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Ambiente | 20 aprile 2026 | 19:00

La prima "Scuola di castanicoltura" di Slow Food è destinata a crescere: "Non solo formazione tecnica, ma anche uno strumento per ridare dignità economica e culturale ai territori"

A cinque anni dalla sua nascita, la Rete Slow Food dei castanicoltori ha compiuto quest’anno un passo fondamentale, decisivo per guardare al futuro: la creazione di una "Scuola di castanicoltura". Ne parliamo con Federico Varazi, Vicepresidente di Slow Food Italia e responsabile della Rete

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

La Rete Slow Food dei castanicoltori è una realtà relativamente giovane - ha mosso i primi passi in occasione di Oltreterra 2021 - ma già in diverse occasioni ha fatto parlare di sé, grazie ad interessanti iniziative realizzate lungo tutta la Penisola (ne abbiamo parlato QUI e QUI), in quella fascia altimetrica "di mezzo" dove, tra i paesi della media montagna, vegetano i castagneti. Una fascia dominata da una specie arborea che, nei nostri ambienti, si troverebbe in modo sporadico all’interno di boschi misti, ma che è stata diffusa e coltivata da secoli, per il legno e per il frutto, diventando così una risorsa fondamentale ma anche un simbolo del legame tra genti di montagna, alberi e foreste.

 

A cinque anni dalla sua nascita, la Rete ha compiuto quest’anno un passo fondamentale e decisivo per guardare al futuro: la creazione di una "scuola di castanicoltura".

 

"Vogliamo trasformare la castanicoltura da frutto tradizionale da settore in difficoltà a leva di sviluppo sostenibile per le aree interne": con queste parole Federico Varazi, Vicepresidente di Slow Food Italia e responsabile della Rete Slow Food dei castanicoltori, racconta a L’Altramontagna gli obiettivi della Rete Slow Food dei castanicoltori. La Rete nasce infatti per rispondere a una crisi profonda del settore della castanicoltura da frutto, dovuta a più fattori: l’abbandono delle aree interne, gli effetti del cambiamento climatico, la diffusione di parassiti come il cinipide del castagno e, più in generale, la perdita di valore economico e culturale di questa coltura tradizionale.

 

"Il nostro principale obiettivo è quello di rilanciare la castanicoltura come presidio ambientale, economico e sociale, mettendo in connessione produttori, trasformatori e comunità locali", spiega Varazi. "In particolare, la Rete punta a valorizzare le produzioni locali e di qualità, tutelare la biodiversità dei castagneti, contrastare l’abbandono dei territori montani e collinari, rafforzare filiere sostenibili e giuste".

 

L’idea di far nascere una scuola si lega strettamente a questi obiettivi generali, ma non solo. 

 

"Oggi parlare di una scuola di castanicoltura tradizionale significa rispondere a più urgenze contemporaneamente", sottolinea Varazi. "Da un lato c’è la crisi climatica, che sta mettendo sotto pressione ecosistemi fragili come i castagneti; dall’altro c’è l’abbandono delle aree interne, dove il castagno è spesso una delle poche risorse agricole e culturali ancora vive. In mezzo, c’è la perdita di conoscenze: pratiche agronomiche, saperi locali, capacità di gestione del bosco che rischiano di scomparire. Una scuola serve proprio a questo: a ricostruire una comunità di pratiche e di conoscenze. Non è solo formazione tecnica, ma anche uno strumento per ridare dignità economica e culturale alla castanicoltura, considerandola non come attività residuale, ma come presidio territoriale e modello di gestione sostenibile".

La Scuola di castanicoltura, racconta Varazi, nasce con un’impostazione molto concreta e partecipativa. Vuole infatti alternare momenti teorici ad attività sul campo: "Perché la castanicoltura tradizionale si impara soprattutto osservando e facendo". I moduli affrontano temi diversi: dalla gestione agronomica del castagneto alla trasformazione del prodotto, dalla biodiversità alle sfide legate ai cambiamenti climatici, fino agli aspetti economici e organizzativi.

 

"Un elemento centrale è lo scambio tra pari", sottolinea il responsabile. "Non ci sono solo docenti, ma anche produttori che condividono esperienze e soluzioni. La Rete dei castanicoltori diventa così un laboratorio diffuso, dove si costruisce conoscenza collettiva. L’obiettivo non è standardizzare, ma valorizzare le specificità locali dentro una visione comune".

 

"La Scuola si rivolge a un pubblico ampio", continua Varazi. "Innanzitutto, ai castanicoltori già attivi che vogliono aggiornare le proprie competenze e confrontarsi con altri produttori. Ma è pensata anche per chi vuole avvicinarsi a questa attività: giovani che cercano un’opportunità nelle aree interne, nuovi agricoltori, persone interessate a un ritorno alla terra. Allo stesso tempo, può coinvolgere tecnici, operatori del settore forestale e chiunque abbia interesse per la gestione sostenibile del territorio".

