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Ambiente | 18 aprile 2026 | 18:00

C'è un albero che mette le foglie prima di tutti: si colora di un verde accesissimo mentre il bosco attorno è ancora spento. Tra botanica e superstizione, riscopriamo il legame degli abitanti con il territorio

Siamo sui crinali delle Prealpi feltrine, sul Monte Tomatico. In questi mesi, sul versante nord, un albero spicca per le sue foglie verdeggianti: un anticipo di primavera immerso nel bosco ancora brullo che copre il versante. Da valle, gli abitanti si chiedono quale sia il suo segreto, e qualcuno inizia a ipotizzare un'influenza sul calendario agricolo: prima che "El fagheron" inverdisca, bisogna aver concluso i mestieri invernali

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Dalla città di Feltre, nel bellunese, in questa stagione ancora incerta, gli abitanti sanno ormai dove volgere lo sguardo per trovare un segno più deciso di primavera. A guardare verso sud si scorgono le chiome di un albero, le cui foglie, colorate di un verde accesissimo già a metà marzo, si vedono da valle, mentre i canaloni boschivi tutt’intorno sono ancora spenti nei toni del grigio e del marrone.

 

Siamo sui crinali delle Prealpi feltrine, dove si alza, con i suoi quasi 1600 metri di quota, l’ultima propaggine del Massiccio del Grappa, il Monte Tomatico. La sua posizione dominante sulla conca di Feltre fa di esso un ottimo balcone affacciato sulla Val Belluna e sull’arco dolomitico.

 

Proprio sul versante nord del monte, oramai da diversi anni si erge un vegetale d’eccezione. Si tratta di un semplice faggio, o meglio di tre polloni di faggio, ricacci della ceppaia risultato probabilmente di un vecchio taglio ceduo. La particolarità? "El fagheron", così l’hanno battezzato da quelle parti, mette le foglie almeno venti giorni prima degli altri, e lo fa con un verde brillante che si vede chiarissimo da valle, nel bel mezzo di un versante ancora brullo d’inverno.

La segnalazione arriva da Giorgio Doglioni, fisico dell’atmosfera feltrino e ricercatore dell’Università di Trento, e dal padre, Francesco Doglioni, che - guidati dagli amici e compaesani Tiziano e Luigi Arboit - sono saliti fin lassù a raccogliere foto e informazioni sul suddetto esemplare vegetale. Ormai la fama del faggio ha preso a diffondersi tra gli abitanti della città veneta, tanto da far ipotizzare a qualcuno un influsso del "fagheron" sul calendario agricolo, e attirando anche l’attenzione di alcuni dei cittadini più attenti, come lo scrittore Matteo Melchiorre. 

 

L’ascesa per raggiungerlo, racconta Doglioni, è tutt’altro che facile, la zona è poco battuta e bisogna farsi strada tra le asperità del sottobosco e la pendenza del crinale. Oggi, quello che scende a Feltre passando per Villaga è un versante boschivo lasciato alla riforestazione spontanea, tra la quale rimangono forse alcuni polloni, risultato di tecniche selvicolturali sempre più in disuso a causa della rinnovata struttura socio-economica.

Il faggio in questione ipotizziamo possa rispondere proprio a questo caso. Tuttavia, a differenza degli altri faggi e del bosco misto che gli sta attorno, con la sua verdeggiante superbia si staglia fiero sul crinale, lasciandosi ammirare in lontananza dagli abitanti feltrini.

 

Come dicevamo, sebbene il faggio debba essere tutto sommato un albero giovane, pare inizino già a circolare usanze ad esso legate tra gli agricoltori della Val Belluna. Una di queste vuole che, prima che "El fagheron" metta le foglie, bisogna aver già terminato i lavori invernali sui campi. A riprova dell’eccezionalità di questo esemplare, si consideri che normalmente i faggi inverdiscono tra fine aprile e inizio maggio, mentre lavori come la legatura della vite si eseguono in genere tra fine inverno e inizio primavera, a febbraio-marzo.

