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Attualità | 08 maggio 2026 | 12:00

"Abbiamo pastori maremmani e recinzioni per gli ovini: la coesistenza con il lupo è possibile. Se non siamo capaci di adattarci alla natura, dovremmo ripensare il nostro modo di fare allevamento"

Barbara Crea, titolare di Quelle del Baito, un "organismo" agricolo di allevamento ai confini del Parco Naturale della Lessinia, sarà nostra ospite sabato 6 giugno (ore 18.30) al Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo", per una tavola rotonda tra esperti del settore. L'evento, a ingresso gratuito, partirà da un interrogativo: "La pastorizia è ancora un mestiere sostenibile? Tra crisi climatica, trasformazioni sociali e fauna selvatica"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Quelle del Baito è un piccolo "organismo" agricolo di allevamento ai confini del Parco Naturale della Lessinia, in provincia di Verona. Siamo tra i 900 e i 1500 metri di quota, dove, tra aprile e novembre (allungando la tradizionale stagione d’alpeggio), pascolano circa 70 capre e 50 pecore che vivono allo stato semi-brado, custodite da un branco di cani pastori e dalla titolare dell’attività, Barbara Crea: casara, pastora e responsabile delle relazioni con il pubblico lì a Contrada Scalchi, nel Comune di Erbezzo.

 

"Il pascolamento di questi animali - si legge sul sito - è importante per le aree marginali di montagna come la nostra perché permette l’utilizzo e la fertilizzazione spontanea di siti non lavorabili che altrimenti rimarrebbero inutilizzati. Inoltre il pascolo garantisce agli animali la possibilità di fare movimento e di rimanere all’aperto con conseguenti effetti positivi sul loro grado di benessere e sulla qualità del latte prodotto".

 

La loro è una scelta anche politica, che in tempi di posizioni polarizzate cerca l’equilibrio tra le attività antropiche, il benessere degli animali allevati, la tutela del territorio e la convivenza pacifica con i selvatici.

A questo proposito, "Quelle del Baito" hanno sposato la via della coesistenza: "Da oltre dieci anni il territorio dove alleviamo è anche la casa del lupo, che da qui, attraverso l’incontro della celebre coppia di nome Slavc e Giulietta ha ri-colonizzato le Alpi e Prealpi Orientali". In questo periodo a stretto contatto con il lupo, hanno avuto modo di farsi un’idea chiara sul tema: "la coesistenza è possibile!".

 

La titolare di Quelle del Baito, Barbara Crea, sarà nostra ospite sabato 6 giugno (ore 18.30) al Festival de L’Altramontagna "Il Fiore del Baldo" (qui il programma completo), per una tavola rotonda tra esperti del settore: La pastorizia è ancora un mestiere sostenibile? Tra crisi climatica, trasformazioni sociali e fauna selvatica.

Da questo interrogativo prenderà forma un dialogo tra Barbara Crea, Luca Battaglini, zootecnico dell’Università di Torino, Matteo Viviani, direttore Parco Naturale Adamello Brenta, Alessandro Vaccari, coordinatore Ass. Agriturismo Trentino, e Francesco Romito, vicepresidente di "Io non ho paura del lupo".

 

Per conoscere la nostra ospite, oggi abbiamo raccolto una piccola intervista in cui l’alpigiana ci ha raccontato la nascita e l’evoluzione del progetto Quelle del Baito.

 

 

Ci racconti un po’ della vostra attività e di come lavorate?

 

Facciamo latte principalmente durante l’alpeggio, dal 25 aprile fino a fine novembre. Facciamo un alpeggio molto lungo anche perché pensiamo che, in questo periodo storico, le capre servano proprio al territorio per tenere sotto controllo l’avanzata del bosco e fare un po’ più di pulizia. Stiamo recuperando pascoli che ormai da qualche decennio erano diventati boschi.

Non siamo biologici, non abbiamo nessuna certificazione bio, anche se il tipo di allevamento che facciamo è molto naturale. Il latte viene prodotto in maniera molto rispettosa e lavoriamo a latte crudo. Produciamo formaggi freschi e stagionati: robioline, caciotte, salacche.

