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Attualità | 21 aprile 2026 | 06:00

Porzioni di bosco abbattute, tronchi spezzati e trascinati dalle valanghe: i danni alla vegetazione abruzzese testimoniano il peso della neve fuori stagione: "La montagna in alcune zone risulta sfigurata"

Il nostro reportage, dal Massiccio della Maiella, del Ciclone Erminio. Oltre sessanta ore di precipitazioni consecutive sullo stesso bacino idrografico: canaloni riaperti dopo decenni, boschi coinvolti e un paradosso idronivologico che racconta un Appennino sempre più fragile

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Quando parliamo di eventi meteorologici eccezionali, tendiamo a fissarci sull'immediato: i numeri delle precipitazioni, le strade chiuse, le immagini della neve fuori stagione. Poi archiviamo l'evento e andiamo avanti. Eppure alcune conseguenze - quelle più profonde, capaci di riscrivere la geomorfologia di un territorio - si rendono visibili solo dopo, quando la neve si ritira e la montagna torna a mostrarsi. E spesso quello che appare lascia senza parole.

 

Il Ciclone Erminio, abbattutosi sull'Italia centrale a inizio aprile, è uno di quegli eventi che non si leggono soltanto sui grafici pluviometrici. Si leggono sulla pelle delle montagne.

Nelle aree di Abruzzo, Molise e Puglia interessate dal Ciclone Erminio si sono registrate precipitazioni - in forma liquida e solida - per oltre 60 ore consecutive. Non si tratta di una singola nevicata intensa seguita da una pausa, né di più episodi distinti ravvicinati nel tempo: è stato un evento prolungato, con accumuli progressivi e senza interruzioni significative del flusso perturbato.

 

Sessanta ore. Più di due giorni e mezzo di precipitazioni continue sugli stessi bacini idrografici.

Ciò che ha reso la situazione realmente complessa è stata la contemporanea presenza di criticità idrauliche e nivologiche: corsi d'acqua in piena e nevicate abbondanti sugli stessi bacini idrografici, nello stesso arco temporale. Una combinazione che amplifica esponenzialmente i rischi e la risposta geomorfologica del territorio: quando un reticolo idrografico è già sotto stress per le piogge intense e contemporaneamente si scaricano valanghe nei fondovalle, i margini di assorbimento del territorio si azzerano.

 

Un esempio eclatante di quanto accaduto è ciò che i nostri occhi - e i nostri obiettivi - sono riusciti a documentare sul Massiccio della Maiella. Alcune montagne hanno interamente mutato aspetto. I canaloni si sono riaperti: alcuni di essi non mostravano attività valanghiva da decenni. In un singolo evento, con la violenza della precipitazione e il peso della neve accumulata, la montagna ha ricominciato a parlare, e lo ha fatto con un linguaggio antico, potente, difficile da ignorare.

"La montagna in alcune zone risulta sfigurata". Sono le parole degli abitanti del luogo, di chi quella montagna la conosce da una vita, di chi ha la memoria storica di come appariva in ogni stagione. E questa testimonianza, forse più di qualsiasi dato numerico, rende la misura di quello che è accaduto.

 

Sono impressionanti i nuovi canaloni visibili a poche centinaia di metri dalla strada che collega Campo di Giove a Passo San Leonardo. Solchi profondi tracciati dalla neve in movimento, che hanno ridisegnato il profilo del versante in modo netto e improvviso.

 

Altrettanto eloquente il panorama osservabile da Sant'Eufemia a Maiella: porzioni di bosco abbattuto, tronchi spezzati e trascinati, vegetazione che testimonia con la propria caduta il peso di quella neve fuori stagione.

Non è stata una neve leggera e farinosa, quella di Erminio. È stata una neve pesante, bagnata, capace di caricare ogni ramo, ogni albero, ogni canalone con una forza che il terreno - e il bosco - non erano preparati a reggere. Il risultato è visibile nella fotografia qui sopra: in primo piano i tronchi sradicati e spezzati, sullo sfondo il canalone bianco che scende dal crinale fino al limite del bosco, una cicatrice ancora aperta sul versante. In mezzo, la distesa degli alberi abbattuti. Sotto un cielo che oggi appare quasi beffardamente azzurro.

 

Qui risiede forse l'aspetto più particolare  e scientificamente più interessante di questo evento. Erminio non deve confondere il quadro più ampio: l'inverno 2025-2026, soprattutto sui settori orientali dell'Appennino, è stato avaro di precipitazioni. Al contrario, il versante occidentale ha visto un innevamento eccellente, ma concentrato esclusivamente sopra i 2000 metri di quota.

 

La neve di aprile è caduta su un terreno termicamente caldo. In assenza di un manto nevoso preesistente sui versanti, e con temperature del suolo elevate per la stagione, la neve ha faticato a legarsi al terreno. Il risultato è stato paradossale: le montagne dove le valanghe sono scese sul Massiccio della Maiella presentano oggi grandi accumuli nei fondovalle portati a valle dalla forza delle slavine, e poca o nessuna neve in quota.

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