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Attualità | 23 aprile 2026 | 13:12

"Hanno seguito i segnali del fiume nascosto fino al risultato tanto atteso". Nel Carso, dopo vent’anni, aperto un nuovo pozzo sul Timavo: nasce nei monti sloveni, 'scompare' per 40 chilometri' e riemerge vicino a Trieste

Il fiume Timavo scorre tra Slovenia, Croazia e Italia: sgorga dalle foreste del Monte Nevoso, attraversa la Val Malacca e sparisce nelle Grotte di San Canziano per riaffiorare poi presso San Giovanni di Duino dopo un lungo percorso ipogeo. Oggi, nel carso triestino, una nuova cavità ne lambisce le acque: è l’Abisso Luciano Filipas

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Dopo quasi vent’anni di lavoro, gli speleologi della Commissione Grotte Eugenio Boegan (Cgeb) della Società Alpina delle Giulie - Sezione di Trieste del Club Alpino Italiano hanno annunciato di aver finalmente raggiunto il Timavo sotterraneo, aprendo un nuovo accesso sul Carso triestino. È l’Abisso "Luciano Filipas", intitolato alla memoria di un socio della sezione recentemente scomparso.

 

"Un traguardo straordinario, che segna una nuova pagina nella storia della speleologia del nostro territorio", commenta la Regione Friuli Venezia Giulia. Si tratta infatti della quarta cavità, nella parte italiana del Carso Classico, a giungere al fiume sotterraneo.

 

Il fiume Timavo ("Reka" in Slovenia) è uno dei più affascinanti enigmi idrici europei, si legge nel quotidiano di speleologia Scintilena. "Nasce dalle foreste del Monte Nevoso (Snežnik), attraversa la Croazia e la Slovenia nella Val Malacca, scompare nelle Grotte di San Canziano (Škocjanske jame) in Slovenia e riaffiora in Italia presso San Giovanni di Duino (Trieste) dopo un percorso ipogeo di circa 38–40 chilometri".

 

Durante questo tragitto sotterraneo, il fiume attraversa il Carso classico a profondità che raggiungono e superano i 300 metri, scavando un complesso labirinto di gallerie e camere ancora non completamente mappato.

 

"Il Carso triestino - da cui deriva il termine scientifico "carsismo" - è costituito da rocce calcaree di età compresa tra il Cretacico superiore e l’Eocene. Le sue acque sono vulnerabili all’inquinamento per la scarsa capacità filtrante del substrato, rendendo ogni nuova "finestra" sul Timavo un punto strategico per il monitoraggio ambientale".

La grotta, situata nei pressi di Fernetti, era conosciuta fin dall’Ottocento come "buco soffiante" durante le piene del Timavo, ma per oltre un secolo era rimasta dimenticata. Nella prima metà dell’Ottocento, infatti, Trieste - porto franco dell’Impero asburgico in forte crescita demografica - soffriva una cronica carenza idrica. L’idea di intercettare le acque del Timavo sotterraneo per l’acquedotto cittadino divenne un’ossessione pratica e scientifica, che vide anche la morte di quattro operatori nel 1966

 

Negli anni si individuarono i tre abissi che, prima di oggi, garantivano i soli accessi al corso ipogeo del fiume nella parte italiana. Il secondo dei quali, completato nel 1999, deve la sua scoperta in gran parte proprio allo speleologo Luciano Filipas, allora sessantenne e già ritiratosi dal servizio. Egli, dagli anni ’50 agli anni ’80, fu tra gli esploratori più attivi della Cgeb, partecipando a imprese in tutta Italia e non solo.

 

Dal 2006, grazie alla determinazione e alla passione di decine di speleologi, sono iniziati i lavori di scavo e approfondimento su quest’ultima cavità, che avrebbe poi preso il suo nome, proseguiti tra difficoltà tecniche, passaggi stretti, frane interne e condizioni ambientali complesse.

"Con pazienza e coraggio, uscita dopo uscita, gli speleologi hanno seguito i segnali del fiume nascosto fino al risultato tanto atteso". Nel gennaio di quest’anno, dopo 874 uscite complessive, è stato finalmente raggiunto un nuovo pozzo che si apre direttamente in una grande caverna dove, a 315 metri di profondità, scorre il Timavo sotterraneo con le sue intense acque verde smeraldo.

 

La prima discesa sul fondo, avvenuta nei primi giorni di aprile 2026, ha permesso di raccogliere campioni d’acqua e sabbia e di osservare un ambiente ancora intatto, dove sono stati visti e fotografati anche diversi protei, simbolo prezioso della vita nascosta nel mondo ipogeo.

 

Nelle prossime esplorazioni proseguiranno i rilievi, la documentazione fotografica e le ricerche scientifiche, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza del sistema del Timavo e della vulnerabilità dell’acquifero carsico.

 

"Un risultato che emoziona e che parla di passione, perseveranza, spirito di squadra e amore per il territorio", conclude la Regione. "Complimenti a tutte le speleologhe e gli speleologi che hanno reso possibile questa impresa eccezionale".

 

 

Foto in apertura: Andrea Miglia e Spartaco Savio

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