Uno sbirro in Appennino? È singolare che sia servito un commissario di polizia (interpretato da Claudio Bisio) per accorgersi dell'esistenza di un territorio

L'Appennino che entra nelle case di milioni di spettatori è un soggetto che può reclamare attenzione, risorse e politiche adeguate. Ma la fiction Rai fa emergere negli abitanti un bisogno (o una paura?) latente di sentirsi rappresentati. Nasce così un auspicio, che va al di là dello share

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
È con una fiction poliziesca – la cui ultima puntata della prima stagione è andata in onda giovedì 30 aprile – che un pezzo della spina dorsale d’Italia, quella linea montuosa che ci portiamo dietro dalle cartine fisiche delle scuole elementari e che definiamo Appennino, ha fatto irruzione nelle nostre case.
Uno sbirro in Appennino, a modo suo, è sbucato sul prime time del piccolo schermo con la popolarità di un attore protagonista che non ha bisogno di presentazioni come Claudio Bisio.
Le riprese si sono svolte principalmente sulla montagna bolognese: a Castiglione dei Pepoli, e in altri paesi e territori come Castel di Casio, Camugnano, Borgo La Scola, il lago di Suviana e il lago del Brasimone.
Tuttavia, non possiamo ignorare un fatto: è quantomeno singolare che sia servito un commissario di polizia malinconico (il Vasco Benassi impersonato da Bisio), spedito in un paese immaginario (Muntagò), per spingere un Paese ad accorgersi dell’esistenza di un territorio che, fino a ieri, forse, in pochi avevano davvero osservato.
La cartina di tornasole di questo risveglio "collettivo", come sempre più spesso accade, sono i social.
Scorrendo i feed e i post di Facebook si intuisce che la serie prodotta da Rai Fiction ha toccato un nervo scoperto: nella messe di reazioni, commenti ed esternazioni c’è chi rivendica orgogliosamente "finalmente ci vedono", chi protesta "non siamo così", chi si commuove davanti a un’inquadratura familiare e chi liquida tutto come un’operazione di marketing alla stregua di una "cartolina per turisti".
Insomma, in filigrana emerge un bisogno (o una paura?) latente di sentirsi rappresentati. E, di riflesso, è come se l’approdo in tv avesse costretto tutti a prendere posizione, a dire "questo sì, questo no, questo ci somiglia, questo ci tradisce".
Un territorio e un’identità sistematicamente "fuori campo" che improvvisamente si ritrovano al centro di uno spazio di confronto e dibattito: il nocciolo della questione (politica) sta tutto qui.
L’Appennino che entra nelle case di milioni di spettatori è un soggetto che può reclamare attenzione, risorse e politiche adeguate. Può smettere di essere un territorio "di mezzo" – periferico, alto, altro – e diventare un territorio "in mezzo" alla conversazione politica nazionale.
Un auspicio piccolo piccolo: che questa esposizione non si esaurisca nello share, ma apra una stagione in cui la spina dorsale d’Italia sia culturalmente riconoscibile a prescindere dal successo di una produzione televisiva.













