Qualcuno parla di alberi "mutilati", ma si tratta di un'antica tecnica alla base di un paesaggio storico in via d'estinzione: "Me l'ha insegnato il mi' babbo a coltivare codeste piante"

Trovare un filare di alberi a cui sono "maritate" le viti è sempre più raro. Ancora più insolito è incontrare qualcuno che ancora li coltiva come un tempo, manutenendo, senza volerlo, un "museo a cielo aperto"

Bicicletta significa anche esplorazione del territorio. E territorio significa miscela tra ambiente e persone.
Ieri, durante una breve pedalata serale, sono passato in una stradina di campagna dove spicca (a saperlo vedere) un particolare elemento del paesaggio: un filare di aceri campestri a cui sono "maritate" le viti. Per ogni albero una vite, ritta lungo il fusto e aggrappata ai rami della chioma.
A differenza di altri luoghi dove questa non è altro che la testimonianza di un'antica tecnica ormai abbandonata (e ce ne sono diversi nelle campagne toscane dove bazzico spesso con la mia bicicletta), in quella stradina gli aceri sono ancora regolarmente potati per ospitare tralci e grappoli.
Più volte mi sono chiesto come mai vi sia quella cura, fantasticando anche su un'ipotetica risposta: proprio di fianco a quegli alberi c'è un campo sperimentale per la ricerca in viticoltura: vuoi che oltre a lavorare all'innovazione i ricercatori mantengano vive anche le tecniche del passato, magari a scopo didattico e "museale"?
No, non è come me l'ero immaginata, l'ho capito proprio ieri, passando per quella strada.

Un signore - viso tondo e ampio sorriso - era arrampicato su una pianta, intento a potare al centro di quello che mi è sembrato un "grande nido" creato tra i rami. Così ho inchiodato, ho fatto retromarcia e intavolato una breve conversazione.
"Me l'ha insegnato il mi' babbo a coltivare codeste piante, porto avanti la tradizione, anche se fo una fatica, a questa età! Ah, la sanità!" (forse intendeva la salute, o forse proprio la sanità, chissà...)
"Ma mantiene solo la forma degli aceri o coltiva proprio la vigna?"
Che domanda stupida. In campagna le cose si fanno solo se hanno un senso.
"E certo che coltivo la vigna! L'uva la viene quasi più buona che in filare, sarà che c'ha più aria! E poi la vigna l'è vecchia, c'ha più sapore. Da queste ci fo il vin santo. Poto ogni anno, così si mantiene la forma. È una passione che mi diverte. I tedeschi che vengon qui in vacanza mi guardano fare ste cose e non capiscano, però son tutti contenti di vedermi lavorare e mi fotografano".
Lo fotografo velocemente anch'io, poi riparto... il limite delle esplorazioni antropologiche in bicicletta nelle mezze stagioni è il sudore, che rischia di gelarti addosso provocando qualche malanno.
Pedalando verso casa penso che qualcuno, al giorno d'oggi, potrebbe urlare allo scandalo per la "mutilazione" di questi alberi. Ma c'è una bella differenza tra la potatura scriteriata di alcuni viali cittadini e queste capitozze realizzate "a testa di salice", "pollarding" in inglese. Nel primo caso si porta danno agli alberi, e quindi, indirettamente, anche a tutti noi. In questo, al contrario, si mantiene un paesaggio storico-culturale che. in fondo, ha un grande valore. Si crea, in buona sostanza, un vero e proprio "museo a cielo aperto".

In un recente e interessante post su Facebook, l'Agronomo Mario Carminati ha spiegato la differenza tra questa particolare tecnica e quella praticata a sproposito in molte città, citando anche il grande Emilio Sereni ("Storia del paesaggio agrario italiano" - Laterza, 1984). Nel descrivere l’evoluzione storica del paesaggio agrario, ed in particolare il diffondersi della "piantata" sin dall’età comunale con la progressiva riduzione del diritto di pascolo, Sereni sottolinea l’importanza che aveva la possibilità di conservare, disponendo gli alberi a delimitazione dei poderi, una fonte indispensabile di legna per usi domestici e agricoli e soprattutto una fonte di foraggio per il bestiame, compreso quello da lavoro. A tal proposito Sereni cita un vecchio detto, diffuso prima dell’introduzione della praticoltura, secondo il quale: "i Toscani tengono i loro prati sugli alberi".

Legna per vari usi, foglie per il bestiame... e poi sostegno per le viti: una geniale forma di ottimizzazione, che ci parla del legame concreto tra alberi ed esseri umani nelle nostre campagne. Un legame su cui occorrerebbe riflettere e interrogarsi, alla luce delle tante semplificazioni dell'oggi, magari portando proprio in quella stradina, a parlare con quell'uomo e ad osservare quegli alberi, le classi delle scuole in gita. Lo so, fantastico troppo, pedalare produce anche questo genere di entusiasmi...
Quasi a casa mi accorgo di non aver chiesto il nome al simpatico potatore. Ritornerò, voglio capire come si chiama quel rappresentante di una specie in via d'estinzione.

Del "matrimonio tra alberi e viti" ha parlato anche Paola Barucci - ForestPaola in questo articolo su L'Altramontagna.
Le foto in bianco e nero fanno parte di una serie di scatti realizzati nei dintorni di Arezzo, per documentare le viti maritate ancora esistenti ai bordi di molti campi e ormai quasi completamente abbandonate.

Gli alberi ci accompagnano da sempre: per noi esseri umani hanno significato e tutt'ora significano casa, cibo, materia prima, medicina, energia, ma anche spiritualità, simbolismo, cultura...
Questo legame profondo e antico, tuttavia, non è affatto immutabile: cambia continuamente al modificarsi delle nostre società. Per questo è interessante osservare e provare a comprendere come viviamo il nostro rapporto quotidiano con gli alberi. In questo Blog il giornalista e dottore forestale Luigi Torreggiani, membro del Comitato scientifico de L'Altramontagna, lo fa attraverso aneddoti personali, racconti o analizzando fatti di cronaca. Un modo per tenere viva una connessione, quella tra gli alberi e noi, che rischiamo tanto di dimenticare quanto di caricare di stereotipi, precludendoci così uno sguardo lucido su elementi necessari per moltissimi aspetti della nostra vita.














