Scritte con la vernice sulle pareti, immondizie di vario genere, pezzi di corda appesi agli alberi: "Per i climber sarebbe utile osservare le falesie con gli occhi di un escursionista"

La situazione descritta dalla guida alpina e alpinista Luca Vallata sembra essere diffusa. Le sue parole sono un apprezzabile slancio di empatia: una sollecitazione a mettersi nei panni degli altri, ricordandosi che ciò che a noi può apparire normale, a chi frequenta la montagna con un intento differente può risultare un elemento disturbante

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Credo sarebbe utile per i climber fare ogni tanto questo esercizio: osservare le falesie con gli occhi di un escursionista": inizia con questo suggerimento un recente post condiviso sui social dalla guida alpina e alpinista Luca Vallata.
L’abitudine è un filtro potente, capace di normalizzare (fino a rendere quasi invisibile) ciò che ci circonda. Il mondo dell’arrampicata sembra non fare eccezione.
Hanno sollevato un ampio dibattito tra gli appassionati di arrampicata le riflessioni personali dell'alpinista bellunese, che ha invitato la comunità dei climbers a compiere un esercizio di consapevolezza tanto semplice quanto necessario. L’analisi proposta prende come esempio la storica falesia di Casso, ma il fenomeno descritto riguarda molti siti d'arrampicata, dove la frequentazione assidua ha generato una sorta di antropizzazione incontrollata e spesso discutibile.
"Se un passante visitasse la falesia di Casso vi troverebbe: scalini di legno tenuti su da una varietà sparigliata di ferramenta; grandi scritte a vernice su sfondo bianco alla base delle pareti a segnare i nomi delle vie (delle volte i nomi sono segnalati da sassi verniciati e attaccati alla roccia); alla base, immondizie di vario genere, tra cui le immancabili confezioni dei gel e pezzi di nastro; cartelloni appesi alla parete a segnare nomi e gradi delle vie. Mi riferisco soprattutto al settore Anfiteatro", spiega la guida, che segnala inoltre la presenza di appendiabiti fissati alla roccia (ben quattro), pezzi di corda appesi agli alberi anche per creare rudimentali panche e una quantità esagerata di rinvii fissi che trasformano la parete in un cantiere perenne.
Il punto centrale della riflessione non è una condanna assoluta, quanto piuttosto un richiamo alla misura e al rispetto del contesto e, in generale, un invito ad adottare uno sguardo più lucido e attento.
"Quando ci troviamo in falesia potremmo fare lo sforzo di passare la nostra mezza giornata senza appendi abiti, panchine o tavoli. Ben inteso, non che questi siano il male in generale, ma bisogna valutare di volta in volta l'impatto, il luogo e il modo. In particolare, antropizzare un luogo richiede tante cautele quanto più questo luogo si trovi distante dalla civiltà. Noi scalatori, che viviamo in una bolla, a queste cose non facciamo caso. Ma sarebbe il caso, secondo me, di cambiare marcia".
I numerosi consensi ricevuti dal post di Vallata da parte di altri professionisti e appassionati di arrampicata da varie località d'Italia (riscontrabili leggendo i commenti) confermano che il desiderio di un cambio di passo è condiviso e rappresenta uno scatto in avanti verso un approccio più rispettoso.
Spesso vivere in una specie di bolla autoreferenziale impedisce di percepire l'impatto dei propri gesti, come queste piccole ma costanti modifiche al paesaggio. Ripensare il modo in cui frequentiamo le falesie significa anche accettare la sfida di trascorrere del tempo in parete senza la necessità di ricreare i comfort di una succursale di un salotto domestico.
Quello lanciato dal post è un invito a riscoprire l’essenzialità dell'attività sportiva, per evitare che la passione per la roccia si traduca in una colonizzazione distratta e degradante dello spazio. Le parole di Vallata contengono anche un apprezzabile slancio di empatia: una sollecitazione a mettersi nei panni degli altri, ricordandosi che ciò che a noi può apparire normale, a chi frequenta la montagna con un intento differente può risultare un elemento disturbante.
Per accompagnare le sue osservazioni, l'alpinista ha condiviso alcune fotografie realizzate a Casso, dove sono stati rimossi "due sacconi pieni di fetidi spezzoni abbandonati" al termine di una pulizia della falesia.
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