Potrebbe sembrare un altopiano gentile, ma è un'impressione parziale: un racconto geologico e storico attraverso uno dei più ampi orizzonti prealpini

Un classico itinerario dell'Alta Lessinia, sul grande altopiano di pascoli e boschi alle spalle di Verona, che da San Giorgio di Bosco Chiesanuova sale alla massima elevazione dei Monti Lessini, tra valloni carsici, pascoli e antiche malghe

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
da Verona si segue verso nord la Provinciale 6 e, poco oltre Grezzana, si devia a destra per Cerro Veronese e si prosegue oltre Bosco Chiesanuova fino a San Giorgio
La Lessinia, vista dal basso, potrebbe sembrare un altopiano gentile. È solo salendo che si capisce quanto questa impressione sia parziale. Da Verona la si osserva come una lunga barriera chiara, una linea di monti che chiude il cielo a nord. Poi, una volta entrati nei suoi spazi, il paesaggio cambia continuamente e si rivela nella sua vera sostanza: una terra alta, ampia, scavata, dove il cammino segue ondulazioni, conche, dorsali erbose, improvvisi valloni e improvvise aperture verso l’orizzonte. Il Parco naturale regionale della Lessinia occupa il cuore sommitale di questo territorio prealpino, una grande architettura calcarea sospesa tra la Valle dell’Adige e le Piccole Dolomiti, fra il Garda e le prime montagne vicentine.
Il paesaggio, qui, ha una matrice geologica fortissima. La Lessinia è soprattutto roccia sedimentaria, un immenso archivio marino sollevato nel corso di ere lunghissime. I calcari grigi, le dolomie, le marne, i tavolati fossiliferi raccontano un antico fondale tropicale. In nessun altro luogo del Veneto la geologia entra così chiaramente nella forma del paesaggio. Le doline, i "vaj", le depressioni chiuse, gli inghiottitoi, i ponti naturali, le grotte, i covoli non sono soltanto curiosità geomorfologiche, ma la grammatica stessa di queste montagne. Camminare in Lessinia significa muoversi sopra una superficie continuamente modellata dal carsismo, dove l’acqua quasi non si vede, ma lavora incessantemente, scomparendo nel sottosuolo e ricomparendo lontano. È una terra di assenze apparenti, di vuoti che raccontano processi lentissimi.
A questa struttura minerale si sovrappone un paesaggio vegetale di grande equilibrio. Sotto i pascoli più alti si distendono faggete luminose, tra le più caratteristiche dell’arco prealpino orientale, mentre più in basso compaiono aceri, frassini, carpini, lembi di abete rosso e di larice introdotti nel tempo. Sui prati sommitali la stagione calda accende una flora ricchissima di genziane, arniche, botton d’oro, orchidee spontanee, campanule, ranuncoli, timo serpillo, che nelle giornate di sole lascia nell’aria un profumo secco e aromatico. Nei mesi di giugno e luglio la Lessinia sembra quasi una montagna pastorale ideale, ma basta un cambio di luce per ritrovare il suo carattere più severo, quello delle pietraie, delle nebbie veloci, dei crinali spazzati dal vento.

