Monte Faeta: un grande incendio diventato "fenomeno social", tra fake news, ricerca del like e interessi di parte. "Alzare il rumore di fondo non aiuterà certo a salvare noi e i nostri boschi"

Negli scorsi giorni un grave incendio, partito dallo scorretto abbruciamento di potature, si è diffuso rapidamente sul Monte Faeta, in Toscana, tra le province di Pisa e Lucca. Mentre le fiamme avanzavano, questo evento si è presto trasformato anche in un "fenomeno social", con tutte le semplificazioni, le fake news e le ricostruzioni al limite del complottismo che questo comporta. Su un tema così complesso e attuale occorrerebbe un dibattito serio e approfondito, non una sequela di falsità ed esagerazioni

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Negli scorsi giorni un grave incendio, partito dallo scorretto abbruciamento di potature in un periodo critico, si è diffuso rapidamente sul Monte Faeta, in Toscana, tra le province di Pisa e Lucca. L’incendio è apparso critico fin da subito, a causa del periodo relativamente secco, della contiguità della vegetazione sui versanti e, in particolare, del vento di maestrale, che ha spinto l’avanzata delle fiamme. Il Servizio Antincendi Boschivi della Regione Toscana è intervenuto con squadre di terra e mezzi aerei, ma il contenimento delle fiamme, date le condizioni, si è rivelato particolarmente complesso. L’incendio è stato dichiarato sotto controllo solo domenica 3 maggio, dopo 5 giorni di lotta, circa 700 ettari di territorio percorsi dal fuoco e 3.500 persone evacuate.

Questi sono, in estrema sintesi, i tristi fatti delle scorse ore. E questi fatti possono indubbiamente spingere a riflessioni anche critiche, che vanno dalla causa scatenante (come regolamentare e controllare meglio le pratiche agricole che prevedono l’uso del fuoco?) alle specifiche modalità di intervento. Riflessioni che dovrebbero coinvolgere i maggiori esperti sul tema, per analizzare l’evento nel profondo e ricavarne preziose informazioni per il futuro.
Peccato che, mentre le fiamme sul Monte Faeta avanzavano e le squadre antincendio erano impegnate nel difficile compito di fermarle, questo incendio si è rapidamente trasformato in un "fenomeno social", non solo tramite foto e video in diretta, ma anche con tutte le semplificazioni, le fake news e le ricostruzioni al limite del complottismo che questo comporta. Migliaia di persone si sono sentire di dire la propria, di commentare, persino di accusare, spesso senza conoscere il contesto specifico.
A colpire, in particolare, è stata la rapidissima velocità con cui alcuni gruppi organizzati hanno saputo sfruttare questa notizia a favore delle proprie battaglie: da un lato un’ala radicale dell’ambientalismo, dall’altro chi vorrebbe il ripristino del Corpo Forestale dello Stato (soppresso nel 2017 con la Riforma Madia).
Secondo gli "ambientalisti", non solo il Sistema Antincendi Boschivi di Regione Toscana sarebbe intervenuto troppo tardi (fatto in realtà smentito, dato che due elicotteri, ovvero tutta la flotta disponibile in questa stagione normalmente non critica, sono intervenuti già da martedì dopo le prime segnalazioni); ad essere messo sotto accusa da questi gruppi è soprattutto un modello, su cui Regione Toscana punta da anni, che è basato non solo sulla lotta attiva ma anche sulla prevenzione. E perché si critica questo modello? Perché "prevenzione", in tema di antincendio boschivo, significa anche tagliare alberi in aree particolarmente a rischio: per realizzare fasce parafuoco, per diminuire il carico della vegetazione, per mantenere aree aperte e realizzare viabilità di servizio necessaria per facilitare controllo e lotta. Ma la sola azione di tagliare alberi, non importa se con l’obiettivo di salvarne molti altri, è sempre più motivo di indignazione collettiva.
Secondo la ricostruzione di alcuni di questi gruppi, l’incendio del Monte Faeta sarebbe la prova che le attività di selvicoltura preventiva addirittura non servirebbero a nulla: ma nella zona bruciata il Piano Specifico di Prevenzione Antincendio Boschivo doveva ancora entrare nell’operatività. Uno dei primi interventi realizzati, un laghetto per il pescaggio dell’acqua, è stato determinante nella fase di lotta, e gli interventi sulla vegetazione avrebbero indubbiamente aiutato, frenando l’avanzata delle fiamme e consentendo una maggiore accessibilità alle squadre intervenute sull’incendio.
A parere di chi lotta per il ripristino del Corpo Forestale dello Stato, invece, il vasto incendio del Monte Faeta sarebbe la "prova" di un Sistema a cui mancherebbe un pezzo fondamentale, quello appunto del soppresso CFS, che si occupava direttamente anche di lotta attiva. Al di là della legittima battaglia e delle sue motivazioni di fondo, in parte anche condivisibili, una domanda sorge spontanea: quando c’era il Corpo Forestale dello Stato tutti gli incendi venivano spenti in modo rapido? Nessuno superava le centinaia di ettari? Non è affatto così, sono le statistiche storiche a dimostrarlo. E questo non certo perché il CFS non fosse efficace, ma semplicemente perché certi incendi, come quello del Faeta, sono dannatamente difficili da spegnere, anche se si dispone dei migliori mezzi e delle più elevate professionalità (e Regione Toscana, su questo tema, è riconosciuta come un riferimento, a livello nazionale ed europeo).

Ancora una volta, insomma, a fronte di un fenomeno estremamente complesso, c’è stato chi ha scelto la strada delle soluzioni semplici, utilizzandola a vantaggio della propria narrazione. Una strada che scalda gli animi, che provoca indignazione, che genera migliaia di like, commenti e condivisioni, ma che difficilmente porta a passi in avanti concreti.
Nel contesto della crisi climatica e dell’abbandono diffuso dei territori rurali, gli incendi boschivi saranno un problema sempre più pressante negli ambienti mediterranei, anche in stagione normalmente poco critiche come questa: lo dicono tutti i modelli elaborati da chi studia a fondo questa materia. E gli esperti ci dicono anche che le soluzioni non possono che passare da un’ampia gamma di azioni, da mettere in campo in modo sinergico, tenendo quindi insieme previsione, lotta attiva e prevenzione (che si fa sia attraverso il controllo della vegetazione e la creazione di paesaggi resilienti, sia tramite azioni culturali e normative che possano incidere positivamente sulle cause).
Utilizzare un evento drammatico come l’incendio del Monte Faeta per portare avanti polemiche fini a sé stesse, o battaglie che avrebbero altri argomenti ben più specifici su cui puntare, è un’azione dannosa, perché distoglie l’opinione pubblica dal messaggio più profondo che questo genere di eventi porta con sé: gli incendi boschivi sono già, e saranno sempre più, uno dei temi prioritari per la gestione e la messa in sicurezza dei nostri territori rurali, dove ambienti naturali, paesi e infrastrutture convivono; se come società vogliamo prepararci ad affrontare questa emergenza, dobbiamo imparare innanzitutto a sentirla come un problema nostro, urgente e attuale, che merita un dibattito serio e approfondito e non una sequela di falsità ed esagerazioni.
Alzare il rumore di fondo per cavalcare interessi di parte non aiuterà certo a salvare noi e i nostri boschi.













