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Alpinismo | 04 aprile 2026 | 06:00

"Il terreno cede e cado nel vuoto: poi mi fermo e mi rendo conto di essere appeso a un albero". Storia di un complicato soccorso notturno

"Sono una specie di tartaruga rovesciata che fa lo slittino, non riesco ad aggrapparmi a nulla, sento rami che si rompono, poi silenzio: sono nel vuoto e me ne rendo perfettamente conto". Così inizia il racconto di Michele Castrovilli, recuperato dopo una brutta caduta. Dall'incidente, ai soccorsi, fino al percorso riabilitativo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Come raccontare gli incidenti in montagna? A partire da questa domanda è nata una collaborazione tra L'Altramontagna e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, finalizzata a riprendere le testimonianze di chi è stato soccorso o di chi ha prestato soccorso in montagna in modo da acquisire importanti elementi per frequentare i territori montani con maggiore consapevolezza e, quindi, per cercare di prevenire situazioni di potenziale pericolo.

I testi pubblicati hanno partecipato al concorso Ti racconto il mio soccorsonato da un’idea di Melania Lunazzi: la premiazione della prossima edizione del concorso avrà luogo nella cornice del festival L'Altramontagna (il programma e le date verranno pubblicati a breve).

 

Il racconto di oggi si intitola Dal buio alla luce ed è di Michele Castrovilli, recuperato dopo una brutta caduta. Dall'incidente, ai soccorsi, fino al percorso riabilitativo.

 

 

Dal buio alla luce

 

Novembre 2011 ultima uscita del corso di primo livello del Gruppo Speleo Bologna USB.

Molto freddo, poca neve al suolo, terreno ghiacciato.

Siamo alla fine del giro ad anello, fuori è già notte (le 23 circa) ci prepariamo al disarmo di un ramo già passato da allievi e corsisti.

 

È molto freddo e la grotta è decisamente bagnata nel ramo da disarmare.

 

All’uscita siamo solo in due con sacchi riempiti dal materiale del disarmo, iniziamo a risalire il sentiero che ci porta al parcheggio, ma sbagliamo un bivio e puntiamo a destra sempre in salita. Dopo un po' iniziamo a girovagare e comprendiamo che abbiamo sbagliato sentiero, torniamo sui nostri passi e purtroppo appena mi fermo un attimo a riprendere fiato il terreno mi cede sotto i piedi. Cado verso terra a pancia in alto, completamente appoggiato al sacco che ho in spalla. Se da un lato mi salverà la schiena, dall’altro mi tiene sollevato dal suolo, limitandomi nei movimenti. Infatti, complice la pendenza, mi farà prendere velocità molto rapidamente. Sono una specie di tartaruga rovesciata che fa lo slittino, non riesco ad aggrapparmi a nulla, sento rami che si rompono, poi silenzio: sono nel vuoto e me ne rendo perfettamente conto.

 

"Ca…zo ho fatto una min …iata e l’ho fatta grossa.. nooo che palle mi aspettano, dolore, ossa rotte si ma quali? Sicuramente le gambe. Riabilitazione, gesso. Merda, la macchina da portare a casa…"

Silenzio. Un tonfo.

 

Ho gli occhi aperti. Non riesco a muovermi: che cavolo ho addosso? mi hanno legato?

 

Mi ricordo il volo, inizio a sentire freddo. Cavolo, vuoi vedere che è andata proprio male e sono passato di là? Ecco, un braccio lo muovo. Cerco intorno, sento il terreno, mi tocco la testa ho il casco. Bene. Ma perché non riesco a muovermi?

 

Cerco l’interruttore. La luce si accende. Cerco di capire. Giro la testa e mi rendo conto che sono appeso ad un albero. La gamba sinistra, incastrata tra due rami, è arrotolata intorno ad uno di essi. 

Con le spalle sfioro terra, ma un braccio non riesco a muoverlo.

 

Ca..o dove sono! Urlo, ma non dal male…dal panico. Continuo a non riuscire a muovermi, cerco di sollevare la gamba arrotolata sul ramo in modo da poter scendere. É molle, ingestibile, non ci riesco. Sento il mio compagno: mi urla di mantenere la luce accesa in modo da localizzarmi. Dovrà calarsi su corda per raggiungermi. Merda sono nei guai seri, urlo ma non sento ancora dolore, solo paura.

 

Mi raggiunge e con fatica riesce a stendermi a terra e mi lega all’albero per non farmi scivolare ulteriormente a valle.

 

Il dolore inizia a farsi sentire, tutto il lato sinistro non si muove.

 

Vediamo delle luci in direzione del Farolfi. Urliamo ma nessuno risponde, vediamo le luci che si dirigono verso il basso. Non sapremo mai chi erano, ora mi deve abbandonare per cercare i soccorsi. Sento delle urla, una squadra dei nostri sta uscendo dalla grotta. Si sente lo scambio di voci tra loro e il mio compagno. Io non riesco a trattenermi, il dolore è veramente forte ed ho un freddo bestiale.

