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Idee | 18 aprile 2026 | 19:00

Quando le Alpi assumono un significato diverso: non sono più da intendere come una periferia, ma come un luogo in cui si anticipano problemi e soluzioni

Dalla crisi dei ghiacciai alla tenuta delle comunità, il nuovo programma di Cipra Italia rilancia una visione integrata: cooperazione, giustizia climatica e territori vivi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Mentre il mondo si chiude, le Alpi restano attraversate. Non è solo una questione geografica. È un fatto politico. In una fase segnata da guerre, crisi climatica e ritorno di leadership che fanno della forza e della contrapposizione il proprio linguaggio — da Donald Trump alle molte declinazioni europee del sovranismo — la cooperazione torna a essere vista non come una necessità, ma come una debolezza. L’idea stessa di multilateralismo viene progressivamente erosa: accordi messi in discussione, istituzioni e normative svuotate, relazioni ridotte a rapporti di forza.

 

È dentro questo scenario che le Alpi assumono un significato diverso. Qui, per la loro conformazione e per la loro geografia, continua a esistere in modo concreto qualcosa che altrove si sta incrinando: la possibilità di costruire politiche condivise tra territori diversi, oltre i confini nazionali. Le Alpi, da sempre, lo rendono necessario. Chi le abita lo sa: i confini qui non separano davvero, attraversano. E proprio attraversandoli, mettono in relazione.

 

È una geografia che costringe alla cooperazione, non per idealismo ma per necessità. Ed è dentro questa consapevolezza che si colloca la mia recente rielezione alla presidenza di Cipra Italia. Non come passaggio personale, ma come continuità di un lavoro collettivo: tenere aperto uno spazio politico, culturale e civile che nelle Alpi ha radici profonde e uno sguardo lungo. Uno spazio che oggi non è più scontato. E proprio per questo diventa più importante difendere.

 

Una geografia che insegna politica. C’è una tentazione, nel tempo presente: semplificare. Ridurre la complessità a confini, appartenenze, contrapposizioni. Le Alpi funzionano diversamente. La Convenzione delle Alpi, le reti transfrontaliere, il lavoro delle Cipra Nazionali e di Cipra Internazionale in questi decenni raccontano una pratica meno visibile ma più concreta: territori diversi che costruiscono politiche comuni, condividono responsabilità, trovano linguaggi compatibili. Non è un modello perfetto. Ma è reale.

 

Ed è da qui che prende forma il Programma Strategico 2026–2028 di Cipra Italia. Non come dichiarazione di principio, ma come scelta: continuare a investire sulla cooperazione, proprio mentre intorno sembra perdere terreno.

 

Qui la crisi è già visibile. Nelle Alpi la crisi climatica non è una previsione. È già paesaggio. Ghiacciai che arretrano, versanti più fragili, stagioni che cambiano ritmo, acqua che diventa incerta. Qui gli effetti si vedono prima, e spesso più chiaramente. Questo rende le Alpi un osservatorio, ma anche un banco di prova. Mitigare non basta più. Serve adattarsi. E farlo senza scaricare i costi sui territori più fragili.

 

Per questo parlare di governance climatica alpina significa provare a tenere insieme livelli diversi: la ricerca scientifica, le decisioni politiche, le comunità locali. Significa riconoscere che la criosfera — ghiacciai, alte quote — non è solo un simbolo della crisi, ma una parte essenziale del sistema. Il lavoro avviato con il Manifesto europeo per la governance dei ghiacciai e delle risorse connesse si muove in questa direzione: dare forma politica a ciò che la scienza ci sta già dicendo.

 

La natura come condizione, non come sfondo. Nelle Alpi la natura non è mai stata uno sfondo. È ciò che tiene insieme tutto: acqua, suoli, stabilità, biodiversità. Una infrastruttura, nel senso più concreto. Eppure, è sotto pressione. Non solo per il clima, ma per come si trasformano i territori: consumo di suolo, infrastrutture, pressione turistica. Difenderla, oggi, significa intervenire. Ripristinare ecosistemi, rafforzare le connessioni ecologiche, sostenere le aree protette non come spazi separati ma come luoghi di sperimentazione. Non è una posizione "ambientalista" in senso riduttivo. È una questione di tenuta.

 

Restare, non resistere. C’è un rischio che riguarda le Alpi quanto il clima: perdere le comunità. Da un lato territori svuotati, dall’altro luoghi saturi di turismo. Due facce della stessa fragilità. La sfida non è resistere. È restare, in condizioni dignitose. Significa lavorare su economie che tengano: agricoltura di piccola scala, pastorizia, turismo responsabile e piccola imprenditoria. Ma anche servizi, mobilità, accesso. Significa riportare al centro una domanda semplice e spesso rimossa: chi può vivere qui, e come? Anche quando si parla di grandi eventi — Olimpiadi comprese — è da qui che bisognerebbe partire.

 

Non essere neutrali. In questo contesto, la neutralità è una posizione apparente. Cipra Italia non è un osservatore esterno. È parte di questi processi. Costruisce posizioni, lavora con le istituzioni, prova a incidere. E lo fa tenendo insieme scale diverse. Negli ultimi anni questo è passato anche attraverso pratiche molto concrete: la Carovana dei Ghiacciai, le collaborazioni con le aree protette, il lavoro con la comunità scientifica e le associazioni. Il punto, ora, è fare un passo in più: rendere queste connessioni più solide, più continuative, più capaci di produrre effetti.

 

Le Alpi non sono un altrove. Qui si concentrano questioni che riguardano tutti — clima, acqua, biodiversità, forme dell’abitare. Per questo il Programma di Cipra Italia non è neutro: tiene insieme crisi climatica e giustizia, natura e diritti, territori e comunità. È una scelta di campo. La mia rielezione si inserisce in questo lavoro collettivo.

 

Le Alpi non sono una periferia. Sono un luogo in cui si anticipano problemi e soluzioni. Riconoscere le Alpi come un centro, oggi, è già una scelta politica. Ignorarlo, sempre più difficile.

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