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Cultura | 09 maggio 2026 | 13:00

Il valore comunitario dei festival in montagna: non servono idee preconfezionate - calate dall'alto o "da fuori" -, ma eventi capaci di coinvolgere le comunità, adattandosi alle loro caratteristiche/esigenze

La scommessa di un festival nelle aree interne, e anche il suo successo, dipende senz'altro dalla capacità di scrivere un programma che porti gli abitanti e gli ospiti attratti dalla proposta culturale a sedere gli uni accanto agli altri, e a condividere lo spazio e l'offerta culturale. Un contributo di Luca Martinelli scritto per il libro "In giro per festival", curato da Trovafestival e pubblicato da Altreconomia edizioni 

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Alla fine dell’estate 2025 mi sono arrampicato con le mie figlie fino alla Torre del Girone, che domina dall’alto Peglio (PU), un paese dell’entroterra urbinate, in Alta Val Metauro. Mentre Viola e Rio facevano capriole e ruote sul prato, io ascoltavo il talk "Facciamo festival", organizzato da "Happennino", festival culturale e ambientale diffuso che da qualche anno si svolge in alcuni Comuni della provincia di Pesaro e Urbino (happennino.com). Sulle note del telefono ritrovo a distanza di mesi due frasi che mi ero appuntato: "Offerta di valore per portare le persone" e "Nessuna riserva indiana". 

 

Per molti che vivono in città, i paesi delle aree interne esistono in modo effimero durante i mesi estivi, quando qualcuno, da fuori, arriva a offrire ad amministrazioni comunali deboli e stanche (e a volte anche logore) un pacchetto chiavi in mano, da apparecchiare nella piazza, meglio ancora se si tratta di un bel centro storico, qualificato dalla comunicazione come "borgo", quindi attrattivo, piacente, inserendo magari nel programma nomi noti a casaccio, avendo a disposizione un cospicuo finanziamento grazie a un bando regionale o all’interessamento della locale fondazione di origine bancaria. Sipario: questi festival sono eventi che nascono e muoiono, che non danno dignità al luogo ma sfruttano semplicemente uno spazio, lo fanno in modo estrattivo, cioè seguendo "un modello economico e politico che riduce la natura a riserva di materie prime, da sfruttare all’infinito per alimentare la crescita, a qualunque costo sociale e ambientale" (Estrattivismo, Anne Bednik, Orthotes, 2025). Questo modello è pienamente inserito nell’accezione del borgo delle aree interne come riserva turistica per gli abitanti della città affaticati dalla congestione urbana, ma normalmente non lascia niente al territorio né coinvolge coloro che lo abitano, né garantisce un’offerta attrattiva (o a misura) per queste persone, guardando solo al potenziale di richiamare persone che arrivano da fuori, causando - in alcuni casi - una vera e propria invasione incontrollata - per alcuni giorni - in paesi che vivono comunemente ritmi totalmente diversi. 

 

Ecco allora che il discrimine, per pensare in modo efficace un festival nelle aree interne, diventa il coinvolgimento, la partecipazione del territorio e dei suoi cittadini: rispetto del territorio significa limitare il rischio di over tourism da festival (ovvero portare un numero di persone che non superi la capacità di carico delle attività economiche del territorio), altrimenti la ricchezza economica prodotta dalle presenze anche esterne finirà necessariamente altrove (quasi sicuramente a un food truck di pianura); significa riuscire a programmare un festival diffuso non solo a livello spaziale ma anche temporale, per non concentrare ogni appuntamento culturale durante la stagione estiva, quindi ad uso e consumo principalmente di turisti mordi-e-fuggi, perché - e questo lo scopro anch’io, organizzando appuntamenti culturali a San Leo, nell’entroterra riminese, con la cooperativa di comunità Fer-menti Leontine - un’offerta di valore, riconosciuta, discussa e promossa insieme, spinge anche i paesani fuori dalle case, perfino nelle domeniche d’inverno. 

 

La scommessa di un festival nelle aree interne, e anche il suo successo, dipende senz’altro dalla capacità di scrivere un programma che porti gli abitanti e gli ospiti attratti dalla proposta culturale a sedere gli uni accanto agli altri, e a condividere lo spazio e l’offerta culturale. C’è magari bisogno di un innesco (da parte di ritornanti o di restanti, nell’accezione dell’antropologo Vito Teti), ma nessuno deve pensare che i paesi e le organizzazioni che vi nascono non siano capaci da soli da produrre meraviglia. Penso ad esempio al Cabudanne de sos Poetas organizzato dall'associazione culturale "Perda Sonadora" di Seneghe (OR). Oppure, in Alta Valmarecchia c’è Venolta, una rassegna diffusa promossa da Chiocciola – La Casa del Nomade, che ribalta totalmente la logica da festival estrattivo e propone azioni molto diversificate - laboratori, canti, riti, trekking, pranzi comunitari e balli folk (saltarelli, manfrine, balli staccati). L’ultima edizione, avviata nel novembre 2025, termina a maggio 2026: gli appuntamenti sono mensili e pensati per la gente del posto, ma sono in grado di richiamarne anche da fuori. Che sia questa la chiave di volta?

 

Pubblichiamo un intervento di Luca Martinelli scritto per l'edizione 2026 del libro "In giro per festival", curato da Trovafestival e pubblicato da Altreconomia edizioni. La foto in apertura è del momento di discussione "Facciamo festival" all'interno di Happennino, settembre 2025, a Peglio (PU) © Happennino 

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