"Ho incontrato degli allevatori che detestavano i lupi e, tuttavia, ne avevano uno in casa. Un cane". Il lungo viaggio di Adam Weymouth sulle orme socio-culturali del lupo. Il racconto a L'Altramontagna

"Una certa politica populista sembra offrire l'illusione di poter fermare il cambiamento. Che si tratti del lupo o dei migranti. I populisti offrono l'illusione di tornare a un passato che in realtà non è mai esistito, in cui tutto andava bene e la vita era semplice". Adam Weymouth, fresco vincitore del Premio Itas del Libro di Montagna, scrittore e viaggiatore, ha ripercorso la strada di Slavc, il lupo sloveno arrivato in Lessinia. Tra convivenza e conflitto, sterminio e protezione, la storia del lupo in realtà parla di noi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
In questi giorni in cui le notizie sui numerosi lupi morti per avvelenamento in Abruzzo si susseguono in maniera drammatica, portando a galla (se mai ce ne fosse stato bisogno) le complessità e i conflitti relativi alla convivenza, diventa cruciale affrontare il tema non soltanto dal punto di vista della cronaca, ma anche da quello dell’approfondimento.
Ed è dunque un’occasione ideale l’assegnazione a Il lupo solitario di Adam Weymouth (Iperborea, 2025) del Premio ITAS del Libro di Montagna (il libro è risultato vincitore anche nella categoria "Vite e storie di montagna"). Tra il 2022 e il 2023, l’autore ha seguito le tracce del lupo Slavc, che nel dicembre del 2011 partì dai pressi del Monte Slavnik, in Slovenia, percorrendo migliaia di chilometri verso ovest, passando prima per l’Austria e poi per le Alpi italiane, stabilendosi infine in Lessinia nel marzo del 2012, dove formò un branco insieme a una lupa di origine appenninica. Questa storia incredibile, che racconta un lungo viaggio di dispersione, un incrocio tra popolazioni diverse di lupo (quella dinarica e quella italica) e un punto di svolta nella ricolonizzazione di un’area da cui il lupo era scomparso, è stata documentata grazie alla cattura, nell’estate del 2011, del giovane Slavc, a cui fu applicato un radiocollare.

Il libro di Weymouth è una miniera di preziose informazioni non solo sul viaggio di Slavc, ma anche sul panorama ecologico, antropologico e scientifico in cui sta avvenendo la ricolonizzazione dell’Italia (e dell’Europa) da parte del lupo. Weymouth racconta l’avventura scientifica dietro al monitoraggio di Slavc e l’entusiasmo dei ricercatori nell’osservare il comportamento del lupo in dispersione. Si concentra sulla storia della relazione tra umani e lupi: l’addomesticamento, ancora avvolto nel mistero, avvenuto probabilmente intorno a ventimila anni fa e che ha portato alla diffusione dei cani in tutto il pianeta; i processi per licantropia nel Medioevo; l’appropriazione dell’immagine del lupo da parte degli umani, per esempio nella mitologia di Roma, nel Regno d’Italia, ma anche negli immaginari nazista e fascista; infine lo sterminio sistematico, che ha portato alla graduale scomparsa del lupo in Europa, prima che si decidesse di proteggerlo. Ma Weymouth, instancabile viaggiatore, ci fornisce anche informazioni di prima mano sulla convivenza con il lupo nei luoghi toccati dall’itinerario di Slavc, riportando le voci di allevatori, pastori, cacciatori e scienziati.

Conversando con l’autore britannico, ci viene spontaneo domandargli come ci si senta, dopo un viaggio sulle orme del lupo, a vivere in un luogo (la Gran Bretagna, appunto) dove questo animale si è estinto nel diciassettesimo secolo (e l’orso molto prima). "In un certo senso", ci dice, "è ciò che inizialmente mi ha spinto a scrivere questo libro. Vivevo in Scozia quando ho iniziato a pensarci, ma avevo viaggiato in Alaska per il mio primo libro, e là avevo fatto l’abitudine a vedere i grandi carnivori. La Scozia ha paesaggi simili a quelli dell’Alaska, ma prima di quel viaggio non avevo mai pensato che fosse strano non avere tutti quegli animali. E anche nelle Dolomiti avevo la sensazione di essere in un luogo più ricco, perché ero consapevole di queste altre ‘grandi vite’ non umane intorno a me. In fondo, il carnivoro più grosso della Gran Bretagna è il tasso: mi piacciono i tassi, ma sono ben diversi dai lupi. Forse è una visione un po’ romantica, ma trovo anche del tutto naturale condividere lo spazio con questi animali. Semplicemente, in Gran Bretagna non ci pensiamo più. Ci sono stati dibattiti su una possibile reintroduzione del lupo o della lince, ma non penso che siamo pronti. Ma almeno [ride, NdR] questo mi offre una scusa per tornare in Italia".
