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Cultura | 09 maggio 2026 | 18:00

"Una notte, nel mio paese, ho visto un ragazzo che piangeva su una giostra: quella era la realtà. Da lì è nato il romanzo". La montagna è sempre luogo dello spirito, della purezza, della rinascita?

Domenica 7 giugno (ore 14), al Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo" sull'Altopiano di Brentonico, Matteo Melchiorre presenterà lo spettacolo dal titolo: "L'eterno sussurro di storie", tratto dal suo romanzo "Il Duca". Ad accompagnare Matteo Melchiorre vi saranno i musicisti Nelso Salton al contrabbasso e Tommaso Sogne al violino. L'evento, a ingresso gratuito, si terrà al Rifugio Baita Fos-Ce, a San Valentino di Brentonico sul Monte Baldo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Vallorgàna è un paesino rurale nascosto tra le montagne, non lontano dalla non meglio precisata città di Berua. Qui, dalla contesa tra due proprietari terrieri per un confine e da un codice vetusto di proprietà del casato che un tempo deteneva il controllo della valle, nasce la parabola dell’ultimo rampollo della famiglia ormai decaduta, chiamato ironicamente dai paesani "Il Duca".

 

Si apre così il romanzo Il Duca, pubblicato per Einaudi nel 2022, a firma di Matteo Melchiorre, storico e scrittore feltrino, oggi direttore della biblioteca di Castelfranco Veneto. Di recente il libro è stato tradotto in inglese, guadagnandosi la candidatura all’International Booker Prize 2026, uno dei più prestigiosi premi letterari al mondo, e raggiungendo la longlist dei tredici titoli finalisti.

 

"Il Duca - spiegava Matteo Melchiorre in occasione della recente candidatura - è un libro che ambisce a parlare dei margini, di luoghi di confine, di posti dove il tempo sembra essersi fermato e dove ogni futuro appare impossibile. Eppure, questa storia che arriva dai margini ha qualcosa da dire anche al resto del mondo, lontano da quel piccolo angolo di pianeta, apparentemente insignificante, che le fa da sfondo. Il presente è anche quello di Vallorgàna".

 

Domenica 7 giugno (ore 14), nel contesto del Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo", sull’Altopiano di Brentonico, l’autore presenterà lo spettacolo dal titolo: L’eterno sussurro di storie, tratto dal romanzo. Ad accompagnare Matteo Melchiorre vi saranno i musicisti Nelso Salton al contrabbasso e Tommaso Sogne al violino.

L’evento sarà ad ingresso gratuito e si terrà al Rifugio Baita Fos-Ce, a San Valentino di Brentonico sul Monte Baldo.

 

Dopo aver letto il romanzo, impazienti per lo spettacolo, abbiamo intervistato Matteo Melchiorre, che ci ha aperto uno scorcio sul suo laboratorio di scrittore e sui luoghi dai nomi inventati, eppure forse non troppo distanti, che popolano la fantasia dell’autore.

 

 

C’è un’idea, uno spunto particolare, che ha messo il primo mattone per la costruzione del romanzo?

 

Mi sono reso conto, nelle varie occasioni in cui mi sono trovato a rispondere a questa domanda, che ho sempre chiamato in causa spunti diversi. Non c’è un unico momento originario, ma una stratificazione di immagini.

Uno è sicuramente l’episodio delle cornacchie, quello con cui si apre effettivamente il libro: una cosa che ho visto davanti ai miei occhi a un certo punto. Ho pensato: "Ma guarda un po’ questa poiana che si gira contro le cornacchie, se non è un aspetto singolare, interessante, meritevole di rifletterci sopra". È stato uno di quei momenti in cui la realtà ti offre un’immagine che sembra già carica di significato, quasi simbolica, e senti che può diventare l’innesco di qualcosa.

Poi c’è stato invece un episodio molto diverso, ma altrettanto decisivo. L’idea del romanzo comincia tra il 2014 e il 2015 e, all’epoca, non c’era nemmeno la possibilità di immaginare una contronarrazione della montagna: era tutta unanimemente schiacciata su una visione piatta, quella della montagna come luogo dello spirito, della purezza, della rinascita.

Io volevo contestare questa cosa. E una notte, durante una sagra nel mio paese, nel Feltrino, mi sono trovato davanti a una scena che mi ha colpito molto: una giostra a catene spenta, a notte fonda, nella piazza buia, e un ragazzo seduto lì sopra che piangeva. E mi sono detto: "Caspita, è questa la realtà. Non è la rinascita, non è il futuro luminoso: la realtà, ora, è questa".

E lì ho sentito che questa realtà andava raccontata, che c’era un’urgenza nel descriverla così com’era, senza sovrastrutture. Da quel momento è nata davvero l’ossatura della storia.

 

 

La montagna, come notavi, sembra essere stata proclamata come il luogo del riscatto: è il margine che riprende centralità. Ma è davvero così? Che fine ha fatto la salvezza a Vallorgàna?

