Dai ghiacciai riaffiorano tracce della Grande guerra, ma qualcuno ha "un'idea del souvenir dei resti umani: a volte ci si trova di fronte a parti sottratte, come le mostrine"

Il ritiro dei ghiacciai alpini sta aprendo nuovi scenari per la comprensione della storia (più o meno recente) e dell'ecologia. Quello che per decenni è stato un vasto archivio congelato e imperscrutabile, oggi restituisce anche reperti bellici della prima Guerra Mondiale insieme a testimonianze di epoche ben più remote. Questa restituzione involontaria non è priva di conseguenze e rappresenta un'eredità complessa: ne parla il podcast "Racconti ritrovati" del Muse (Museo delle Scienze di Trento)

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Il ritiro dei ghiacciai alpini sta aprendo nuovi scenari per la comprensione della storia (più o meno recente) e dell'ecologia. Quello che per decenni è stato un vasto archivio congelato e imperscrutabile, oggi restituisce testimonianze inedite della prima Guerra Mondiale, la cosiddetta "Guerra Bianca", insieme a reperti di epoche ben più remote.
Tuttavia, questa sorta di restituzione involontaria, certamente rilevante da un punto di vista storico, non è priva di conseguenze da un punto di vista ambientale poiché, insieme alla memoria, a riemergere sono anche materiali potenzialmente pericolosi per l'integrità degli ecosistemi montani, come ad esempio i metalli pesanti provenienti dai residuati bellici e il rischio di inquinamento delle acque di fusione dei torrenti glaciali.
Ciò che resta dalla fusione di un ghiacciaio è il filo conduttore del podcast Racconti ritrovati, realizzato dal Muse (Museo delle Scienze di Trento). Dopo aver parlato di... , il terzo episodio affronta da un punto di vista scientifico un tema che spesso finisce sulle pagine di cronaca: i reperti bellici che vengono alla luce in alta quota, man mano che un ghiacciaio si ritira.
A parlarne insieme a Valeria Lencioni, idrobiologa responsabile del programma scientifico del Muse dedicato all'Anno internazionale dei ghiacciai, e l'archeologo Franco Marzatico, che è stato soprintendente dei beni culturali della Provincia autonoma di Trento.
Ascolta la puntata:
Rischio ambientale
Per oltre un secolo, i ghiacciai alpini hanno custodito tonnellate di residuati bellici della prima guerra mondiale: proiettili, matasse di filo spinato, bombe, armamenti. Con la fusione del ghiaccio, questi materiali vengono esposti all'aria, innescando processi di corrosione accelerata che rilasciano metalli pesanti, che finiscono nelle acque di fusione e nel suolo (e da lì, potenzialmente, nella catena alimentare degli organismi che vi entrano in contatto).
"Le guerre non solo causano milioni di vittime - riflette Valeria Lencioni - inquinano anche il suolo, le falde acquifere, le acque superficiali nei campi di battaglia".
La ricercatrice porta come esempio i dati raccolti sul ghiacciaio di Lares, e sul Presena, nel gruppo Adamello Presanella, due casi studio del Muse. Gli studi evidenziano il preoccupante fenomeno del bioaccumulo: nelle larve di piccoli insetti acquatici (chiamati chironomidi), che popolano i torrenti d'alta quota, la concentrazione di tali metalli - arsenico, antimonio, piombo, nichel e rame, oltre a stagno, zinco e ferro - è risultata fino a 90.000 volte superiore rispetto a quella misurata nell'acqua circostante. Questo inquinamento non si ferma agli insetti ma penetra nella loro catena alimentare attraverso il processo di biomagnificazione, colpendo i pesci e arrivando potenzialmente a minacciare la salute umana.
Testimonianza storica
Se da un lato il ghiaccio che fonde libera sostanze tossiche, dall'altro regala scoperte che l'archeologo Franco Marzatico definisce così: "Una quantità esorbitante di testimonianze che emergono e che pongono anche il problema della conservazione, del loro ricovero e anche della legittimità o meno di spostare questi oggetti dal campo di battaglia, laddove tendenzialmente il processo così legato al patrimonio culturale vede tendenzialmente privilegiare la salvaguardia in situ".
