"Non ho voluto più di tanto cavalcare la storia della prima sindaca albanese, ma oggi faccio uno strappo". Dalle montagne cadorine, parole di buon senso

"25 anni sono tanti ma per alcuni non abbastanza per esser definiti italiani. La mia storia non racconta di quanto sarei brava io, ma la dice lunga sul potenziale che c'è nei ragazzi che nascono altrove e crescono qui". Sindi Manushi, sindaca di Pieve di Cadore, aiuta a scardinare il meccanismo generalizzante di chi specula sull'intolleranza

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Con allarmante e disarmante frequenza ci scopriamo spettatori di un dibattito politico che tende al ribasso. Una sorta di gara, combattuta a colpi di slogan, che mira a catturare nella rete della propaganda le fasce più vulnerabili o intolleranti della società.
Con l’ascesa tentacolare dei populismi, ci stiamo abituando a una dialettica che va a deformare i fatti, piegandoli a sostegno di tesi che, allontanando il dialogo, animano il fanatismo.
È proprio questa abitudine, forse, a inquietare più di ogni altro aspetto perché, per dirla con Carlo Levi, "le parole sono pietre": a forza di ascoltarle passivamente; a forza di assorbirle senza avere un moto di risveglio, tendono a influenzare il nostro sguardo sul mondo e, di conseguenza, i nostri comportamenti.
Ma ogni tanto, come un rianimante ceffone, a svegliarci dal torpore sono altre parole; le parole giuste di chi non desidera assistere alla deriva culturale.
Oggi mi sono imbattuto in un post (ogni tanto i social fanno anche cose buone!) di grande buon senso. Poche righe capaci, nella loro chiarezza, di scardinare il meccanismo generalizzante di chi specula sull’intolleranza. L’autrice è Sindi Manushi, sindaca di un paese di montagna, Pieve di Cadore.
Riportiamo qui di seguito le sue parole, nella speranza che possano rivelarsi un rilevante contrappeso:
Esattamente 25 anni fa giungevo dall’Albania in Italia. O, meglio, a Pieve.
Ci sono tanti passaggi che possono fare da spartiacque in una vita: un titolo di studio, un lavoro, un figlio. Per me è il 20 maggio 2001.
Non ho voluto più di tanto calcare o cavalcare la storia della prima sindaca albanese, perché poi quando uno diventa personaggio pubblico deve parlare di questioni pubbliche, non si sé. Ma oggi faccio uno strappo perché è una giornata segnante, perché 25 anni sono tanti ma per alcuni non abbastanza per esser definiti italiani, e perché la mia storia personale ha anche una valenza pubblica e soprattutto politica.
La mia storia non racconta di quanto sarei brava io, ma la dice lunga sul potenziale che c’è nei ragazzi che nascono altrove e crescono qui. Certo non tutti possono ambire a una carica pubblica, perché volere non è potere. Spesso le condizioni sociali, economiche e culturali precludono la piena integrazione degli immigrati in Italia. Ma negare che siano preziosi per le nostre scuole, le nostre aziende, la nostra società, significa negare la realtà.
Niente mi riempie di orgoglio quanto indossare la fascia tricolore. Non c’è un pensiero che senta realmente mio, se non formulato in lingua italiana. Nessun posto è casa, se non Pieve di Cadore. Da ultimo mi sveglio ogni mattina con l’incubo della ciclabile di Tai, dello scivolo di Nebbiù, della fontana di Sottocastello e del gazebo di Pozzale. Potessi farlo, dormirei sotto alla statua del Tiziano.
Non c’è niente che mi impensierisca e mi gratifichi quanto servire la mia comunità. E alla mia comunità, all’accoglienza che mi ha riservato, dedico questi venticinque anni in Italia, di cui tre da sindaca. In assoluto più belli di tutti.