 

Il punto è che questa è un’idea molto parziale, che non tiene conto della storia di questi luoghi. Il paradosso della montagna è questo: le condizioni in cui si è trovata e si trova oggi sono il risultato di un prosciugamento culturale, demografico e politico durato decenni, sostanzialmente dal secondo dopoguerra.

In quel deserto che è rimasto, a un certo punto la cultura urbana scopre la possibilità di un riscatto, ma è un riscatto che riguarda la cultura urbana stessa, non la montagna. Arriva dopo che sono stati tolti servizi, trasporti, scuole, dopo che si è svuotato tutto.

Io vedevo montare questa retorica della "seconda possibilità" e mi chiedevo: "Ma davvero? Venite 365 giorni all’anno in una Vallorgàna qualsiasi, ditemi se c’è riscatto o se non c’è invece rinuncia". Perché vivere in questi luoghi, nella loro quotidianità, significa fare i conti con delle mancanze molto concrete.

Quello che volevo fare era proprio questo: costruire una narrazione in cui ci fosse sì l’incanto per questi luoghi meravigliosi, ma anche la capacità di dire ciò che manca, ciò che non c’è. Non negare la bellezza, ma nemmeno nascondere il vuoto.

 

 

Questo vuoto emerge a più riprese nel romanzo. Soprattutto attraverso il tema del conflitto, a volte espresso con violenza, altre in maniera sotterranea e silenziosa.

 

Sì, ma anche in modi molto concreti e quotidiani. Emerge nella disperazione di Mario Maline, emerge nella bambina Viola che scappa fuori dal bar quando Fastrèda comincia a litigare, emerge nella solitudine stessa del Duca, che passa una vita immerso nella sua villa. Emerge nell’assenza di confronto su certe questioni, nella tristezza di Dina che invecchia, in tante piccole crepe che attraversano la vita dei personaggi.

Io ho cercato proprio di far capire che la montagna non è questo spazio della rinascita e basta: è uno spazio di vita, e come tutti gli spazi di vita vive tragedie, destini, gioie, contraddizioni. Non ha nulla di speciale in senso salvifico.

Anzi, per salvarla davvero, bisogna cominciare a dire che non ha nulla di speciale, che è un luogo tra altri luoghi, con gli stessi problemi e le stesse possibilità.

Poi certo, il Duca lì trova la sua rotta, il suo senso. Quindi è anche un romanzo di riscatto, ma un riscatto che passa prima attraverso l’esperienza del buio, attraverso una fase di smarrimento profondo.

 

 

I nomi dei luoghi sono fittizi, quasi a rimandare ad un "altrove" allegorico, ma allo stesso tempo quegli spazi hanno caratteristiche e confini ben definiti. Che valore hanno questi toponimi?

 

Nei toponimi è racchiuso il rapporto tra il territorio e la storia, infatti la scelta dei nomi è stata uno degli aspetti su cui ho dovuto riflettere di più. All’inizio il libro non aveva coordinate onomastiche: Vallorgàna era "il Paese", il torrente era "il Torrente", la Montagna è rimasta tale.

Poi mi sono ricordato di una mia vecchia passione per la toponomastica: nei nomi c’è la storia, c’è il vissuto, c’è tutto. I nomi sono come contenitori di memoria.

Per cui ho scelto tutti i nomi del libro partendo da micro-toponimi reali dei miei luoghi, della montagna feltrina e bellunese. Proprio perché dentro quei nomi c’è esattamente quello che dicevi tu: il portato delle generazioni, delle trasformazioni, della presenza umana nel tempo.

È come se la storia si depositasse nei nomi e continuasse a vivere lì.

 

 

Nel romanzo, attraverso vecchie linee di confine, santuari religiosi e codici manoscritti, il passato remoto torna continuamente a galla. Che idea di storia emerge? Che valore ha il tema del sangue?

 

Il tema del tempo è una dimensione fondamentale del vivere. Noi siamo il frutto di cose trascorse che spesso non sappiamo nemmeno di avere dentro, ma che ci abitano comunque, a livello psichico e culturale.

Nel Duca questo è molto evidente: lui è uno che vuole misurare il passato, toccarlo con mano. Ha la fortuna di avere un archivio, delle cronache, strumenti che gli permettono di pesarlo, di analizzarlo in modo puntuale.

L’idea di passato che emerge è, da un lato, quella di qualcosa di profondamente attaccato ai luoghi: non esiste luogo senza passato. Dall’altro lato, il passato è un campo di ricerca: va studiato con cura, con precisione, con umiltà.

Ecco allora il perché della metafora del sangue. Per secoli il sangue è stato usato come strumento ideologico per legittimare le disuguaglianze, per dire chi sta sopra e chi sta sotto.

Ma se lo guardi come metafora, diventa una sostanza in cui si deposita tutto il trascorso di una persona, non tanto in senso biologico quanto culturale e storico. Tutto ciò che ci precede, tutti i nostri avi, in qualche modo sono ancora dentro di noi.

In questo senso il sangue è il peso del passato che ci portiamo dietro.

 

 

In che modo il Duca si rapporta a questo passato?