Poi abbiamo anche dei maiali che alleviamo allo stato brado. Li alimentiamo con il siero, che è lo scarto della produzione del formaggio, e con la crusca, che invece è lo scarto della lavorazione delle farine prodotte da amici contadini della zona che coltivano grani antichi.

Con questi amici facciamo parte di una rete di contadini che aderisce al Movimento Genuino Clandestino, che è un movimento nazionale per l’autodeterminazione alimentare. Quindi non aderiamo a grandi associazioni di categoria come Coldiretti o Cia, ma preferiamo autogestirci.

 

 

Quanti siete a lavorare in azienda?

 

Attualmente l’unica dipendente sono io, e mi occupo un po’ di tutto: oltre all’allevamento e alla caseificazione facciamo anche attività di accoglienza e momenti aperti alle persone. È una realtà molto piccola, quindi inevitabilmente bisogna seguire tutto.

Detto questo, intorno a me gravitano tanti amici e persone che mi danno una grandissima mano. Con alcuni di loro stiamo anche cercando di costituirci come cooperativa, perché ormai collaboriamo da anni e la vocazione dell’azienda è sempre stata quella.

Io vengo dal mondo della cooperazione sociale e ho fatto questa scelta di vita circa vent’anni fa. Anche se ufficialmente non siamo una cooperativa, nella pratica abbiamo sempre funzionato un po’ così. Nel corso degli anni abbiamo ospitato diverse persone con difficoltà, cercando di costruire un luogo aperto anche dal punto di vista umano e sociale.

 

 

Ti va di raccontarci un po’ la tua storia personale? Come sei arrivata lì in Lessinia e come è nata questa realtà?

 

Circa vent’anni fa ci è venuta l’idea di fare una fattoria sociale. Avevo già una forte passione per l’agricoltura, la natura e gli animali fin da ragazzina e insieme ad altre persone abbiamo iniziato a immaginare questo progetto.

Abbiamo parlato con amici e parenti che ci hanno un po’ guidato e, tramite un contatto in Trentino, ci siamo licenziati e trasferiti lì nel 2007 con l’intento di creare una cooperativa sociale ad Ala. Poi, per una serie di problemi burocratici e situazioni che non siamo riusciti a risolvere, quel progetto iniziale è andato un po’ scemando.

Nel frattempo però ci eravamo già lanciati altrove. Erano anni che facevamo esperienza in aziende agricole per imparare il lavoro. Avevamo frequentato il corso di caseificazione sul latte di capra dell’Istituto Agrario di San Michele e avevamo già abbastanza chiaro cosa volevamo fare. Così abbiamo preso i primi animali e abbiamo continuato da soli.

A un certo punto abbiamo trovato questo posto e siamo approdati qui sui monti della Lessinia.

 

 

E prima dove vivevi?

 

Io vivevo in provincia di Bergamo, a Treviglio, e facevo la segretaria amministrativa. All’inizio avevamo conosciuto un altro ragazzo che anche lui voleva partire con le capre e ci siamo messi insieme. Questo era circa nel 2008-2009.

Poi, nel corso degli anni, entrambi gli uomini che erano partiti con me se ne sono andati e sono rimasta io. Ho provato a mandare avanti tutto da sola, con l’aiuto di amici, operai e persone che mi sono state vicine.

Adesso abbiamo un piccolo caseificio aziendale, un mini caseificio dove trasformiamo tutto il nostro latte. Cerchiamo di mantenere il territorio sia dal punto di vista delle tradizioni sia dal punto di vista ambientale, cercando metodi di allevamento un po’ più sostenibili rispetto alla tendenza dominante.

 

 

So che qualche anno fa avete ricevuto anche un riconoscimento dal Cai per le buone pratiche rispetto ai grandi carnivori. Ci racconteresti la vostra esperienza di coesistenza?

 

Da quando sono arrivati i lupi abbiamo dovuto adattarci alla loro presenza. Le prime predazioni ci sono state nel 2014 e lì ho chiamato il pastore dei Monti Sibillini che mi aveva venduto le pecore. Gli ho detto: "Se hai ancora quei due cani che volevi darmi all’epoca, forse è meglio che venga a prenderli".

