Borgo Val di Taro, si ferma lo storico macello comunale. Una filiera di qualità rischia di scomparire: la comunità locale in allarme

Quando le filiere corte si indeboliscono, quando i produttori perdono la possibilità di controllare direttamente il proprio lavoro, si crea un vuoto. E i vuoti, li potrebbero riempire intermediazioni opache, pressioni commerciali che spostano il valore lontano dai territori, dinamiche che riducono trasparenza e tracciabilità

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
A Borgo Val di Taro, sull'Appennino parmense, lo storico macello comunale, affidato in convenzione a una cooperativa di allevatori, ha interrotto l’attività. La causa è la scadenza del contratto di gestione, non rinnovato, e l’assenza – al momento – di un nuovo bando. Per rivedere la struttura in funzione occorrerà attendere i tempi amministrativi necessari alla pubblicazione e all’assegnazione di una nuova gara. Si parla, realisticamente, di mesi.
La sospensione non è solo un fatto tecnico. Per molti allevatori della zona rappresenta un colpo pesante a una filiera che negli ultimi anni aveva dimostrato di poter coniugare qualità, sostenibilità e radicamento territoriale.
Il macello comunale, infatti, consentiva un servizio completo: sezionamento per utenti finali, confezionamento e soprattutto etichettatura direttamente in loco. Un passaggio unico, rapido e controllato, che permetteva agli allevatori di trasformare e vendere in autonomia, mantenendo valore aggiunto e identità del prodotto.

Con la chiusura, questo modello rischia di dissolversi. I macelli privati del territorio, pur riconosciuti per la loro qualità, non offrono le stesse possibilità operative. Senza la possibilità di sezionare e confezionare in sede, gli allevatori dovranno rivolgersi a commercianti o appoggiarsi a macellai disponibili a gestire l’intero processo. Una soluzione che, per chi lavora con piccoli numeri, può diventare economicamente insostenibile.
La perdita potenziale non riguarda solo la carne bovina o suina. Negli ultimi anni si era delineata una sinergia promettente con la filiera della selvaggina, un settore ad alto valore aggiunto, legato alle pratiche di selezione. Anche questo percorso rischia ora di rallentare o interrompersi, privando il territorio di un’opportunità di sviluppo.
A rendere il quadro ancora più complesso contribuiscono anche elementi emersi in sede "istituzionale". Un’interrogazione consiliare presentata il 13 aprile 2026 dal gruppo di minoranza 'Borgo Val di Taro Rinasce' richiama l’attenzione sulle criticità tecniche della struttura: in particolare la mancata messa a norma del sistema di smaltimento degli scarichi idrici di lavorazione, classificati come scarichi industriali ai sensi del D.Lgs. 152/2006.
La comunità della Valtaro è davanti a un bivio: riuscirà questa filiera a ripartire con la stessa forza? O la pausa forzata rischia di disperdere competenze, relazioni e opportunità costruite negli anni?
Quando le filiere corte si indeboliscono, quando i produttori perdono la possibilità di controllare direttamente il proprio lavoro, si crea un vuoto. E i vuoti, li potrebbero riempire intermediazioni opache, pressioni commerciali che spostano il valore lontano dai territori, dinamiche che riducono trasparenza e tracciabilità a vantaggio di distorsioni economiche e illegalità.
In montagna, questo rischio è purtroppo amplificato. Senza un macello pubblico che garantisca prossimità, controllo e autonomia, gli allevatori diventano più esposti, più dipendenti da intermediari, e dunque meno liberi di difendere la qualità che li distingue.
Fotografie di Mauro Delgrosso










