova passione del triestino verso le marmotte, il quale così conclude il racconto: “Savoye si era ricordato della mia impresa – conclude Kugy -, e mi mandò cinque grandi marmotte che aveva dissepolto dalla tana. La colonia era formata da nove individui. Nell’agosto del 1914 le avrei messe in libertà”.

 

Qui si conclude il resoconto di una storia frammentaria, e non è chiaro cosa sia poi effettivamente accaduto alle marmotte di Kugy, né fino a che punto l'operazione di reinsediamento nella zona abbia avuto successo. Ci sono alcuni indizi, ad esempio in uno studio dal titolo “L'Isonzo e i suoi territori” , pubblicato nel 2018, il naturalista e zoologo Luca Lupini riferisce che “le prime marmotte delle Alpi Giulie vi furono inizialmente reintrodotte da Julius Kugy”, anche se manca un'attestazione diretta.

 

Ma la vicenda è soprattutto la preziosa testimonianza di una visione avanguardistica di Julius Kugy, rivolta alla tutela e al ripristino di animali che, nel caso delle marmotte, a inizio del secolo scorso erano pressoché scomparsi in tutta la fascia montana a est dell'Adige, e che, pur espressa in forma piuttosto aneddotica e in modalità a tratti affidate quasi all'improvvisazione, precede di gran lunga i progetti ben più strutturati di reintroduzione della marmotta che a più riprese ne avrebbero poi consolidato la popolazione a partire dalla seconda metà del Novecento, e per la quale il monitoraggio continua anche ai giorni nostri.

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