I 50.000 stambecchi delle Alpi discendono tutti da un piccolo nucleo di meno di 100 individui sopravvissuto alla caccia, in quegli anni favorita dall'avvento delle armi da fuoco

Cronache di un fotografo naturalista # 18 / Nell'immaginario comune lo stambecco è il signore delle rupi alpine: potente, agile, capace di muoversi tra precipizi e pareti con maestria. Ma dietro quella forza antica si nasconde anche una fragilità invisibile. La genetica racconta infatti una specie sopravvissuta per poco all'estinzione e ancora oggi sorprendentemente vulnerabile

Nella furia bianca della tormenta che cancella ogni via, un pastore vagava smarrito tra vento e neve. All’improvviso, nel candore accecante, apparve sulle rocce uno stambecco come un miraggio, come se la bufera non lo toccasse. L’animale iniziò a muoversi su sentieri invisibili e l’uomo lo seguì, come affidandosi alla guida di uno spirito alpino. Quando la quiete tornò nel cielo, lo stambecco svanì nella nebbia, e il pastore si ritrovò salvo, ai confini del suo villaggio.
Nella memoria popolare, gli animali che conoscono la montagna meglio dell’uomo diventano guide misteriose, sospese tra il mondo visibile e quello del sacro. In un ormai lontano maggio di tredici anni fa, ho raggiunto le Alpi Graie sul versante piemontese del Parco Nazionale Gran Paradiso con il desiderio di incontrare l’animale simbolo delle Alpi e del Parco, lo stambecco alpino (Capra ibex).

Nella tradizione orale alpina sono molte le leggende sullo stambecco, nate nei paesaggi innevati e tramandate con sfumature diverse.
Non è certo difficile rimanere affascinati da queste maestose capre delle vette né tantomeno ammantarle di fascino e leggende. Nelle Alpi antiche, molto prima dei regni e delle chiese, lo stambecco alpino non era soltanto un animale, ma una presenza sacra. I pastori lo vedevano apparire su creste impossibili, immobile sopra i precipizi, con le grandi corna arcuate simili a una mezzaluna. Quelle corna sembravano raccogliere la forza stessa della montagna: fertilità, vigore, resistenza.

Mi ritrovo anche io affascinato a osservare i maschi che avanzano nella neve primaverile per raggiungere il sottobosco del lariceto. Alla base dei tronchi e nei versanti più protetti, gli stambecchi trovano i ciuffi di graminacee scoperte e teneri germogli verdi appena spuntati. Questi animali sono pascolatori selettivi, ossia scelgono con cura i vegetali di cui nutrirsi preferendo le parti più nutrienti e gustose delle piante, mirando a ottimizzare l'apporto energetico attraverso la selezione. Ogni anno dalla metà di aprile i prati a fondovalle di Valle Orco si popolano di gruppi di maschi che scendono attratti dai pascoli che tornano a rinverdirsi dopo l’inverno. In primavera e in estate, infatti, la loro dieta è prevalentemente a base di erba fresca, di germogli strappati dai rami bassi di larice e di qualche arbusto.
La neve continua a cadere lenta come se galleggiasse nel liquido delle sfere di neve vendute come souvenir. Il lariceto con i germogli nuovi colora il paesaggio innevato.

Un maschio adulto si dirige verso le conifere e mi regala un’immagine incorniciata nello scenario alpino. Nella lenta traversata sulla neve penzolano dai fianchi e dal collo lunghi ciuffi di pelo lanoso, frutto del cambio di mantello invernale, che fanno sembrare questo individuo arruffato.

Con l’arrivo delle temperature più miti il fitto pelo invernale viene sostituito da un mantello più corto e chiaro. Seguo il maschio come un viandante nella tormenta dei racconti si affida alla sua guida e mi trovo nel lariceto dove altri maschi banchettano con i germogli di erba. Mi siedo e li osservo. I larici lasciano cadere piccoli cumuli di neve che accennano a un fruscio leggero quando si uniscono alla coltre nel sottobosco.

Gli stambecchi alpini passano l’inverno a quote comprese tra i 1600 e i 2800 metri di altitudine e salgono in estate tra i 2300 e i 3200 metri s.l.m in cerca di praterie dove brucare erba fresca. Sono animali possenti con un dimorfismo sessuale accentuato, con i maschi che possono arrivare a pesare 90 kg a fine autunno. Gli stambecchi possiedono corna cave e permanenti, ricurve all’indietro come grandi scimitarre nodose che crescono per tutta la vita; nei maschi anziani possono superare il metro di lunghezza e raggiungere i 10 kg di peso.
Nell’immaginario comune lo stambecco è il signore delle rupi alpine: potente, agile, capace di muoversi tra precipizi e pareti con maestria. Ma dietro quella forza antica si nasconde anche una fragilità invisibile. La genetica racconta infatti una specie sopravvissuta per poco all’estinzione e ancora oggi sorprendentemente vulnerabile. Oggi su tutto l’Arco Alpino vivono circa 50 mila stambecchi, eppure, tutti discendono da un piccolo nucleo di meno di cento individui sopravvissuti alla fine dell’Ottocento sul massiccio del Parco Nazionale Gran Paradiso, ultimi superstiti di una specie quasi sterminata dalla caccia favorita dall’avvento delle armi da fuoco. Grazie alla loro protezione e alle successive reintroduzioni, lo stambecco è riuscito a tornare sulle montagne da cui era quasi scomparso.

Il cambiamento climatico sta però alterando i ritmi antichi dell’alta montagna, con effetti anche sullo stambecco alpino. Gli inverni più miti e la minore presenza di neve anticipano la crescita della vegetazione, creando uno sfasamento con il periodo dei parti: quando le femmine allattano, i pascoli non sono più nel loro momento migliore. Ne risultano capretti più deboli e una sopravvivenza in calo (nella popolazione del Gran Paradiso dal 60% a circa il 30%). Gli adulti, invece, sopravvivono più facilmente agli inverni miti, ma la popolazione tende così a invecchiare e a diventare meno vitale nel complesso.

Sotto una neve leggera gli stambecchi alpini avanzano lenti verso il loro regno di roccia. La neve cade più generosa e un grande maschio sale con agilità sulla balza di roccia. Come in un antico graffito rupestre dell’Età del Bronzo lo stambecco alpino mi mostra la sua forza e la sua bellezza nella fragilità di una montagna che cambia più rapidamente dei suoi abitanti.

Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.