 

Vengo raggiunto dai compagni sento i vari discorsi come un sottofondo. Passa il tempo arriva qualcuno del Soccorso Alpino e discutono. Io urlo e basta, il dolore è forte, il terreno sul quale sono appoggiato è gelido, il tremore mi fa sentire ancora più dolore, uno dei compagni mi mantiene caldo con le sue mani che sono bollenti.

 

Arriva altra gente. Ho male e freddo. Mi coprono con i teli termici ma non possono darmi nulla come anti dolorifico. Non possono muovermi, deve arrivare l’elicottero ma è da poco passata la mezzanotte, non se ne parla di muovermi fino alla mattina. Il medico ed i compagni possono fare poco: devo resistere. Lo stress è forte. Sento che iniziano ad abbattere alberi: forse ci siamo. Ho sempre più freddo e dolore: sto mollando.

 

Ecco l’alba, arriva l’elicottero. Vengo imbarellato e tirato sù con il verricello, ma come uno scherzo del destino la barella si incastra e devono atterrare in un prato a valle per sistemarmi. Rifanno le manovre per caricarmi ora sono dentro all’elicottero, mi dicono che tra poco starò meglio… Punturona. Mi assopisco ma in ospedale il dolore ritorna più forte che mai, cercano di spogliarmi perdo completamente la ragione dal dolore, ma non riesco a muovermi, arriva un medico: urla pure lui, tutti fermi! Iniziano a tagliare tutto quello che ho indosso, torna il buio.

 

Al risveglio sono pieno di tubi e non capisco niente, mi spiegano po' di cose che non ricordo, vedo mia moglie, gli amici mi diranno che ho farfugliato qualcosa senza senso, poi ancora buio.

Quando mi spostano in reparto mi spiegano i danni, spalla lussata rottura piatto tibiale vasi sanguigni danneggiati, taglio in testa, ma la gamba pare che sia salva il sangue ha ripreso a circolare abbastanza bene il resto dei danni vedranno di quantificarli in seguito.

 

Dopo un certo periodo vengo trasferito al Maggiore di Bologna: altro intervento alla gamba. Tutto okay, è salva.

 

Degenza lunghina. Poi a casa ci vorrà quasi un anno per tornare in piedi e altri interventi per avere una mobilità decente (legamenti, chiodi ecc.).

 

I mesi in ospedale sono stati molto pesanti… dolore, incertezza sul risultato, ansia, depressione, paure su tutto, di tutto, l’aiuto anche psicologico degli infermieri/medici è stato enorme. Scrivere una specie di diario nel quale buttare dentro tutto quello che mi passava per la testa mi è stato molto utile. A casa il mio cane mi ha aiutato a superare i momenti di solitudine che normalmente c’erano. La famiglia in tutti i modi doveva andare avanti, gli amici non hanno mai fatto mancare la vicinanza, ma le giornate e soprattutto le notti erano molto lunghe.

 

Riabilitazione eterna, con alti e bassi, ma dopo un’anno e mezzo sono riuscito ad avere una condizione più che accettabile e sono tornato in grotta... alla Farolfi e a rivedere il luogo dell’incidente, rispetto alle mie mappe mentali il tutto si è svolto in uno spazio abbastanza ristretto al contrario delle mie percezioni, un salto lunghissimo, pendenze vertiginose, grandi distanze… nulla di tutto ciò.

La stanchezza non bisogna mai sottovalutarla, fa perdere lucidità.

 

L’escursione è finita quando sei a letto.

 

In seguito mi hanno spiegato i dietro le quinte sul mio intervento, i compagni si ricordano le mie urla, il soccorso era molto indeciso se tentare di recuperarmi con o senza elicottero, ma per come ero messo e considerata la zona in cui ero caduto, hanno deciso che era meglio aspettare la mattina e preparare lo spazio per verricellarmi sull’elicottero. Non mi hanno nascosto nulla (quasi nulla), in lontananza però sentivo le varie supposizioni sulla mia condizione e sulle probabili fratture e i danni, sulle incertezze del recupero. Mi sono reso conto che in quelle condizioni si alzano i livelli di sensibilità. Non riesci a trasmettere, ma senti tutto molto più amplificato: odori, suoni e frasi sono estremamente forti rispetto alla routine.

 

Mi ricordo una frustrazione enorme quando cercavo di togliere la gamba dai rami e non ci riuscivo. Non capivo la mia condizione. Riprendere lucidità è stato faticoso: sentire poi che una volta imbragato sarei stato solo perché il mio compagno doveva allontanarsi a cercare i soccorsi con la speranza che mi ritrovasse è stato un momento molto forte. Percepivo che facevano lavorare parecchio le motoseghe per pulire la zona intorno a me, e capivo che il momento di lasciare quel posto era vicino, ho sentito le bestemmie quando una catena di una motosega si era rotta e sono dovuti andare a recuperarla. