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Alpinismo | 08 maggio 2026 | 18:00

Si conobbero in rifugio da Bruno Detassis e da allora non si sono più lasciati. Oggi ci raccontano com'era lavorare insieme a lui: "Aveva un carattere burbero, ma non mancava di affetto se sapevi coglierlo"

"Detassis seduto sulla terrazza esterna del Brentei, con la pipa, che scruta ora verso valle, ora verso le montagne. Sapeva chi era partito, che vie stavano facendo, quanto ci avrebbero messo: tutto passava attraverso di lui". Questa è l'immagine dell'alpinista (di cui oggi, 8 maggio, ricorre l'anniversario della morte) che più ricordano Luca e Maria Cristina che negli Anni Ottanta, durante il periodo dell'università, passarono tre stagioni lassù come collaboratori

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Oggi, diciotto anni fa, Bruno Detassis lasciava le montagne di questa terra. Noi che abbiamo sentito narrare le sue storie, le sue imprese e le sue amatissime Dolomiti, immaginiamo debba aver lasciato con rammarico particolare il Gruppo del Brenta, che per anni era stata la sua casa: prima teatro di incredibili imprese alpinistiche, poi – nella vecchiaia – come rifugista e saggia voce di quelle cime.

 

Così parlava di quelle montagne in un’illuminante intervista a Planetmountain: "Il Brenta attira l’alpinista, e quando sei passato fra queste montagne è difficile non ritornarci. Forse perché è unico, anche fra le Dolomiti, e il suo cuore è contornato da pareti (…) Il Brenta è interessante in qualunque angolo. Al rifugio XII Apostoli, per esempio, la roccia è molto diversa dalla zona centrale, lì si vede ancora qualcos’altro. Si può scegliere, perché è grande il Brenta. Pensate: Vedretta dei Camosci, Tosa, Crozzon sono di dolomia principale mentre i Fracingli, i tre campanili, sono di calcare. Non so il perché…".

 

Il volto di Detassis, austero e spigoloso, assomigliava in fondo proprio a quelle montagne, anche nella loro materia variegata. Quello che vorremmo raccontare oggi è solo uno dei versanti che ne plasmavano la forte personalità, quello appunto della vecchiaia, degli anni in cui il suo sguardo, sempre più acuto, scrutava il mondo dall’alto della terrazza al Rifugio Brentei.

 

Nel 1949, a solo trent’anni, Bruno Detassis aveva preso in carico il rifugio Brentei, grazie agli auspici di Gianvittorio Fossati Bellani. Aveva avuto inizio così una gestione lunga sessant’anni, durata fino al 2008. Detassis morirà l’8 maggio dello stesso anno, rimase lassù fino quasi all’ultimo momento, nonostante i problemi di vista.

 

"Nonostante l’aspetto che poteva incutere soggezione - ricordava la Sat in una mostra a lui dedicata - Bruno amava stare in compagnia, raccontare e discutere. Con i giusti compagni si lanciava in accese sfide alla morra. Schivava le polemiche, preferiva dire: La polemica puoi farla anche con il silenzio".

 

Gestiva il rifugio scrupolosamente, con abilità ed inventiva effettuava la manutenzione della teleferica, teneva puliti i sentieri, insegnava l’attenzione a preservare ogni risorsa. Aveva profuso un grande impegno nella costruzione del bivacco invernale ai Brentei, dedicato al fratello Catullo.

 

A raccontarci quel periodo è una coppia originaria di Schio, Luca e Maria Cristina, che negli Anni Ottanta, durante il periodo dell’università, passarono tre stagioni lassù al Brentei come collaboratori. Fu proprio lì, sotto la gestione di Bruno Detassis, che i due si conobbero per la prima volta. Da allora non si sarebbero lasciati mai più, oggi sono marito e moglie e vivono a Vicenza.

