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Ambiente | 18 aprile 2026 | 06:00

"Avevo una zecca tra le ciglia: era piccolissima, si distinguevano appena le zampette, eppure si era attaccata bene. Me ne sono accorto solo tre giorni dopo un'uscita in Val Genova"

La segnalazione di un lettore si rivela l'occasione per un approfondimento sul ciclo biologico di questi parassiti, e sui rischi degli esemplari più piccoli, che nello stadio larvale arrivano ad appena un millimetro di lunghezza. In passato erano più comuni da maggio-giugno, ma con l'aumento delle temperature si trovano facilmente anche in questo periodo e sopra i 2000 metri

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Erano passati ormai tre giorni dal rientro, e, cosciente della probabilità di trovarmi addosso qualche zecca, non appena tornato avevo avuto cura di ispezionarmi tutto il corpo con attenzione, o almeno così credevo. Una volta terminato ero certo di non avere ospiti indesiderati, eppure non è andata così".

 

Giunta alla mail di redazione il 18 aprile, la lettera che segue arriva da un giovane lettore, il quale ci invita ad approfondire la questione. Si tratta di un caso di attacco da zecca che, data la specificità e viste le possibili implicazioni, ci sembrava opportuno riportare e approfondire. Alle domande poste dal lettore, tenteremo di rispondere con l’aiuto di Ivan Petri, aracnologo e ricercatore.

 

La lettera

 

Ho trascorso questo week-end (11-12 aprile) in Val Genova, una meravigliosa valle glaciale nel bel mezzo del Parco Naturale Adamello Brenta. La roccia granitica, da quelle parti, offre pareti e massi spettacolari per l’arrampicata e, con queste giornate di bel tempo ma ancora piuttosto fresche, le condizioni si prestano particolarmente. Così, insieme ad alcuni amici ho trascorso due giorni tra massi boulder e falesie.

Essendo fuori stagione, queste zone non erano molto curate, ed eravamo spesso immersi tra i sentieri inaspriti dall’erba alta, cercando a fatica di evitare ai rovi del sottobosco: il contesto ideale per le zecche. Peraltro, abbiamo passato la notte in campeggio, e la serata a chiacchierare seduti nel prato davanti alle tende.

 

La domenica sera rientriamo e, dopo una bella doccia, mi metto d’impegno ad ispezionarmi ogni parte del corpo per essere certo che non mi fossi portato a casa qualche parassita. Apparentemente, nulla da segnalare: "Forse è ancora presto per le zecche a quella quota", penso.

Anche per i giorni successivi, nessuna sorpresa, e vado come al solito a lavoro tranquillamente.

 

Solo al terzo giorno, lavando i denti davanti allo specchio, mi accorgo per caso di una macchietta scura minuscola sulle palpebre, tra le ciglia, appena percettibile. Solo chiudendo l’occhio riesco a sentire con le dita un piccolo rigonfiamento. Allora, mi sorge il sospetto. Con una mano tengo abbassata la palpebra e con l’altra cerco di afferrare quella macchietta scura: è incollata, non si vuole muovere di lì. Con un po’ di impegno e qualche pizzico alla fine riesco ad agganciarla, e facendola ruotare un paio di volte su sé stessa, alla fine, molla la presa.

Avevo una zecca tra le ciglia: piccolissima, si distinguevano appena le zampette, eppure si era attaccata per bene.

 

Al che penso: "Se non l’avessi avuta in faccia ma in altre parti del corpo, non me ne sarei mai accorto". Del resto, sebbene fosse attaccata alla palpebra, nessuno in questi giorni mi aveva fatto notare nulla. Così, ritento l’ispezione sul resto del corpo, ma senza scoperte ulteriori.

 

Intanto, la zona interessata dalla zecca, che prima non sentivo nemmeno, ora che l’ho staccata inizia a prudere ed arrossarsi, seppur leggermente. Mi chiedo se, visto lo stadio larvale, queste zecche possano essere pericolose allo stesso modo, e a che rischi vada incontro chi non si accorge della sua presenza. Per trovare risposta a certe domande, e nel caso potesse essere di interesse per un approfondimento, ho pensato di raccontarlo alla vostra redazione.

Nella speranza di far cosa gradita, vi ringrazio per l’attenzione.

Al giorno d’oggi, incontrare zecche anche a quote elevate e già da fine inverno non è più una rarità. In passato erano più comuni da maggio-giugno, ma con il clima più caldo si trovano facilmente anche sopra i 2000 metri. Questo è legato anche agli animali ospiti, come i cervi, che si spostano più in alto alla ricerca di frescura. "Le uova in particolare - spiega l’esperto - vengono deposte in autunno e schiudono in primavera, quindi questo è il periodo in cui si trovano più zecche giovani. In generale, l’attività massima resta all’inizio dell’estate".

 

Ponendo la questione all’attenzione dell’aracnologo Ivan Petri, ci viene confermato che le domande poste dalla segnalazione sono tutt’altro che fuori luogo. Tuttavia, per chiarire la questione è importante chiarire il ciclo vitale di questi parassiti.

