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Ambiente | 09 aprile 2026 | 12:00

Come parlare di rinnovabili nelle terre alte? È necessario "trattare le comunità come soggetti adulti, capaci di negoziare, ricordando che anche il 'no' deve restare un'opzione valida"

In questi giorni la questione energetica è tornata prepotentemente al centro delle discussioni politiche ed economiche. La soluzione tecnica è tracciata da anni: accelerare sulla transizione energetica tramite l'utilizzo di eolico, fotovoltaico, batterie di accumulo e altre tecnologie rinnovabili. Eppure, quando questi progetti arrivano sui crinali o sui pascoli, la teoria si scontra con la pratica. Come uscire da questo stallo? ne abbiamo parlato con Alessandra Motz, ricercatrice dell'Istituto di ricerche economiche (IRE) di Lugano ed esperta di accettabilità sociale delle rinnovabili, ha risposto al alcune domande sull'argomento

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

In questi giorni la questione energetica è tornata prepotentemente al centro delle discussioni politiche ed economiche. Il continuo aumento del petrolio a seguito dei vari shock geopolitici ci pone davanti ad una dura realtà: legarsi ai combustibili fossili lascia l'economia italiana vulnerabile in modo cronico agli eventi esterni. Questa dipendenza espone cittadini ed industrie alle fluttuazioni del mercato e alle decisioni di governi stranieri, minando alla base della stabilità ed al benessere economico. La soluzione tecnica è tracciata da anni: accelerare sulla transizione energetica tramite l'utilizzo di eolico, fotovoltaico, batterie di accumulo e altre tecnologie rinnovabili. Eppure, quando questi progetti arrivano sui crinali o sui pascoli, la teoria si scontra con la pratica. Nelle terre alte la transizione energetica viene spesso percepita come una nuova forma di speculazione a danno delle comunità montane con progetti che vengono proposti da grandi gruppi industriali e che lasciano poco o niente sul territorio. Per uscire da questo stallo energetico è necessario capire come questi progetti possano essere sviluppati considerando le specificità del territorio, dando un ruolo centrale alle comunità locali e incoraggiando il dialogo tra proponenti e comitati locali. Alessandra Motz, ricercatrice dell’Istituto di ricerche economiche (IRE) di Lugano ed esperta di accettabilità sociale delle rinnovabili, ha risposto al alcune domande sull'argomento.

 

In Italia si parla spesso di grandi impianti rinnovabili, ma meno dell'accettabilità sociale di questi progetti, specialmente in montagna. Qual è la situazione e cosa possiamo imparare dai modelli esteri?

È un tema che in Italia non si conosce ancora profondamente, mentre in altri contesti, soprattutto nell’Europa settentrionale, ci sono studi strutturati fin dagli anni '80, in particolare circa il consenso sociale per i nuovi impianti eolici, ma anche per gli impianti fotovoltaici di grandi dimensioni. Ci sono inoltre alcuni paesi in cui il tema dell'accettazione sociale è integrato nel modello stesso di definizione delle politiche energetiche nazionali. In Svizzera, per esempio, quasi tutto può essere bloccato da un referendum: i cittadini votano circa quattro volte l'anno e, tra il 2000 e il 2024, si sono espressi ben 17 volte su temi energetici. Questo significa che è necessario concepire politiche e progetti in modo da garantire il consenso delle persone. A seconda del contesto, inoltre, si osserva una differenza di percezione tra le tecnologie: sempre in Svizzera, per esempio, l'eolico è visto con più diffidenza, tanto che la Svizzera ha solo 50 o 60 pale contro le 1.500 dell'Austria. Al contrario, il solare, specialmente quello ad alta quota, sembra non dare problemi, così come l'innalzamento delle dighe esistenti, che altrove è percepito come problematico. In generale, iIl punto cruciale è come vengono fatti i progetti, chi li realizza e il ruolo delle comunità locali.

 

Parlando di comunità montane, spesso la risposta automatica a un nuovo progetto è l'opposizione totale, la cosiddetta "Opzione Zero". Perché i territori percepiscono gli impianti come una minaccia esterna?

