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Idee | 17 aprile 2026 | 18:00

Abbattere un albero è un atto sacrilego? Il problema non è da cercare nel taglio in sé, ma nelle motivazioni che ne stanno alla base e che andrebbero comunicate meglio

Spesso è del tutto assente una comunicazione finalizzata a motivare le ragioni di un taglio. Il mancato coinvolgimento dei cittadini può quindi provocare una sensazione di sconcerto a cui, non di rado, rischia di seguire l'indignazione. È quanto sta avvenendo a Belluno dove, il rifacimento – atteso da tempo – di una strada, è iniziato con l'abbattimento degli oltre cento tigli

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Tagliare gli alberi è un’azione riprovevole? Chi abbatte un albero è un "assassino"? Potrei rispondere di sì, per ottenere un facile consenso.

 

Il taglio ha infatti assunto un’accezione sociale negativa. L’albero, in seguito a decenni di attività antropiche ad alto impatto ambientale, ha acquisito una forte carica simbolica. È stato eletto a emblema della Natura con la N maiuscola. È parte per il tutto, è metafora della vita, è sinonimo di un ambiente che ancora resiste alle ingordigie umane.

 

Da un punto di vista antropologico occorre sottolineare come da sempre agli alberi sia associata una dimensione sacrale. Tuttavia, se un tempo questa dimensione conviveva con le necessità materiali (alcuni alberi erano sacri, ma tanti altri erano normalmente utilizzati), oggi, in una società sempre più lontana dal coinvolgimento diretto nella produzione primaria, quest'aura di sacralità si è estesa diventando totalizzante: è diretta conseguenza, quindi, che il taglio venga sempre e comunque percepito come un atto sacrilego.

 

Tuttavia, il problema – "l’atto sacrilego" – non è da cercare nel taglio in sé, ma nelle motivazioni che stanno alla base di un determinato taglio. Ecco allora che si apre un ampio ventaglio di scenari; ecco allora che, prima di urlare "assassino!" o "distruttore!" – tendenza ormai diffusa – a un dottore o a un operatore forestale, è necessario informarsi sulle specificità del contesto.

 

Adottando uno sguardo più morbido, capace di adattarsi di situazione in situazione, si aprono quindi scenari diversi, che possono alternare esempi di gestione virtuosa, dove il taglio può garantire alla collettività un’importantissima materia prima rinnovabile (il legno) senza intaccare il capitale forestale, a casi di malagestione, esito di scelte superficiali, di progetti frettolosi e calati dall’alto, di politiche sensibili al cemento e assai meno al verde urbano.

 

Tuttavia, come tra gli altri invita a riflettere il dottore forestale Luigi Torreggiani, è necessario formulare un’adeguata distinzione tra scelte adottate in contesti forestali e decisioni intraprese in ambito urbano, soprattutto in un’Italia che, negli ultimi decenni, ha assunto un volto a due facce, che vede opporsi un re-inselvatichimento delle aree rurali abbandonate a una cementificazione asfissiante nelle periferie dei principali centri abitati e nei maggiori poli industriali.

 

"Gestione del verde urbano e gestione forestale", spiega Torreggiani, "sono due ambiti tecnicamente molto diversi, anche se, trattando sempre di alberi, si tende ad accomunarli. Il fatto che il bosco si stia espandendo nelle aree rurali della Penisola non significa che questo stia accadendo anche in città. In ambito urbano gli alberi servono, e ne servono molti di più, perché i loro servizi sono fondamentali, basti pensare al contenimento delle isole di calore, alla riduzione degli inquinanti, agli effetti su benessere psicofisico, ma anche alla tutela della biodiversità in ambienti fortemente antropizzati. Una cosa, però, accomuna i due ambiti: la gestione è necessaria. 'Gestione', tuttavia, non significa solo 'taglio' (che anche in ambito urbano talvolta è necessario, ad esempio per motivi di sicurezza). Gestione indica l'insieme di scelte consapevoli che, prima di tutto, devono tendere al mantenimento e/o all'incremento della risorsa (bosco o verde urbano) tanto per noi quanto per le generazioni future".

 

In ogni caso, spesso è del tutto assente una comunicazione finalizzata a motivare le ragioni dell’intervento. Il mancato coinvolgimento dei cittadini può quindi provocare una sensazione di sconcerto a cui, non di rado, rischia di seguire l’indignazione. Le polemiche, dunque, non sempre nascono dal preconcetto, ma ad accederle in tante occasioni è l’assenza di quelle informazioni che consentono una lettura corretta della dinamica.

 

Questa lunga premessa inquadra una recente vicenda che, a Belluno, sta facendo molto discutere. Un episodio non isolato in un'Italia ricca di casi simili, che hanno sollevato negli anni numerose contestazioni. Nella città veneta, il rifacimento – atteso da tempo – di una strada, Via Feltre, realizzato grazie alla donazione di un privato, è iniziato con l’abbattimento degli oltre cento tigli che le facevano da cornice. Ciò è avvenuto in modo improvviso, dall’oggi al domani, senza nessuna spiegazione ai cittadini.

 

Le motivazioni non sono ancora state chiarite. Anche in questo caso, quindi, l’azione ha anticipato l’informazione. "Non riuscendo a comprendere i motivi di questa iniziativa", ci ha raccontato una residente, "sono rimasta interdetta. Magari gli alberi erano pericolosi, magari erano guasti, magari c’è una ragione obiettiva alla base di questo taglio e non c’erano alternative, ma l’eliminazione totale di un elemento a noi familiare, senza sapere se e come questi alberi verranno sostituiti e, più in generale, senza essere messi al corrente in tempo del piano complessivo dell’intervento, manda in confusione. Dispiace che un’operazione di trasformazione urbana non preveda il coinvolgimento dei cittadini".

 

Alla domanda iniziale"Tagliare un albero è un’azione riprovevole?"è impossibile rispondere con un giudizio di carattere generico. Prenderne consapevolezza potrebbe essere un primo, importante, passo per adattare le proprie opinioni ai diversi contesti. Tuttavia – come il recente caso bellunese insegna – risulta sempre più urgente, da parte degli enti preposti, evitare l’improvvisazione e adottare dei piani di comunicazione capaci di coinvolgere la popolazione su un tema, come abbiamo visto, sensibile. Serve "metodo", sostiene l’esperto di arboricoltura urbana Francesco Ferrini nell’ultimo numero della rivista Sherwood, "e il metodo, in arboricoltura urbana, è l'unico vero antidoto all'improvvisazione e al conflitto permanente".

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