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Ambiente | 16 aprile 2026 | 06:00

"L'orsa trovò nei canaloni moltissimi animali morti, travolti dalle valanghe. Da allora continuò a tornare lì, in quel periodo, sperando di trovare altrettanto cibo". Le mappe mentali dei grandi carnivori

La capacità dei grandi carnivori di costruire mappe mentali per l'orientamento e l'approvvigionamento delle risorse è una dote eccezionale e ancora molto poco conosciuta. Negli anni, l'osservazione ci ha permesso di formulare delle ipotesi sulla facilità con cui gli orsi possono associare un luogo a una fonte di cibo, anche di origine antropica, e tornarci ripetutamente insegnandolo anche ai cuccioli

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Come si muovono gli orsi per tanti chilometri? Come riescono a ricordarsi le fonti di approvvigionamento anche in condizioni ambientali del tutto diverse e dopo molto tempo? Da oltre vent’anni, il sistema di rilevamento basato su radiocollari ci ha permesso di osservarne le abitudini ed ipotizzare le ragioni dietro a queste capacità. Ma prima di addentrarci in queste questioni, sono necessarie alcune premesse.

 

Le modalità di navigazione e spostamento degli animali si classificano in base ai punti di riferimento sfruttati. In questo modo sono stati classificati quattro diversi tipi di orientamento nello spazio: l’uso di bussole (sistemi di riferimento astrali o fisiche); l’uso di landmark (punti di riferimento ambientali); il dead reckoning (stima o registrazione del percorso effettuato in precedenza) e l’uso di mappe mentali. Il ricorso a esplorazioni casuali è utilizzato dagli animali per l’orientamento solo in casi di emergenza.

 

Per orientamento, va precisato, si intende la capacità di raggiungere mete spazialmente definite e circoscritte, anche relativamente lontana, escludendo però quelle mete già percepibili sensorialmente alla partenza, attraverso vista, olfatto o altro.

 

Per assolvere compiti come spostarsi, sopravvivere nel territorio, riprodursi e approvvigionarsi il cibo, alcuni animali, compreso l’uomo, sono in grado di formarsi delle mappe cognitive, ovvero delle rappresentazioni mentali delle relazioni fra tutti gli oggetti presenti in un dato luogo. Grazie alla formazione di una mappa cognitiva l’animale è in grado di orientarsi, anche se viene spostato o se vengono rimossi alcuni indizi ambientali. Fra gli animali che utilizzano questo metodo di orientamento si annoverano sia vertebrati, come i ratti, sia invertebrati, come le api.

 

La creazione di mappe mentali all’interno della memoria degli individui è un fenomeno passivo e spontaneo: si tratta di una forma di apprendimento latente, che avviene quindi in maniera automatica. Essendo legata all’abilità mnemonica, inoltre, la creazione di mappe cognitive pare essere riconducibile alle maggiori dimensioni dell’ippocampo, la struttura cerebrale che risponde all’esperienza.

 

Gli orsi - per tornare alle domande di partenza - hanno una delle dimensioni cerebrali più grandi di qualsiasi carnivoro, ma c’è sorprendentemente poca ricerca sulle loro capacità cognitive. Le ragioni si potranno immaginare: l’orso non è certo un animale "da laboratorio" ed è sottoposto ad un severo stato di protezione.

 

"Gli studi sui grandi carnivori sono basati prevalentemente sugli spostamenti e sui segni lasciati sul territorio: urina, escrementi, nel caso dell’orso ma anche del lupo. Nel caso di quest’ultimo, gli escrementi lasciati in un punto piuttosto che in un altro, servono a dire agli altri individui che quello è il proprio territorio. Quindi gli studi principali sono legati a questi comportamenti, che analizziamo in modo indiretto. Studiare invece cosa pensa un orso è estremamente complicato, perché un orso in cattività è molto diverso da uno in natura. E in natura possiamo solo basarci sui segni che lascia".

 

A spiegarcelo è lo zoologo Filippo Zibordi, a lungo referente del progetto Life Ursus.