Nel suo libro, Weymouth ripercorre la storia dello sterminio del lupo, ridotto sull’orlo dell’estinzione e poi salvato dalla decisione di proteggerlo rigorosamente. "Lo sterminio dei lupi è una cosa che va avanti da sempre. Ciò che avevo notato in Alaska era che le popolazioni indigene avevano una relazione molto diversa con il lupo. Ne parlavano con rispetto. Ma noi li abbiamo perseguitati da quando abbiamo iniziato ad addomesticare gli animali. Io credo che questa persecuzione abbia dei tratti piuttosto irrazionali". Ma l’autore, che nel libro dedica un’intera sezione al tema, ricorda anche che "fu il lupo il primo animale che addomesticammo, e questo portò alla domesticazione di altri animali. Con il lupo abbiamo condiviso ventimila anni; cacciavamo in modo simile, avevamo strutture sociali simili. Qualcuno mi disse che il lupo è come un fratello: o lo ami o lo odi, non c’è una via di mezzo".
Ma come si spiega allora la contraddizione – almeno apparente – tra l’odio per il lupo e l’amore per i cani, che altro non sono che il risultato di questa lunga convivenza e di un processo di domesticazione? "Ho incontrato degli allevatori", racconta Weymouth, "che detestavano i lupi, e tuttavia ne avevano uno in casa. Un cane. Addirittura ci lavoravano insieme tutti i giorni. A volte ho persino avuto l’impressione che queste persone che detestavano il lupo, se avessero creduto nella reincarnazione, sarebbero state felici di essere lupi nella vita successiva. Abbiamo una relazione davvero stretta e siamo davvero simili: entrambi cacciavamo prede più grandi di noi, muovendoci in gruppo, dividendoci i compiti, istituendo gerarchie; entrambi abbiamo una struttura sociale dove l’empatia gioca un ruolo importante. Il lupo è uno dei pochi animali, oltre a noi, che rimangono con i propri giovani per molto tempo dopo la loro nascita. Possiamo vedere così tanto di noi in loro. E non abbiamo problemi a riconoscere queste somiglianze nei cani. Forse perché abbiamo rimosso la loro parte selvatica. Ciò che trovo incredibile è che se io ora fermassi i passanti per strada qui a Londra, tutti avrebbero un’opinione netta sui lupi, anche se non ne vediamo uno da alcune centinaia di anni".
Ma nel corso dei suoi viaggi, Weymouth ha avuto modo di sentire le opinioni di chi col lupo convive fianco a fianco, in Slovenia, Austria e Italia. E se la situazione non è sempre omogenea, con livelli variabili di tolleranza e resistenze più o meno accentuate ai cambiamenti necessari per la convivenza (per esempio, le misure di protezione delle greggi), il malcontento è spesso tangibile.
Per Weymouth, la questione centrale è la paura del cambiamento. "Durante tutto il mio viaggio ho visto grandi spazi vuoti. Quell’anno ci fu l’estate più secca degli ultimi secoli. Il cambiamento climatico è un problema enorme, il bostrico sta decimando le foreste da cui molti paesi dipendono, i giovani non vogliono fare gli allevatori, l’inflazione alza i costi… Insomma, i cambiamenti sono profondi. E una certa politica populista sembra offrire l’illusione di poter fermare il cambiamento. Che si tratti del lupo o dei migranti. I populisti offrono l’illusione di tornare a un passato che in realtà non è mai esistito, in cui tutto andava bene e la vita era semplice".
Nel libro, Weymouth racconta di uno sloveno che cerca di convincerlo della bontà della Brexit (l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea) e dei vantaggi di essere fuori dall’UE. "Ma per me la Brexit è stata una follia, e l’unico modo per avere speranza nel futuro è apprezzare e sfruttare il cambiamento. Cercare di fermarlo erigendo muri o abbandonando l’UE non funziona. E una delle ragioni per cui il lupo è così interessante è che, dopo mezzo milione di anni sul pianeta, è ancora qui grazie alla sua incredibile capacità di adattarsi al cambiamento. Ha affrontato la crisi muovendosi e adattandosi".