Lungo il Vallon
È in questo quadro che si colloca l’escursione a Cima Trappola, partendo da San Giorgio, piccola località di Bosco Chiesanuova, da decenni una delle porte d’accesso più frequentate all’Alta Lessinia. Un luogo a suo modo emblematico di questa montagna, dove convergono storia del turismo, economia d’alpeggio e cultura cimbra, quella presenza germanofona medievale che ha lasciato nella Lessinia un’impronta ancora leggibile nella toponomastica, nell’architettura rurale, nel lessico e perfino nella forma dei paesaggi antropizzati. Le malghe disseminate sugli alti pascoli non sono un semplice elemento scenografico, ma rappresentano un sistema antico di uso collettivo del territorio, un equilibrio costruito nei secoli tra pascolo, fienagione, bosco e pietra.
La salita a Cima Trappola può essere immaginata per vie diverse, e forse proprio questa libertà di combinazione è uno dei suoi pregi. Una delle linee più belle è quella che da San Giorgio rimonta verso est l’evidente solco del Vallon, inizialmente seguendo il segnavia n° 287 per il Passo Malera, deviando poco dopo a sinistra. Si entra presto in uno spazio che sembra definire bene il carattere dell’Alta Lessinia: ampio ma non dispersivo, aperto ma mai monotono. La progressione è naturale, quasi intuitiva, e il sentiero non impone mai un rapporto di forza, ma piuttosto accompagna dentro una successione di forme carsiche che si lasciano leggere passo dopo passo. Camminando si passa anche dal celebre Buso del Valon, uno dei punti più caratteristici e che più restano impressi. Si tratta di un grandioso pozzo a cielo aperto che si apre tra i prati, l'unico di questa regione a ospitare un deposito nivoglaciale perenne (avventurarsi al suo interno è un’esperienza intensa e meravigliosa, ma riservata a speleologi esperti e attrezzati).
Poco più in alto si arriva a Cima Trappola (1865 m), senza l’aspetto teatrale delle vette alpine, ma una delle mete più amate dell’area, nonché massima elevazione dei Monti Lessini e straordinario punto di osservazione. Il primo richiamo va inevitabilmente al Gruppo del Carega, che da qui si alza netto, con una presenza quasi inaspettata. Dopo la dolcezza dei pascoli lessinici, la severità del Carega appare ancora più intensa, con i bastioni di roccia che sembrano sorgere all’improvviso da un paesaggio verde e ondulato. Nelle giornate limpide lo sguardo si allarga anche oltre, verso le Piccole Dolomiti, il Baldo, la pianura veneta, e a volte persino verso il lontano Appennino.

Tra le malghe
Per la discesa, il passaggio dal rifugio Malera è quasi naturale, seguendo prima il grande crestone meridionale fino al Passo Malera (1722 m), poi il sentiero n° E7. Il paesaggio cambia ancora una volta registro, seguendo il dipanarsi della storia umana dell’altopiano, con i prati falciati, le malghe e le pozze d’abbeverata, i recinti, i grandi edifici rurali che scandiscono un paesaggio culturale costruito pazientemente nel tempo. Il rifugio Malga Malera (1561 m), in questo senso, è molto più di un semplice punto di ristoro, ma piuttosto uno di quei luoghi che aiutano a capire la Lessinia. La sua posizione, appena discosta dai crinali principali, sembra cercare insieme riparo e apertura, e si comprende come la montagna lessinica sia stata abitata soprattutto in funzione del pascolo estivo. Le malghe non erano soltanto edifici agricoli, ma nodi di una rete economica e sociale che per secoli ha organizzato la vita dell’altopiano. Latte, formaggio, fieno, transumanza, parole che qui non appartengono al folklore, ma alla struttura stessa del territorio. D’altronde, la cultura della Lessinia ha sempre avuto questa concretezza, che si può vedere nelle pietre dei muri a secco, nei tetti bassi, nei cortili protetti dal vento, nei nomi dei luoghi che spesso conservano antiche radici cimbre, nei segni delle antiche vie di collegamento verso la valle. Anche le emergenze geologiche che punteggiano l’area – busi, covoli, doline, grandi conche carsiche – hanno spesso rivestito una certa importanza nella memoria collettiva, diventando punti di riferimento, luoghi di pascolo, di raccolta, talvolta di narrazione popolare.
Rientrando a San Giorgio con la comoda sterrata, la sensazione più forte è forse proprio questa: aver attraversato un territorio che non si esaurisce nella sola bellezza panoramica, ma si protende anche nella continuità dei suoi significati. Un territorio dove geologia, botanica, storia e presenza umana non appaiono come livelli separati, ma si tengono insieme con naturalezza.

IL PERCORSO
Regione: Veneto
Partenza: Bosco Chiesanuova, loc. San Giorgio (0 m)
Arrivo: Cima Trappola (1865 m)
Accesso: da Verona si segue verso nord la Provinciale 6 e, poco oltre Grezzana, si devia a destra per Cerro Veronese e si prosegue oltre Bosco Chiesanuova fino a San Giorgio
Dislivello: 400 m
Durata: 2 h
Difficoltà: E (escursionistico)
Immagine di apertura: le dolci ondulazioni dei pascoli intorno al rifugio Malga Malera (1561 m). © Rifugio Malera