 

Il ciclo biologico delle zecche, che può compiersi su uno stesso ospite oppure su ospiti diversi, si sviluppa attraverso quattro stadi: uovo, larva, ninfa e adulto. Dopo la schiusa delle uova, quando nasce, la zecca ha sei zampe ed è molto piccola: circa 1 millimetro di lunghezza. Il passaggio da uno stadio a quello successivo richiede un pasto di sangue, sia per le femmine che per i maschi. Le femmine adulte, inoltre, necessitano del pasto di sangue per la maturazione delle uova.

 

"La biologia delle zecche funziona così: l’aracnide si attacca all’animale, fa un pasto di sangue che può durare più giorni, poi fa la muta e si stacca. Una volta staccato e fatta la muta, la zecca può rimanere sullo stesso ospite oppure cercarne un altro: in questo caso, cade sui prati e attende".

 

Si tratta di parassiti estremamente resistenti, sia al digiuno sia alle temperature. "Ho fatto anche una prova tenendone una in provetta: può vivere anche sei mesi senza mangiare. In inverno vanno in diapausa e il loro ciclo vitale, da ninfa (6 zampe) ad adulto (8 zampe), può durare anche 2–3 anni, attraversando più inverni".

 

Tramite delle piccole ghiandole sulla punta delle zampe, il parassita in attesa riesce a percepire l’anidride carbonica emessa dai mammiferi, dagli uccelli e dagli animali a sangue caldo. A quel punto si attacca. "La funzione che hanno per attaccarsi è molto particolare: possiedono un apparato boccale che, visto al microscopio, sembra una punta di freccia con dei denti contrapposti. Quando provi a tirarla, questi denti vanno più in profondità nella carne e diventa difficile toglierla".

Ci sono vari metodi: alcuni dicono di ruotarla, altri di fare una leggera pressione o dare piccoli colpetti. "La cosa principale da fare è toglierla con delle pinze, perché altri metodi — come usare acqua, olio o massaggiare la zona — possono far sì che la zecca si stacchi da sola, ma nel farlo rigurgita quello che ha mangiato. Di conseguenza, se contiene patogeni, è più probabile contrarli".

 

Lavorando in montagna, spiega il ricercatore per esperienza personale, all’inizio dell’estate (che è il periodo in cui sono più attive) in una giornata se ne possono trovare anche 20–30 sui pantaloni. "Ormai sono abituato e controllo spessissimo per evitare che si attacchino. Capita che torni a casa, ti cambi, fai la doccia e pensi di non averle addosso. Poi magari rimetti gli stessi vestiti dopo qualche giorno e la zecca è ancora lì. Per questo è importante sbattere e controllare bene gli indumenti. Se sono molto piccole, possono nascondersi anche nelle pieghe dei pantaloni".

 

Il fatto che il lettore l’abbia notata dopo tre giorni, ipotizziamo, potrebbe essere riconducibile anche a questa casistica.

 

"Per quanto riguarda il rischio, non è chiaro se siano più pericolose le zecche giovani o adulte. Alcune malattie si trasmettono quando la zecca si infetta nutrendosi di un animale portatore, dunque è improbabile che una zecca così giovane abbia già contratto l’infezione. Altre, invece, possono essere trasmesse verticalmente: il patogeno passa alle uova, quindi le zecche nascono già infette". Si consideri che una femmina adulta può deporre circa 10mila uova.

 

L’encefalite da zecca (Tbe), per esempio, essendo causata da un virus, può essere trasmessa verticalmente. Il morbo di Lyme, invece, è causato da un batterio (Borrelia) e si trasmette solo se la zecca si è infettata nutrendosi di un animale portatore.

Stringendo al caso specifico, se una zecca è piccola può essere perché non ha ancora fatto il primo pasto di sangue, oppure perché era in fase di muta. In generale, solo una piccola percentuale è infetta, e nelle zecche giovani è ancora meno probabile trovare patogeni.

 

Anche rispetto ai sintomi successivi al distacco della zecca, il prurito e il rossore trovano una spiegazione. "Quando mordono, non si sente dolore perché rilasciano sostanze anestetiche e anticoagulanti. Il prurito si avverte di solito dopo la rimozione. Il loro apparato boccale è formato dai cheliceri (come nei ragni) e da una struttura chiamata "ipostoma". Prima perforano la pelle, iniettano sostanze che evitano la coagulazione e il prurito, poi penetrano sempre più in profondità fino a raggiungere un capillare. Successivamente rilasciano una sostanza detta "cemento" che àncora la bocca alla pelle. Quando si rimuove la zecca, può capitare che resti dentro la testa (l’ipostoma), causando infezioni secondarie".

 

Dopo la rimozione, dunque, è normale avere prurito, gonfiore e arrossamento: può formarsi una piccola cicatrice che impiega anche mesi a scomparire. Se il prurito è intenso, è meglio far controllare che non siano rimasti residui della zecca, perché la ferita potrebbe infettarsi.

 

Insomma, per il giovane lettore non c’è motivo di allarmarsi: a meno che i sintomi non dovessero peggiorare, può stare tranquillo. Tuttavia è sempre raccomandabile in questi contesti utilizzare un repellente anti-zecche, e, preventivamente, aver effettuato il vaccino contro la Tbe. Gli accorgimenti più immediati, poi, sono molteplici e possono fare la differenza: dallo sbattere accuratamente i vestiti una volta tornati a casa ad effettuare controlli frequenti sul proprio corpo.

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