 

"Gli orsi sono animali onnivori e opportunisti, nel senso che mangiano tutto ciò che trovano a disposizione, tuttavia, è probabile che essi riescano anche a farsi una mappa mentale di dove sono le risorse che poi si procacceranno per tutta la vita. Il fatto di seguire il rigoglio vegetativo per esempio, o addirittura di sapere dove poter trovare animali morti per cause naturali, come le valanghe. Sono informazioni che gli orsi, abbiamo visto, sanno apprendere".

 

Per dare una misura di quanto l’osservazione sia essenziale per formulare questo genere di ipotesi, lo zoologo ci riporta alla mente un caso che aveva osservato in prima persona, negli anni tra il 1999 e il 2003, quando l’attenzione alla specie era ai massimi storici.

 

"C’era stato in quegli anni un inverno di innevamento eccezionale, che aveva portato al distacco di numerose valanghe nei canaloni della Val di Sole. L’orsa Daniza, trovandosi in zona, riuscì a cibarsi di diversi cadaveri di animali morti (se non ricordo male soprattutto cervi, data l’alta densità nella zona). C’era stata un’abbondanza rara ed eccezionale, e questo ha fatto sì che l’orsa tornasse ad attraversare quei canaloni negli anni successivi. Tornava lì sulla base del ricordo, spesso non trovando altrettanto cibo".

 

Ha senso ipotizzare, deduce allora l’esperto, che l’orsa abbia inserito nella sua mappa mentale questo luogo tra quelli nei quali, in quella stagione, è probabile che troverà del cibo. "Senza nulla togliere al ruolo dell'olfatto, è verosimile pensare che abbiano una rappresentazione mentale del territorio anche dal punto di vista delle risorse trofiche che vi si possono trovare".

 

Non stupisce, allora, che questi animali possano riconoscere come fonte di nutrimento i pollai, le stalle o i cassonetti che noi lasciamo incustoditi. Questa evenienza fa sì che il comportamento si ripeta, che si consolidi, con la conseguenza che tutti conosciamo: l’avvicinamento all’uomo.

 

"L’orso mangia di tutto, mangia quello che trova con più facilità e, una volta che ha trovato una fonte di cibo, la sfrutta finché è possibile. Nel momento in cui l’orso capisce e associa il fatto di trovare cibo dove c’è un cassonetto, un gregge o del cibo per gli animali domestici incustodito, quel luogo diventerà una meta frequente. Non solo, può darsi anche che quell’odore poi lo vada a cercare anche in altri paesi. Rendendo l’orso sempre più familiare a contesti abitati dall’uomo".

 

Anche le lunghe cure parentali ai cuccioli lasciano un segno. "Se un’orsa, come accadeva con Jurka, impara a frequentare i paesi perché associa i centri abitati al cibo dei cassonetti, questo lo insegna anche ai suoi piccoli. Infatti i suoi cuccioli sono stati tra gli orsi più problematici degli ultimi anni. Se da un lato è affascinante che i cuccioli stiano a lungo con la madre, dall’altro c’è anche questo aspetto: apprendono anche comportamenti problematici".

 

Testimonianza eccellente dell’adattabilità e della plasticità di abitudini dell’orso sono i comportamenti diversi che questi animali adottano nelle diverse aree del mondo. In America, i Kodak mangiano salmoni perché ci sono grandi migrazioni di questi pesci, mentre da noi il consumo di pesce è molto più occasionale. Così mangiano quello che trovano: frutti, vegetali, carcasse, e talvolta rifiuti.

 

La dieta varia sempre in base alla disponibilità, e in base ad essa prendono forma le mappe mentali che orientano gli spostamenti di questi grossi mammiferi. In questo quadro – come si diceva - un ruolo fondamentale è giocato da ciò che noi introduciamo nel territorio. Un caso piuttosto emblematico viene dalla Turchia, a testimoniarlo è sempre Filippo Zibordi.

 

"Qualche anno fa lavoravo in Turchia orientale, dove c’era una popolazione di orsi che si nutriva quasi esclusivamente in una discarica a cielo aperto. Ogni sera si vedevano diversi orsi intenti a mangiare rifiuti. È un’immagine forte e apparentemente assurda, che però dimostra quanto siano adattabili, anche in condizioni degradate".

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