 

"Samo stati al Brentei tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, lavorando lì durante le estati per alcuni anni. Bruno Detassis, era già allora lo storico gestore del rifugio. Vi lavorava insieme alla famiglia, alla moglie e al figlio. Era una figura davvero carismatica. In quegli anni il Brentei era una sorta di cenacolo dell’alpinismo: passavano grandi nomi, anche famosi, personalità del calibro di Messner. Intorno a Bruno, in generale, si raccoglieva un po’ tutto il mondo dell’alpinismo. Noi non eravamo particolarmente dentro quell’ambiente, ma frequentando il rifugio per anni finivi inevitabilmente per percepire il fascino della sua figura".

 

Come si diceva, nonostante le spigolosità del suo aspetto e la consapevolezza delle proprie capacità e delle proprie imprese, Detassis era allo stesso tempo un capo molto alla mano. "Con noi che lavoravamo al rifugio era sempre cordiale. Certo, aveva un carattere ruvido, burbero nel senso buono del termine, proprio da uomo di montagna, ma non mancava di affetto se sapevi coglierlo".

 

C’è un’immagine che Luca e Maria Cristina condividono di quel periodo, e che non sfugge mai dalla loro mente: "Lui seduto di spalle sulla terrazza esterna del Brentei, con la pipa, che scruta ora verso valle, ora verso le montagne".

 

"Era un grande fumatore di pipa. Da lì osservava tutto il sentiero che saliva dalla Val Lesinella e da Campiglio. Quella era la sua postazione: vedeva arrivare chi saliva dal basso e, girandosi, controllava anche il versante verso il ghiacciaio e le vie alpinistiche. Era quasi come se dominasse la sua montagna. Seguiva gli alpinisti con il binocolo. Sapeva chi era partito, quali vie stavano facendo, conosceva i tempi delle salite perché molte di quelle vie le aveva aperte lui stesso o le aveva percorse decine di volte. Tutto passava attraverso di lui".

 

Al contrario di quanto si pensi, e di quanto passi spesso nella narrazione dei media, il "turismo cafone" non è una novità del turismo globalizzato di oggi: anche negli Anni Ottanta, i gestori di rifugi avevano di che protestare, specie se alle spalle avevano un’esperienza alpinistica come quella di Detassis.

 

"Già allora si arrabbiava con chi saliva in montagna senza l'attrezzatura adeguata. Oggi sembra un problema moderno, ma succedeva anche allora. Ricordiamo persone che arrivavano magari in sandali o con scarpe inadatte e lui lo notava subito. Il sentiero non era particolarmente difficile, ma c’erano tratti in cui bisognava stare attenti, e lui ci teneva molto. Aveva proprio il senso della montagna e del rispetto che richiede".

 

Allo stesso tempo però, come si accennava in merito alle sue appassionate partite a morra, era uno che scherzava molto. "Aveva questo connubio tra il burbero e l’ironico. Ti prendeva anche in giro. Ricordo - continua Luca - che mi aveva chiamato nella sua stanza per fare un piccolo lavoro di manutenzione e, siccome non riuscivo a fare come voleva lui, me ne disse di tutti i colori. Aveva anche un intercalare che ripeteva continuamente quando si spazientiva. Diceva sempre: Ostia Madonn’ Iddio".

 

Bruno Detassis, ad ogni modo, amava raccontare. Sulla terrazza si formavano spesso gruppi di persone che lo ascoltavano quasi incantate, ricordano gli allora giovani aiutanti: "Era davvero una figura mitica per chi frequentava la montagna in quegli anni".

 

Ciononostante, prendeva il suo ruolo di rifugista enormemente sul serio. Quando succedeva un incidente dalle parti del Brentei si creava sempre molta tensione. "Ricordiamo escursionisti caduti sul sentiero, fratture, persone disperse. Non c’erano i cellulari: si comunicava con le radiotrasmittenti e con gli altri rifugi. Bruno era il punto di riferimento. Conosceva perfettamente sentieri, ferrate, vie alpinistiche e collegamenti tra i rifugi. I soccorritori si rivolgevano spesso a lui per capire dove potesse trovarsi una persona".

