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Storie | 11 aprile 2026 | 18:00

È un mestiere di pazienza e visione: i risultati spesso si vedono dopo circa cinquant'anni. Ecco perché i dottori forestali sono così preziosi per i nostri boschi

Essere dottoressa forestale oggi significa agire come un ponte tra le generazioni: il profitto immediato del legname deve sempre procedere di pari passo con la salute dell'ecosistema. Tra martelli, GPS e scarponi infangati: alla scoperta di questa professione

scritto da Paola Barducci

Ad ogni primavera si torna a camminare nel bosco per lavoro con maggiore assiduità: questo significa riprendere a leggere un linguaggio fatto di alberi, silenzi, schianti e germogli invisibili spesso ad un occhio distratto.

 

Sono una dottoressa forestale libera professionista in Trentino: ciò significa che la mia non è solo una professione tecnica, ma una missione di interpretazione continua tra ciò che il bosco è stato e ciò che diventerà. Come dico sempre, noi forestali siamo dei "visionari verdi".

 

Quando mi addentro in una foresta con gli scarponi già infangati dalle prime ore della mattina, il mio compito non è solo misurare, ma comprendere il dinamismo di un sistema che non si ferma mai. La pianificazione forestale è infatti il cuore pulsante di questa attività: non si tratta di scattare una fotografia statica della vegetazione, ma di proiettare nel futuro le dinamiche attuali, cercando di prevedere come quel versante reagirà alle sfide del domani.

 

Il mio zaino pesa di strumenti che uniscono tradizione e innovazione tecnologica: ci sono carte topografiche, fotografie aeree ma anche immagini generate da satelliti per calcolare la densità e le altezze delle piante. Il GPS mi permette di orientarmi e mappare con precisione i confini della proprietà e delle aree di intervento, perché va bene la posizione del sole e il muschio sulle piante ma così non ci si perde mai (neanche d’animo!).

Poi ci sono loro, i "reucci del lavoro forestale", il relascopio, il cavalletto dendrometrico e il martello incrementale che mi aiutano a ipotizzare la misura della massa legnosa (il volume), un dato fondamentale che trasforma la percezione visiva in numeri su cui basare ogni ipotesi di gestione. Solo dopo aver analizzato la struttura e la composizione specifica di quel popolamento posso decidere dove e quanto intervenire. È qui che entra in gioco il martello forestale, lo strumento simbolo della nostra categoria: ogni segno impresso sulla corteccia è una firma di responsabilità. Quella "martellata" garantisce che la scelta di prelevare un albero non sia dettata dal caso, ma dalla competenza di una figura laureata che conosce profondamente le dinamiche ecologiche. Tranquilli: anche se incute timore, uso il martello forestale solo sulle cortecce delle piante!

In Trentino, la gestione forestale deve oggi fare i conti con ferite aperte che hanno cambiato il volto delle nostre montagne. Eventi climatici estremi come la tempesta Vaia, seguiti dalla massiccia pullulazione del bostrico tipografo nelle peccete montane, ci hanno insegnato quanto sia fragile un bosco semplificato: questi anni sono stati vere "sculacciate di rimprovero" ma anche sfide da superare con studio e passione.

Il mio lavoro di pianificazione mira proprio a superare la vulnerabilità del passato: i tagli che progetto non servono solo a garantire un reddito alle ditte boschive locali e a rifornire la filiera del legno, ma sono veri e propri atti di cura colturale. L'obiettivo primario è migliorare la stabilità meccanica delle piante restanti e, soprattutto, favorire la rinnovazione naturale. Cerco di agevolare la nascita di boschi misti, dove diverse specie possano convivere, poiché la biodiversità è l'unica vera assicurazione contro i parassiti e i cambiamenti climatici. Un bosco vario è un bosco resiliente, capace di piegarsi alle tempeste senza spezzarsi e di rigenerarsi con forza.

Essere dottoressa forestale oggi significa dunque agire come un ponte tra le generazioni: ogni scelta tecnica fatta oggi vedrà i suoi effetti minimo tra cinquant'anni, quando se mi va bene le potrò vedere zompettando con un deambulatore... È un mestiere di pazienza e visione, dove il profitto immediato del legname deve sempre procedere di pari passo con la salute dell'ecosistema.

Dietro ogni piano di assestamento c'è la volontà di lasciare a chi verrà dopo di noi un territorio non solo produttivo, ma ecologicamente solido, capace di continuare a proteggere i versanti e a offrirci quel senso di stabilità che solo un bosco sano e ben gestito sa trasmettere.

il blog
Imparare a guardare il bosco

Mi chiamo Paola Barducci, ma tutti mi chiamano Forestpaola. Sono una dottoressa forestale e Imparare a guardare il bosco è l'invito che rivolgo a chiunque desideri trasformare una semplice escursione in un'esperienza di scoperta profonda. Spesso, infatti, attraversiamo i paesaggi alpini percependo i boschi come uno sfondo statico, sempre uguale. Ma la montagna in cui si inseriscono è in realtà un organismo vivo, un insieme di dinamiche invisibili e storie scritte nel tempo.

In questo blog vi invito idealmente a camminare al mio fianco, lungo i versanti e tra i boschi di abete, larice o rovere, per decifrare insieme i segni della natura e l'evoluzione del paesaggio montano: dalla semplice definizione di bosco al riconoscimento degli alberi quando non hanno le foglie, faremo divulgazione scientifica "con gli scarponi ai piedi", imparando a leggere la complessità della foresta con occhi nuovi e consapevolezza tecnica, ma senza mai perdere lo stupore di chi sa ancora ascoltare il respiro della montagna.

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