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Ambiente | 10 maggio 2026 | 12:00

Per primi, in Italia, riuscirono a catturare un lupo per motivi di studio: "Temendo di perdere il segnale, per mesi lo pedinarono, con turni di otto ore, seguendo in solitudine il vago bip-bip"

Marco Albino Ferrari, autore del volume "La via del lupo: Nella natura selvaggia dall'Appennino alle Alpi", racconta gli albori della conservazione del lupo in Italia. Dietro questo momento capitale, c'è la storia dei giovani ricercatori Luigi Boitani, Erik Zimen e David Mech

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Al principio della cultura della conservazione, in Italia, fu l’Appennino. Erano i primi anni Settanta, e il lupo, nella penisola, era quasi estinto, se ne contavano circa un centinaio di esemplari localizzati esclusivamente nel centro-sud.

 

I lupi, fino ad allora, erano stati considerati animali "nocivi" dal punto di vista legislativo, potevano ovvero essere abbattuti sempre e comunque, senza bisogno di autorizzazioni. Anzi, in quegli anni era lo Stato italiano stesso a distribuire stricnina per fare i bocconi avvelenati. Fu questo uno dei principali fattori che portarono la specie vicina all’estinzione.

 

A trasformare radicalmente il contesto in maniera definitiva fu la Convenzione di Berna, del 1979, poi confluita nella legge 157 del 1992, che usiamo ancora oggi. Ora, quarantasette anni dopo Berna, i lupi in Italia superano ampiamente i tremila esemplari. E superando il rischio estinzione, riportano con sé antiche conflittualità (si vedano la strage di lupi nel Parco d’Abruzzo o il caso mediatico del cane sbranato di Michele Serra).

 

A maggior ragione dovremmo percepire la portata rivoluzionaria di quei primi studiosi che, sei anni prima della Convenzione di Berna, attraversarono l’Appennino per mesi inseguendo prima di tutto un’idea: il lupo andava studiato, non temuto.

 

Fu così che, nella zona della Camosciara in Abruzzo, per mano di tre giovani ricercatori prese forma la prima ricerca etologica dedicata ad un esemplare di Canis lupus. Ce ne parla Marco Albino Ferrari, autore del volume La via del lupo: Nella natura selvaggia dall'Appennino alle Alpi:

 

 

Cinquant’anni fa, sull’Appennino Centrale, tre ragazzi vestiti con camicie a fiori e lunghi maglioni sotto l’eskimo grigioverde, diedero vita a una delle avventure di ricerca etologica più memorabili. Il romano Luigi Boitani, il tedesco Erik Zimen e lo statunitense David Mech riuscirono a catturare un esemplare di Canis lupus italicus e a infilargli un radiocollare. In Italia, mai era stato catturato un lupo per motivi di studio. E la notizia dell’ingegnoso trappolamento fece il giro del mondo negli ambienti universitari.

 

Gli fissarono alle orecchie due piastrine numerate. Ma visto che, inavvertitamente, non disponevano di piastrine doppie dello stesso numero, furono costretti a usare la piastrina n° 1 all’orecchio destro e la n° 2 al sinistro. Quel primo lupo venne così chiamato 1/2.

 

Con la costante paura di perdere il segnale, per mesi pedinarono 1/2: il loro lupo non avrebbe mai dovuto uscire dal campo di ricezione radio (il Gps all’epoca non c’era). Si davano turni di otto ore seguendo in solitudine il vago bip-bip. Vagavano di giorno, di notte. Sotto la luna penetravano l’aurea primordiale delle foreste per inseguire senza essere visti da 1/2.

 

Quella ricerca sul campo durata anni e su diversi esemplari portò alle prime conoscenze dirette della specie che per antiche superstizioni non era mai stata studiata a dovere. Il "Canis lupus italicus", all’epoca sull’orlo dell’estinzione, trovava uno sguardo consapevole che lo avrebbe riscattato dagli antichi tabù. E a riabilitarlo collaborò anche la campagna di comunicazione del WWF chiamata "San Francesco".

 

Da allora, favorito da leggi di tutela (quelle sulla caccia del 1976 e l’altra del 1992), favorito dallo spopolamento di ampie zone montuose e dall’immissione in natura di fauna selvatica a scopi venatori, i lupi trovarono le condizioni per riconquistare l’antico areale perduto. Oggi, gli esemplari hanno raggiunto quota 3300, e ululati vicini e lontani risuonano quasi ovunque sulle montagne italiane.

 

 

Di @Marco Albino Ferrari, la cui pagina Facebook – con approfondimenti su temi legati al rapporto uomo-natura – consigliamo di seguire.

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