Spesso si liquidano le comunità come egoiste, ma c'è un deficit di coinvolgimento preventivo. Se guardiamo alla storia, all'inizio del '900 sorsero moltissimi impianti idroelettrici sulle Alpi, gestiti da cooperative locali per dare energia all'industria e alle case del territorio. Lì non c'era opposizione perché il progetto partiva dalla comunità, che aveva in mano l'impianto e decideva del proprio futuro. Oggi, invece, abbiamo medio-grandi gruppi industriali che sviluppano un progetto e chiedono alla comunità di "fare spazio". Le comunità montane attuali sono spesso demograficamente svantaggiate e non hanno la forza contrattuale per dialogare su base paritaria con questi giganti. La fiducia nel progetto e nel proponente è un fattore determinante che oggi spesso manca.

 

Molti pensano che per convincere i residenti bastino compensazioni economiche o sconti in bolletta. È davvero così semplice o ci sono limiti immateriali all'accettabilità?

Non basta affatto "pagare" il disturbo. In montagna il valore del paesaggio è spesso considerato inestimabile e identitario. Le sfide tecnologiche ed economiche della realizzazione di un impianto rinnovabile oggi sono gestite bene, ma sono soprattutto i fattori emotivi e valoriali a determinare le reazioni delle comunità. Dare solo un ritorno economico può essere controproducente: il cittadino sente che il suo territorio "non è in vendita" o teme che gli si diano solo le briciole per comprarne il silenzio. I temi veri sono la giustizia procedurale, il dare voce alle persone e renderle capaci di decidere del proprio paesaggio e delle prospettive, anche economiche, del proprio territorio. Una cosa che mi fa arrabbiare è l'idea di dover "convincere" le persone a ogni costo. Per dialogare davvero, l'Opzione Zero deve essere sul tavolo come possibilità reale. Mi si potrebbe obiettare: se il "no" è sempre possibile, come facciamo la transizione? Il problema è che stiamo riproducendo il vecchio modello dei fossili: grandi impianti che portano energia dove serve. Ma se prima gli impatti locali dell'estrazione del petrolio non li vedevamo, perché avvenivano a migliaia di km, spesso ai danni di comunità meno in grado di difendersi, oggi le rinnovabili le facciamo a casa nostra. Qui le comunità hanno voce e il ripetersi di esperienze negative, in cui le istanze locali vengono sacrificate a un interesse nazionale, può innescare un rigetto generalizzato verso la transizione in generale. Serve un cambio di modello di sviluppo, magari guardando al modello delle società municipalizzate che, come accade in Svizzera, Germania, Austria, essendo più vicine alle comunità e alle autorità locali godono di maggiore fiducia istituzionale.

 

Quali strumenti concreti hanno oggi le comunità, specialmente quelle più fragili come le alpine o appenniniche, per passare dalla protesta alla co-progettazione?

In Italia gli strumenti sono pochi e le amministrazioni comunali sono spesso troppo piccole per avere le competenze tecniche necessarie. Una soluzione possibile è valorizzare le competenze del territorio per "battere sul tempo" i grandi operatori. Penso all'esempio della CER (Comunità Energetica Rinnovabile) eolica di ènostra a Gubbio: l’incontro di un progetto nato dal territorio e una cooperativa attenta all’impatto sociale ha permesso di trovare una collocazione per due pale eoliche integrate nel territorio, e mettendo quasi 2 MW a disposizione della comunità locale. Diventando protagonisti attivi, si smonta l'accusa del "non volete niente": la comunità può dire "vogliamo un impianto, ma lo vogliamo integrato e gestito da noi.

 

E per quanto riguarda il ruolo delle istituzioni locali e dei sindaci, come dovrebbero muoversi per garantire un processo equo?

La parola chiave è trasparenza. Qualunque sia l'opinione del sindaco, il suo dovere è portare cittadini e proponenti a parlare apertamente. Tutte le carte, anche quelle "brutte" o i potenziali impatti negativi, devono essere messe sul tavolo subito. Appena la comunità percepisce che qualcosa viene nascosto, scatta la diffidenza totale. Bisogna trattare le comunità come soggetti adulti, capaci di negoziare, ricordando che anche il "no" deve restare un'opzione valida per rendere il dialogo autentico.

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