I ghiacciai non restituiscono solo oggetti, ma talvolta anche toccanti storie umane, facendo affiorare i corpi dei soldati che hanno perso la vita mentre si trovavano al fronte. Il ritrovamento dei caduti ha permesso in diversi casi di dare un nome a militi rimasti ignoti per oltre un secolo: "Grazie alla restauratrice Cristina Lì si è utilizzato un pacchetto di carta macera e usando una lametta si è potuto ricostruire anche l'indirizzo dei pacchi che vengono spediti a casa da soldato che è stato riconosciuto e quindi i familiari hanno potuto così onorarne le spoglie", racconta Marzatico.
"Quello che colpisce di più, ed è un monito, è che a volte ci si trova di fronte a resti ossei o gelatinosi con abbigliamento, ma sorprendentemente con parti sottratte, mi riferisco soprattutto a cimeli come le mostrine. Ed è un po' sconvolgente pensare che qualcuno che si avventura in montagna abbia questa idea del souvenir rispetto a dei resti umani".
Ma il ghiaccio scava ancora più a fondo nel tempo, riportando alla luce tracce di presenze umane che ci proiettano in un passato remotissimo.
"A tornare alla luce sono anche incisioni rupestri risalenti all'età del bronzo, come quelle risalenti a 1600-1200 a.C. che sono state rinvenute su superfici rocciose, prima ricoperte e poi liberate dal ghiaccio, sotto il pizzo Tresero. Siamo in Valfurva, Parco nazionale dello Stelvio", ricorda Valeria Lencioni.
"È una continua scoperta e le sorprese sono davvero enormi - aggiunge Marzatico -. Pensiamo ad esempio alla ciaspola con supporto di legno e una sorta di trafila a rete che risale al 3800-3700 a.C., trovata a 3134 metri sul livello del mare, che ci dà l'idea del transito di persone su quelle vette. C'è anche il ritrovamento di una scandola, quindi riconducibile a una sorta di ricovero in alta quota già utilizzato alla fine del secondo millennio avanti Cristo, o archi e frecce trovati nella zona glaciale svizzera".
La gestione di un patrimonio complesso
La gestione di questi siti è complessa, e richiede un approccio multidisciplinare che tenga conto del delicato equilibrio tra bonifica ambientale e preservazione storica.
Quando un escursionista si imbatte in un reperto, la regola fondamentale è quella di non intervenire direttamente ma di segnalare il ritrovamento alle autorità competenti. Rimuovere un oggetto dal suo contesto significa infatti perdere informazioni preziose che solo gli esperti, attraverso un corretto approccio scientifico, possono decifrare per ricostruire le dinamiche di un decesso o di un evento bellico.
Comportarsi con rispetto di fronte a questi resti è l'unico modo per onorare una memoria che il ghiaccio, dopo millenni, non è più in grado di proteggere.
Il podcast
Ai tempi della crisi climatica antropocenica, sulle Alpi non rimane molto spazio per i ghiacciai. A partire dagli anni ‘80 del secolo scorso hanno imboccato una strada a senso unico: quella del riscaldamento e del ritiro. I ghiacciai arretrano e si riducono. Da qui emergono i nostri racconti ritrovati.
Quello che resta dalla fusione di un ghiacciaio è il filo conduttore del podcast Racconti ritrovati. Produzione originale del Muse - Museo delle Scienze di Trento, è stato possibile grazie al concept e alla curatela di Valeria Lencioni, coordinatrice dell’ambito di ricerca Clima e Ecologia del Muse, e alla scrittura, regia e voce narrante della giornalista scientifica Adele Gerardi e raccoglie le voci di numerosi ricercatori ed esperti che, in un racconto coinvolgente articolato in sette episodi, spiegano come il ritiro dei ghiacciai ci stia lasciando un’eredità sorprendente e preziosa.
In apertura, fotografie del Muse - Museo delle Scienze di Trento