Così ho preso le prime due cucciole di pastore abruzzese e da lì è iniziato un percorso di crescita sia del branco che mio personale, perché dovevo imparare anch’io.

Ogni anno è diverso e la cosa principale è la capacità di adattamento. Nel 2016 finalmente ho trovato una malga dove poter salire in alpeggio. Era un anno molto caldo dal punto di vista della presenza del lupo e non me la sentivo di affrontare l’alpeggio con solo due femmine giovani. Così ho preso anche un cane maschio adulto, sempre grazie agli amici dei Sibillini. Da lì abbiamo fatto crescere il branco. Oggi abbiamo sei adulti e tre cuccioloni.

Oltre ai cani abbiamo anche delle recinzioni sicure, perché gli animali la notte vanno chiusi. Ormai per me certe cose sono scontate, ma è bene dirle chiaramente. Cerchiamo di stare in alpeggio il più possibile grazie ai recinti e ai cani, anche se io non posso vivere lassù ventiquattr’ore su ventiquattro come farebbe una pastora tradizionale.

 

 

In questi anni ci sono state altre predazioni?

 

Sì, ci sono state altre predazioni, ma spesso dovute a errori nostri, a distrazioni o superficialità.

Io, comunque, la vedo una convivenza fattibile. Certo, tanti mi dicono: "Sì, perché tu hai le capre, non le vacche". Però secondo me il punto è che se non siamo capaci di adattarci alla natura, forse dovremmo anche ripensare il modo in cui facciamo allevamento.

Anche l’allevamento bovino probabilmente andrebbe ridotto o almeno ripensato, perché i segnali climatici, scientifici ed economici ci stanno dicendo qualcosa. Forse bisognerebbe recuperare più biodiversità anche negli animali domestici.

 

 

Dal punto di vista della produzione avete avuto difficoltà nell’accesso alle tecnologie per lavorare a latte crudo?

 

No, non trovo ci siano grandi difficoltà. Seguendo tutta la filiera con attenzione non ci sono difficoltà, se una mattina vedo che il latte è diverso, che magari ha piovuto tanto o c’è più sporco, allora cambio lavorazione: magari faccio un formaggio stagionato invece che fresco.

Serve molta sensibilità quotidiana per capire che materia prima hai in mano quel giorno.

Dal mio punto di vista i microbi sono una risorsa, non un problema. Noi lavoriamo senza fermenti aggiunti: utilizziamo solo i nostri starter, latte innesto, sieroinnesto, yogurt, a seconda del formaggio che facciamo.

Non ho bisogno di grandi tecnologie. Lavoro un po’ come si faceva una volta, cercando di ascoltare e capire il latte e la materia prima.

 

 

Come descriveresti il vostro modo di fare allevamento? E perché credi vi impegnate a portare anche eventi culturali lassù in contrada?

 

In questi giorni sto leggendo un libro scritto da un collettivo di contadini che si intitola Mangiare è un atto di guerra. Io aggiungerei che mangiare sano e rispettoso è un atto di pace.

La mia è stata una scelta di vita, ma anche politica, se vogliamo definirla così. Stare fuori dalla grande industria e da questa economia malata che governa il mondo è un po’ la missione di questo posto.

Gli eventi culturali nascono anche dal fatto che questo lavoro è molto solitario. La vita in montagna e il contatto continuo con gli animali portano inevitabilmente molta solitudine. Però a me piace anche condividere quello che facciamo, stare in mezzo alle persone e creare occasioni di incontro.

Mi interessa diffondere una certa sensibilità, soprattutto nel consumatore finale, perché sia più consapevole di cosa compra e di cosa mangia.

 

 

Secondo te il pubblico è pronto per questo tipo di sensibilità?

 

Noi lavoriamo molto con gruppi di acquisto solidale e mercati autogestiti, quindi in genere incontriamo già persone che hanno una certa sensibilità.

Spero che questa consapevolezza aumenti sempre di più. Non so se tutto il mondo sia pronto, ma credo che dovrà diventarlo abbastanza in fretta per come stanno andando le cose.

Bisogna assolutamente prendere più coscienza.

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