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Idee | 13 novembre 2025 | 07:30

Raccontare un'attività potenzialmente pericolosa come l'alpinismo esaltando l'adrenalina e il rischio può essere socialmente dannoso?

Questo tipo di narrazione si sta diffondendo a macchia d’olio. Sul piano mediatico, ha sicuramente un riscontro efficace in termini di lettori e, di conseguenza, pubblicitari. Ma da un punto di vista sociale? Questo modo di presentare l’alpinismo potrebbe avere delle conseguenze sul numero degli incidenti? È una possibile causa di una frequentazione della montagna che alla conoscenza e alla contemplazione antepone l’azione e la performance?

scritto da Pietro Lacasella

È sufficiente una piccola sfumatura narrativa, all’interno di un racconto, per suscitare un desiderio e, quindi, in prospettiva, per favorire un determinato comportamento.

Le nostre scelte, il nostro modo di interpretare il territorio e la nostra predisposizione alla vita spesso sono infatti suggestionati dalle storie che abbiamo assorbito, grazie anche dal modo in cui vengono raccontate.

 

Di conseguenza, riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia), e la responsabilità di non trasformare il rischio nel perno attrattivo dell’attività alpinistica.

 

Innanzitutto, perché questa pratica non si può ridurre al puro e semplice sprezzo del pericolo. Certo, il desiderio di superare le insidie fa parte dell’esperienza, ma non è l’unico movente capace di spingere le persone in montagna. L’alpinismo, infatti, non è solo azione, ma anche osservazione e contemplazione. L’alpinismo è curiosità, fame di scoperta, desiderio di conoscenza.
Come scrivevamo nel nostro manifesto, esiste “un alpinismo di sperimentazione che mette in rapporto il fare con il conoscere, che punta alla creatività, alla riscoperta, alla contemplazione piuttosto che alla pura performance”.

 

C’è tuttavia un altro motivo che spinge ad allontanarsi dall’esaltazione del rischio, forse ancora più importante da un punto di vista sociale. Enfatizzare il rischio, mettendo al centro del racconto la componente più adrenalinica dell’esperienza, può influenzare il modo di vivere le verticalità in chi oggi sta prendendo confidenza con i rilievi. I possibili risvolti negativi non sono difficili da immaginare.

 

Eppure, questo tipo di narrazione si sta diffondendo a macchia d’olio. Sul piano mediatico, ha sicuramente un riscontro efficace in termini di lettori e, di conseguenza, pubblicitari. Ma da un punto di vista sociale? Questo modo di presentare l’alpinismo potrebbe avere delle conseguenze sul numero degli incidenti? È una possibile causa di una frequentazione della montagna che alla conoscenza e alla contemplazione antepone l’azione e la performance?

 

Domande complesse, a cui è tuttavia necessario iniziare a rispondere. Soprattutto in uno scenario di progressiva crescita d'interesse per la montagna. Per farlo abbiamo deciso di appoggiarci ad alcuni importanti alpinisti/giornalisti/divulgatori italiani: dando vita alla rubrica Come raccontare l’alpinismo?, abbiamo la speranza di individuare, assieme a loro, risposte più articolate a questi quesiti e un metro narrativo più puntuale ed equilibrato.

la rubrica
Come raccontare l’alpinismo?

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.

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