Dal racconto di Weymouth emerge la sensazione che una parte di chi vive e lavora in queste zone, dove la presenza del lupo si somma a problemi economici, demografici ed ecologici, tema la perdita dei propri paesaggi, della propria cultura e della propria identità. Il lupo, che appartiene all’ambito del "selvaggio" (percepito come incontrollabile, brutto, sporco), si contrappone alle zone agricole, considerate pulite, armoniose, proprio perché domate e controllate dall’uomo. "Io capisco luoghi come la Slovenia, che hanno questi paesaggi molto armoniosi, questi spazi coltivati che supportano anche una grande biodiversità", riflette Weymouth. "E penso che ci sia un valore nel cercare di preservare anche alcuni elementi culturali. Attraversiamo una crisi di biodiversità, ma anche culturale. Questo lo avevo notato anche in Alaska: là non è solo il salmone a scomparire, ma anche tutta una cultura incentrata sulla pesca del salmone. E vedo lo stesso nelle montagne europee, dove scompare un certo tipo di vita vissuta in alta quota, lavorando con i cani, producendo cibi che poi tutti vogliamo anche in città. Ciò che non funziona è l’idea che possiamo mantenere la situazione immutata. Il cambiamento climatico ci ha strappato dall’illusione della nostra separazione dalla natura: tutto è connesso, e stiamo iniziando a vederne i risultati". Weymouth ricorda le proteste di allevatori e agricoltori in tutta Europa, e riconosce la rabbia e il senso di alienazione che le hanno generate. Purtroppo, gli unici politici che sembrano dare ascolto a queste rivendicazioni sono i populisti, che ne sfruttano il carico emotivo alimentando la rabbia per fini elettorali.
Il risultato è che si pensa più al problema che alle soluzioni (che pure esistono). Nel corso del suo viaggio, Weymouth ha notato che, dopo decenni di assenza del lupo, il livello di tolleranza è assai basso. Bastano meno di 150 lupi per pretendere un controllo della popolazione (che, tradotto in pratica, significa abbattimenti). Molti allevatori dichiarano di non avere problemi col lupo, ma che quella non è casa sua. Dov’è allora, si chiede l’autore, la casa del lupo? "Questo discorso non lo facciamo solo con gli animali, ma anche con le persone. È il caso dei rifugiati", riflette Weymouth. "Tra l’altro, è molto facile essere compassionevoli verso il lupo o l’orso quando sono in pericolo di estinzione. Ma quando la conservazione ha successo, si porta dietro questi nuovi problemi. E quando parliamo di rewilding, spesso ci dimentichiamo che gli effetti non saranno tutti sotto il nostro controllo o in accordo con i nostri piani. Non possiamo tenere questi animali separati da noi. Ma questo non rende la convivenza impossibile: al momento abbiamo molti meno lupi di qualche centinaio di anni fa, e molte meno persone che vivono in campagna. E ho visto esempi fantastici di convivenza: pastori che usano recinti elettrificati, che lavorano con i cani da guardiania… Se è vero che qualche forma di controllo della popolazione è necessaria, l’attuale declassamento del lupo sembra una decisione dal sapore politico. I numeri del lupo sono in crescita, ma lo status di conservazione non è ancora favorevole in molte parti d’Europa. Non siamo certamente circondati dai lupi: io non ne ho visto nemmeno uno in tutto il mio viaggio. E sull’idea che i lupi stiano perdendo la paura dell’uomo perché scendono in città, a Verona o a Roma, un recente studio spiega bene che i lupi hanno la stessa paura di sempre, ma che noi viviamo in modi che li incoraggiano ad avvicinarsi. Perché alleviamo in un certo modo, o gestiamo male i rifiuti. Ci sono molti modi per adattarsi che non prevedono semplicemente di sparare a più lupi".
Facciamo allora notare a Weymouth che in certi circoli – forse minoritari, ma non del tutto irrilevanti – si diffondono idee di sterminio generalizzato: orsi, lupi, cinghiali, cornacchie, cormorani, castori… "Nel Regno Unito qualcuno vuole far fuori tutti i tassi, perché a quanto pare diffondono la tubercolosi bovina!", esclama. "Ma allora, quando ci fermeremo? Abbiamo questa idea fantasiosa che dovremmo poter godere della natura senza nessun obbligo. In Alaska, o nel nord della Svezia dove è cresciuta mia moglie, si cresce con un senso diverso della natura, come qualcosa da rispettare e, in qualche misura, da temere. Non dico che dobbiamo tornare a quel punto, è bellissimo che la natura sia oggi accessibile a molte persone, per esempio nei parchi nazionali; ma possiamo bilanciare tutto questo con un senso di rispetto per i luoghi in cui viviamo, abituandoci a condividerli con altre specie".
Immagine di apertura: lupo fotografato nel Veronese (fonte: Wikimedia Commons); Il lupo solitario e Adam Weymouth (fonte: Iperborea)