Nonostante le credenze popolari, puntualizzano gli esperti, il fatto che un albero fiorisca o metta le foglie prima degli altri è piuttosto normale ed è dovuto a caratteristiche genetiche della pianta. Di casi simili, in effetti, se ne registrano diversi tra le cronache agricole della Penisola.

A mo’ di esempio - per raccogliere le segnalazioni più recenti - nel gruppo Facebook del paese di Balze di Verghereto, sull’Appennino tosco-romagnolo, un post dimostrava con una foto la presenza di un faggio dalle caratteristiche simili al "fagheron".

Esistono persino casi più "istituzionalizzati", come il cosiddetto "faggio sacro" che cresce alle spalle dell’abbazia di Vallombrosa. Un faggio monumentale di circa 150 anni, che tenderebbe a mettere le foglie prima e a perderle dopo rispetto agli altri esemplari della stessa specie presenti nel bosco. Ad esso, è legata la storia del Santo Patrono dei Forestali.

Nel 1869, proprio nei locali dell’Abbazia, nacque la prima Scuola forestale italiana. Il merito era dei monaci, che, oltre ai doveri religiosi, adempievano con grande passione e competenza alla gestione della foresta antistante. Nel 1951, uno dei loro confratelli, Giovanni Gualberto, divenne il Santo Patrono dei Forestali Italiani. Si racconta come un giorno il futuro santo si trovò sotto i rami del grande faggio e ai suoi piedi miracolosamente nacque una sorgente di acque cristalline. Il ricordo di questo miracolo è oggi inciso nella pietra di un’epigrafe posta sul muro a monte dell’albero.

 

Lasciandoci trasportare ancora per qualche istante dal magico/mistico/sacro, tra i boschi della Valganna, nel varesotto, ha fatto molto parlare di sé il cosiddetto "Faggio Guerriero": l’albero che, come una staffetta in tempo di guerra che per prima porta il segnale della fine del conflitto, avvisa la valle dell’imminente inizio di primavera. Il "Faggio Guerriero" si è addirittura guadagnato una leggenda ad hoc, che ci sembra valga la pena raccontare.

 

È la storia di un condottiero sanguinario che, per una vita, alla guida del suo esercito di fedelissimi, ha seminato morte e terrore tra le genti della valle. Un giorno - si racconta - pentendosi improvvisamente delle sue malefatte, venne preso dallo sconforto e decise di togliersi la vita. Anche di fronte alla morte, il suo esercito volle seguire il condottiero. Prima di morire, però, una strega apparve, e concesse un desiderio che potesse riscattare il guerriero. Lui, avvinto dal pentimento, chiese di poter essere almeno per una volta portatore di vita e non di morte. Fu così - narra la leggenda - che in quel luogo nacque un bosco, dove un faggio (il condottiero) mette le foglie sempre per primo, invitando quindi alla rinascita, dopo il "letargo" dell’inverno, tutti gli altri alberi, suoi soldati.

Senza lasciarci travolgere da certe suggestioni, che pure non mancano mai di un certo fascino, ci sembra che il caso di questi fenomeni apparentemente sovrannaturali possa comunque stimolare una riflessione.

 

Per quanto la botanica e la scienza forestale abbiano pieno diritto (e il dovere) di mettere in guardia dalle fantasie popolari che questi fenomeni riescono spesso a concentrare, ciò non toglie che - specie a guardare il substrato socio-economico delle valli in questione - l’attenzione degli abitanti per questi "vegetali miracolosi" è reale e quindi motivo di interesse perlomeno antropologico, fosse anche legata alla superstizione.

 

Proprio la fascinazione per accadimenti naturalistici così insoliti - ci sembra - è in qualche modo la testimonianza di un forte legame tra la componente antropica e quella naturale, che co-abitano questi territori morfologicamente e socialmente montani. È la riprova di un occhio allenato ad accorgersi del mondo che gli sta attorno, a riconoscerne le peculiarità e le irregolarità, e ad adattare le proprie abitudini su di esso.

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