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Alpinismo | 02 maggio 2026 | 18:00

Una guida alpina propone un'alternativa all'alpinismo da "social", che spesso presuppone lunghi spostamenti: un'idea semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria, che pone al centro gli Appennini

di Alessandro Ruffi

"Gli Appennini non sono le Alpi, e non devono esserlo. Le quote sono più basse, le pareti meno imponenti, le condizioni più effimere. Ma è proprio questa fragilità a renderli interessante: l'alpinismo qui è fatto di attese, intuizioni e tempismo. Bisogna saper leggere la montagna, cogliere il momento giusto, accettare che una linea esista solo per pochi giorni, a volte poche ore. In questo contesto, l'alpinismo torna ad essere essenziale. Meno performance, più sensibilità". Lo spunto della guida alpina Alessandro Ruffi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo di Alessandro Ruffi, guida alpina che vive nell’Appennino Tosco-Emiliano, ai piedi del Monte Cimone. Riteniamo che le sue parole possano offrire interessanti spunti di riflessione sul concetto di alpinismo di prossimità e sulla capacità di guardare ai rilievi con uno sguardo lontano dalle logiche della performance o del "consumo estetico" promosso dai social. Si tratta di un invito a riscoprire il valore di un territorio che, pur non avendo le quote delle grandi vette alpine, sa offrire esperienze profondamente legate alla sensibilità di chi riesce a leggere l'ambiente che lo circonda.

 

Quanto siamo disposti a guardare davvero ciò che abbiamo vicino?

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di "prossimità". Ma in montagna, più che un concetto, è una domanda: quanto siamo disposti a guardare davvero ciò che abbiamo vicino?

 

Quando si parla di alpinismo, specialmente d'inverno, l’immaginario collettivo continua a puntare lontano: le grandi pareti alpine, le quote elevate, i nomi iconici. Eppure, esistono territori meno evidenti, più discreti, che chiedono solo di essere osservati con attenzione.

 

Vivo e lavoro nell’Appennino modenese, ai piedi del Monte Cimone. Un territorio che molti considerano "minore", spesso associato allo sci o all’escursionismo, raramente all’alpinismo. Eppure, proprio qui, esiste uno spazio sorprendente per chi ha voglia di cambiare prospettiva. L’Appennino non è le Alpi, e non deve esserlo. Le quote sono più basse, le pareti meno imponenti, le condizioni più effimere. Ma è proprio questa fragilità a renderlo interessante: l’alpinismo qui è fatto di attese, intuizioni e tempismo. Bisogna saper leggere la montagna, cogliere il momento giusto, accettare che una linea esista solo per pochi giorni, a volte poche ore.

 

Negli ultimi due inverni, osservando la parete est del Cimoncino, ho iniziato a pensare di realizzare delle vie che seguissero linee logiche, in parte già percorse, ma con l'idea di fare delle vie con una loro identità, adatte soprattutto a chi si approcciava all'alpinismo invernale d'Appennino. 

 

Da questa osservazione sono nate due nuove vie di neve e misto: La Via dell’Amicizia e la Via Pian e Ben. Non si tratta di "grandi vie" nel senso classico, ma di itinerari che nascono da un’idea semplice: creare opportunità. Offrire a chi vive queste montagne - o a chi le frequenta - la possibilità di praticare un alpinismo autentico, senza dover necessariamente macinare centinaia di chilometri.

Aprire una via in Appennino significa lavorare con ciò che c’è, senza forzature. Le condizioni non sono mai garantite: il freddo deve arrivare al momento giusto, la neve deve depositarsi nella maniera corretta, il vento può costruire o distruggere in poche ore. Ogni salita diventa quindi un piccolo progetto, un equilibrio tra esperienza e adattamento.

 

In questo contesto, l’alpinismo torna ad essere essenziale. Meno performance, più sensibilità. Quella sensibilità che sta scomparendo e che era tipica degli alpinisti "old school" come me provenienti da un'epoca di alpinismo senza internet e senza telefono. Quindi con molte meno informazioni e più osservazione. Quindi meno ricerca della difficoltà assoluta, più attenzione alla qualità dell’esperienza.

 

Fare la Guida Alpina in Appennino significa confrontarsi ogni stagione con questa incertezza. Le condizioni cambiano continuamente e non esiste una programmazione stabile come spesso accade sulle Alpi. Per questo motivo, molti guardano altrove, convinti che qui le possibilità siano limitate. In realtà è vero il contrario: proprio questa variabilità apre a una grande ricchezza di attività, spesso sottovalutate. E forse è proprio qui che entra in gioco una riflessione più ampia. 

 

Oggi la montagna è sempre più spesso filtrata attraverso i social: luoghi iconici, immagini riconoscibili, esperienze da replicare. Si viaggia per raggiungere "quel punto", per rifare "quella foto", spesso senza un reale legame con il contesto. Questo genera spostamenti continui, a volte poco consapevoli, e una fruizione superficiale dell’ambiente. L’esperienza rischia di ridursi alla sua rappresentazione.

 

L’alpinismo di prossimità propone un’alternativa. Non rinnega il desiderio di esplorare, ma invita a rallentare, a conoscere davvero i luoghi, a costruire un rapporto più sincero con la montagna.

 

Come Guida Alpina, credo che questo approccio abbia un valore importante anche per chi si avvicina alla montagna. L’Appennino può essere una palestra straordinaria: accessibile, meno affollata, capace di offrire terreno vario e stimolante. Essere Guida Alpina, per me, significa anche questo: promuovere una frequentazione consapevole e sostenibile della montagna. Ridurre gli spostamenti quando possibile, conoscere meglio il proprio territorio, sviluppare un rapporto più diretto con l’ambiente in cui si vive ed usufruire dei servizi e prodotti locali. Perché portarsi la barretta energetica industriale quando puoi mangiarti una buona schiaccia con mortadella e parmigiano locale?

 

L’alpinismo di prossimità non è un ripiego. È una scelta.

 

Una scelta che ci invita a cambiare prospettiva: smettere di guardare sempre altrove e iniziare a vedere davvero ciò che abbiamo sotto casa.

 

 

Le immagini inserite nell'articolo sono di Alessandro Ruffi

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