 

L’idea, insomma, è costruire una comunità trasversale, capace di tenere insieme produzione, tutela ambientale e dimensione sociale: "Perché il futuro dei castagneti, in fondo, riguarda non solo chi se ne prende cura in montagna, ma chiunque abbia cognizione dello straordinario valore ambientale, economico e sociale di territori che, lasciati indietro dallo sviluppo degli ultimi decenni, oggi diventano fondamentali per il processo di transizione ecologica".

Ma che ruolo ha la castanicoltura da frutto nell’economia delle aree interne? Dopo decenni di declino di questa coltivazione, si assiste a un ritorno di interesse oppure no? Domande difficili, a cui Federico Varazi non si sottrae. "La fotografia attuale è quella di un sistema fragile ma tutt’altro che marginale. La produzione di castagne è lontanissima dai livelli storici: siamo passati da centinaia di migliaia di tonnellate del passato a poche decine di migliaia di oggi. Le criticità sono note e in parte strutturali: frammentazione aziendale (spesso meno di 2 ettari medi), collocazione in aree montane difficili, invecchiamento dei conduttori e abbandono dei territori. A questo si aggiungono fattori più recenti e destabilizzanti: cambiamento climatico e pressione fitosanitaria (cinipide, mal dell’inchiostro), che continuano a incidere sulla produttività. Allo stesso tempo, però, il castagneto da frutto resta un presidio fondamentale per le aree interne: non solo per la produzione, ma per il paesaggio, la biodiversità e la tenuta socioeconomica dei territori montani.

 

"Più che un vero ritorno generalizzato, parlerei di una ripresa selettiva e disomogenea", puntualizza il responsabile della Rete. "Dopo il lungo declino iniziato nel secondo dopoguerra, negli ultimi anni si osserva un rallentamento dell’abbandono e, in alcune aree, un recupero attivo dei castagneti tradizionali affiancato da nuovi impianti. Questa dinamica è trainata da una domanda crescente di prodotti di qualità e da un rinnovato interesse culturale ed economico per la castagna. Tuttavia, il settore procede a due velocità: da un lato aziende organizzate, spesso legate a produzioni Dop e Igp, capaci di stare sul mercato; dall’altro, una vasta area ancora marginale, dove i castagneti restano abbandonati o poco produttivi. Quindi sì, esiste una ripresa, ma riguarda soprattutto i contesti più strutturati o le realtà che riescono a fare filiera e valorizzazione".

 

In questo quadro occorre anche evidenziare che i castagneti da frutto si sono trasformati nel tempo: "Oggi non sono più solo il luogo della produzione di castagne", spiega il responsabile, "ma diventano spazio di turismo rurale, raccolta di prodotti del sottobosco, servizi ecosistemici e attività didattiche e culturali. Questo allarga le fonti di reddito e rafforza il legame con le comunità locali". Varazi aggiunge anche un altro elemento trasversale e decisamente interessante: la crescente domanda di alimenti naturali, senza glutine e legati alla tradizione: "Questo rende la castagna e i derivati della farina dei prodotti contemporanei, di rinnovato valore gastronomico". 

La prima Scuola della Rete Slow Food dei castanicoltori è nata a San Marcello Piteglio, sulla Montagna Pistoiese, all’interno di un campus esperienziale di formazione in castanicoltura e imprenditorialità sociale organizzato da Anci Toscana, Gal MontagnAppennino e Slow Food, ma si tratta solo dell’inizio di un progetto più ampio e strutturato.

 

"L’obiettivo è costruire una vera e propria rete di formazione diffusa, capace di rafforzare le competenze dei produttori, favorire lo scambio di conoscenze tra territori diversi e valorizzare la castanicoltura come presidio culturale oltre che economico", spiega il responsabile. L’idea è quella di replicare il modello in altre aree castanicole italiane, adattandolo alle specificità locali, ma mantenendo alcuni pilastri comuni: "Formazione pratica, recupero dei saperi tradizionali, innovazione sostenibile e rafforzamento delle comunità rurali. In questo senso, la Scuola toscana diventa un vero e proprio laboratorio, un punto di partenza da cui sviluppare un sistema nazionale di "scuole dei mestieri", legate a Slow Food, che punta a sostenere le aree interne e le filiere agricole marginali attraverso strumenti concreti: non solo promozione, ma anche educazione, assistenza tecnica e costruzione di comunità".

 

Durante la prossima edizione di "Terra Madre", che si terrà a Torino dal 24 al 27 settembre, Slow Food racconterà questa prima esperienza creando le basi per il futuro dell’iniziativa: "Si tratta dell’inizio di un percorso", chiosa Federico Varazi, "che mira a dare continuità e futuro alla castanicoltura, rendendola più resiliente, attrattiva e sostenibile".

 

 

Le foto relative alla Scuola sono di Ivano Orlassino

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