 

Il Duca, a un certo punto, cade in un inganno: quello di pensare che il passato sia replicabile. Scavando nella sua storia familiare, vede il momento in cui la nobiltà, fondata sul sangue, esercitava il suo potere, e finisce per credere che quella logica possa valere ancora nel presente.

Questo è l’errore. Confondere qualcosa che è stato con qualcosa che può ancora essere.

Quello che deve imparare, e che impara alla fine del suo percorso, è liberarsi del passato. Ma liberarsi non significa cancellarlo o dimenticarlo: significa fare in modo che non sia l’unico elemento che determina le nostre scelte.

Il passato va conosciuto proprio per poter dire che è passato, che è qualcosa di trascorso. E questo è il punto a cui lui arriva dopo un anno molto duro a Vallorgàna.

 

 

Il tuo linguaggio narrativo illumina aspetti che la saggistica non toccherebbe?

 

In realtà io non sento una vera discontinuità tra le mie scritture. Esiste una mia saggistica, ma per come la sento io è un’altra cosa. Tra libri come Storia di alberi o La via di Schéner e Il Duca non vedo una frattura: per me sono tutte scritture letterarie, tutti romanzi in qualche modo.

Il nostro panorama è forse troppo attento alle etichette di genere. Io scrivo cose ibride per definizione, che tengono insieme livelli diversi. C’è chi ha visto nel Duca una dimensione saggistica molto forte, chi addirittura ne ha parlato come un trattato filosofico sulla coscienza in forma narrativa. Questo perché, in realtà, tutto quello che scrivo tende a tenersi insieme, ad amalgamarsi.

La letteratura, per me, è quella che va in cerca dei frammenti e prova a dare loro un senso. Anche un frammento singolo può contenere molta verità, se viene illuminato dalla scrittura.

Da storico poi, laddove tra i frammenti dovesse rimanere uno spazio vuoto, magari lasciato dalle carte o dalla documentazione incompleta, ciò che può fare uno scrittore è interrogare quel silenzio, cercare le tracce, descrivere il fatto stesso che quel vuoto esiste. Mettere l’accento su chi lo indaga, non riempirlo arbitrariamente. Il vuoto, in una ricostruzione storica, deve restare vuoto.

 

 

"Il Duca" è un romanzo di montagna? Lei come autore si sente di appartenere a questa categoria di scrittori "di settore"?

 

Io mi auguro per il Duca, e auguro in conseguenza anche a me stesso, che sia un romanzo punto e basta. Questa modalità di trattare certa letteratura, come il formaggio, c'è il formaggio di montagna, le erbe di montagna, o cose del genere mi sembra lasci il tempo che trova. Camilleri è forse uno scrittore di mare? No, è uno scrittore. Perché invece con la montagna ci siamo trovati questa etichetta? È chiaro che dal punto di vista del marketing è perfetto… si ritagliano il loro blocco di lettori lì, quelli che vogliono leggere robe di montagna, e stanno bene così. Ma Il Duca, secondo me, è un romanzo che parla dell'uomo e del suo rapporto con il passato. Come ogni storia avviene in certo luogo che in questo caso è la montagna, ma non è tutto qui. Per questo riguarda me come autore, ognuno scrive partendo da quello che sa meglio, da quello che conosce più, e io sono nato in luoghi che hanno una conformazione morfologica e socioculturale che direi di montagna, e quindi il mio sguardo è conformato un po' su quello che si trova lì. Qualcuno direbbe che Mario Rigoni Stern è uno scrittore di montagna? Io direi che è semplicemente uno scrittore, che poi abbia scritto tante cose sulla montagna: certo è vero, però tenderei a tenere distinte le cose.

 

 

Nella recensione al tuo libro, Pietro Lacasella premiava la franchezza del romanzo. Da dove nasce una scrittura così aderente alla realtà dei luoghi?

 

È l’esperienza che ti porta ad assumere concretezza in campi precisi.

Io che adesso sono in una biblioteca da solo perché è chiusa, se mai dovessi scrivere di una biblioteca, saprei descrivere benissimo il rumore dei passi nelle sale o il profumo specifico di certe sezioni piuttosto che di altre.

La concretezza del romanzo è il risultato di tutte le mie scelte di vita, che mi hanno fatto poter stare lì, a vivere tra le montagne feltrine.

Ho sicuramente perso delle occasioni e qualcos'altro ho guadagnato, però io ho avuto bisogno di raggiungere certe competenze per vivere lì, e quindi ora so raccontare il suono di una motosega, il verso di un animale da cortile, il silenzio di certe valli.

Con questo non sto dicendo che solo chi è nato in un posto possa raccontarlo, può farlo chiunque, però avendo fatto un'autentica pratica di quei luoghi. Un po’ come il Duca stesso, che pur essendo arrivato da adulto in paese, alla fine del romanzo dice ai turisti che loro Vallorgàna non la potranno mai capire.

Io non ho la villa e non ho il suo conto in banca, non ho la famiglia nobile alle spalle e non ho un archivio privato, però sul modo in cui guarda quei luoghi diciamo che tra me e lui ci sono molte corrispondenze.

 

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