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Ambiente | 02 maggio 2026 | 06:00

Il fiume più lungo d'Italia non è il Po? Alla scoperta delle "acque nascoste", per una rilettura del complesso sistema idrografico padano

Il Negrone, principale torrente della zona e tributario alto del Tanaro, rappresenta un caso emblematico di questa complessità. Più che una revisione della gerarchia dei fiumi, si tratta di una diversa modalità di lettura del territorio, che mette in evidenza come la definizione di lunghezza fluviale dipenda dai criteri adottati e dalle caratteristiche geomorfologiche del bacino considerato

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La lunghezza di un fiume è generalmente considerata un dato oggettivo: si misura dalla foce alla sorgente più lontana lungo il percorso continuo dell’acqua. Sulla base di questo criterio, il Po, con i suoi 652 chilometri dal Pian del Re (Monviso) al delta adriatico, è tradizionalmente riconosciuto come il fiume più lungo d’Italia. Questa definizione, tuttavia, si fonda su una convenzione che non sempre coincide con una lettura strettamente idrografica del territorio.

 

Se si analizza il bacino padano nel suo insieme, emerge infatti come la sorgente più distante dalla foce non appartenga al corso superiore del Po, ma a un sistema idrografico collocato più a sud, tra le Alpi Liguri e il Piemonte. In quest’area, compresa tra Carnino, Upega e il massiccio del Marguareis, il reticolo idrico presenta caratteristiche particolarmente complesse, dovute alla forte presenza di fenomeni carsici. I corsi d’acqua non seguono un tracciato continuo e visibile, ma alternano tratti superficiali a lunghi percorsi sotterranei, rendendo difficile individuare un punto sorgentizio univoco.

 

Il Negrone, principale torrente della zona e tributario alto del Tanaro, rappresenta un caso emblematico di questa complessità. Il suo corso è alimentato da una rete articolata di infiltrazioni, risorgenze e flussi sotterranei che si sviluppano anche al di sotto dello spartiacque topografico. In questo contesto, la nozione stessa di sorgente si amplia: non si tratta più di un punto preciso, ma di un sistema diffuso, in parte nascosto, che contribuisce all’alimentazione del corso d’acqua.

 

Le indagini speleologiche condotte nell’area del Marguareis hanno evidenziato come alcune delle acque che alimentano il Negrone provengano da zone ancora più remote, attraverso percorsi sotterranei che si sviluppano per chilometri all’interno della massa rocciosa. Nel lavoro La lunga via dell’acqua viene stimato che la distanza tra questi punti estremi e la foce del Po possa raggiungere valori prossimi ai 690–700 chilometri, superando quindi la lunghezza comunemente attribuita al Po. Si tratta di una stima che tiene conto non solo dei tratti superficiali, ma anche delle porzioni ipogee del sistema idrografico.

 

Il collegamento tra queste sorgenti e il sistema principale avviene attraverso il Tanaro, che nasce ufficialmente con il nome di Tanarello dalle pendici del Monte Saccarello e, dopo la confluenza con il Negrone, prosegue verso la pianura piemontese fino a immettersi nel Po nei pressi di Bassignana. Dal punto di vista idrologico, il tratto Negrone–Tanaro costituisce quindi il segmento iniziale di un percorso continuo che conduce fino all’Adriatico. Se si applica rigorosamente il criterio della sorgente più lontana, l’intero sistema Negrone–Tanaro–Po risulta più esteso rispetto al solo corso del Po.

 

Nonostante ciò, la classificazione ufficiale continua a considerare il Tanaro come affluente del Po e non come parte del suo corso principale. Questa scelta dipende da fattori che vanno oltre la semplice misurazione lineare, tra cui la continuità del nome del fiume, la gerarchia storicamente attribuita ai corsi d’acqua e la percezione geografica consolidata. Il Po, infatti, mantiene la propria denominazione lungo tutto il suo percorso, mentre il Tanaro perde la propria identità alla confluenza, venendo assorbito nel sistema principale.

 

La situazione non è isolata e trova analogie in altri grandi sistemi fluviali del mondo, dove la distinzione tra corso principale e affluenti non è sempre basata esclusivamente sulla lunghezza. Tuttavia, nel caso del bacino padano, la presenza di un sistema carsico così sviluppato introduce un ulteriore elemento di complessità, rendendo meno immediata l’individuazione della sorgente più lontana.

 

A questo quadro si aggiunge la storia geomorfologica del Tanaro, che contribuisce a spiegare l’attuale configurazione del sistema. Circa 100.000 anni fa, il corso del Tanaro era orientato verso nord e confluiva nel Po in un’area prossima all’attuale Carignano. Un processo di erosione regressiva ha portato alla cosiddetta "cattura fluviale", deviando il fiume verso est e determinando la configurazione attuale. Questo evento ha comportato una riduzione del percorso originario e una riorganizzazione del bacino idrografico, con effetti ancora visibili nel paesaggio.

 

Alla luce di questi elementi, la definizione del Po come fiume più lungo d’Italia rimane valida sul piano convenzionale e didattico, ma non esaurisce la complessità del sistema idrografico padano. Se si adotta un criterio strettamente idrografico, basato sulla continuità del percorso dell’acqua dalla sorgente più distante alla foce, il primato spetta al sistema che ha origine nelle aree carsiche del Marguareis e si sviluppa lungo l’asse Negrone–Tanaro–Po.

 

Più che una revisione della gerarchia dei fiumi, si tratta di una diversa modalità di lettura del territorio, che mette in evidenza come la definizione di lunghezza fluviale dipenda dai criteri adottati e dalle caratteristiche geomorfologiche del bacino considerato.

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