 

Aveva ormai settant’anni in quel periodo, dunque non riusciva più a partire insieme ai soccorsi, però seguiva tutto dalla sua famosa terrazza. "C’era molta apprensione quando qualcuno non rientrava all’ora prevista. Gli alpinisti partivano magari alle tre di notte dicendo ‘torniamo alle sei di sera’ e, se non arrivavano, lui usciva e controllava per ore con il binocolo dalla terrazza".

 

Precursore di sensibilità assai poco diffuse in quegli anni (si parla di quarantacinque - cinquant’anni fa), Bruno Detassis aveva anche una forte attenzione ambientale, possedeva – secondo i due narratori – una spontanea sensibilità ecologica.

 

"Di sua mano - racconta la coppia - aveva organizzato una gestione dei rifiuti molto attenta, cosa tutt’altro che scontata allora. Il Brentei era frequentatissimo: nei fine settimana dormivano anche duecento, duecentocinquanta persone tra camere, dormitori e perfino materassi stesi nella sala da pranzo. C’era quindi una grande produzione di rifiuti e, al tempo, una parte di questi venivano bruciati. Con le ceneri di questi rifiuti lui aveva costruito piccoli terrazzamenti, tipo muretti a secco vicino al rifugio, dove stoccare altri rifiuti organici. So che ne andava molto fiero, perché lo raccontava proprio con orgoglio".

 

Anche sull’acqua era inflessibile. Nonostante al Brentei, dato il nevaio soprastante, non ci fosse particolare penuria d’acqua, lui pretendeva ugualmente che si facesse attenzione a non sprecare una goccia. "C’era una fontanella davanti al rifugio e non sopportava vedere l’acqua scorrere inutilmente. Un nostro amico suggerì di montare quei rubinetti a pressione che si chiudono da soli e lui accolse l’idea con entusiasmo. Aveva davvero un’anima ecologica".

 

Poi - anche queste non una novità - c’erano le richieste assurde dei turisti. Si pensi che allora il rifugio era alimentato con generatori, non si potevano avere grandi frigoriferi o ogni comodità, anche perché bisognava dar da mangiare a centocinquanta persone al giorno se non di più. "C’erano persone che chiedevano il cornetto Algida all’amarena, a duemila metri di quota. Lui si arrabbiava e diceva che la gente doveva capire dove si trovava, a volte li prendeva persino un po’ in giro. Quello era ancora un rifugio nel senso pieno del termine, e lui era intransigente su questo".

 

La vita lì era intensa, raccontano gli ex collaboratori. Si lavorava dalle otto del mattino fino alle dieci di sera, con una breve pausa di un’oretta nel mezzo. "Noi ci occupavamo delle camere, delle pulizie, della cucina. La gestione pratica era seguita soprattutto dal figlio e dalle altre persone del rifugio, mentre Bruno era più concentrato sul mondo dell’alpinismo e sui rapporti con chi arrivava".

 

Insomma, non una vita facile certo, eppure, proprio lì si concentrano alcuni dei ricordi più felici, e in qualche modo anche Bruno ha fatto parte di tutto questo. Di certo, superata l’attitudine un po’ burbera, in cuor suo avrebbe gioito di saperli ancora oggi insieme.

 

"Nonostante la fatica, è sempre stato un bellissimo ambiente, un’esperienza che ricordiamo con entusiasmo e affetto. E poi c’è un ultimo dettaglio che per noi rende tutto ancora più speciale: ci siamo conosciuti proprio lì, al Brentei, durante quelle estati di lavoro. Eravamo un gruppo di ragazzi che saliva a lavorare tramite amicizie e passaparola, un anno dopo l’altro. E da allora siamo rimasti insieme".

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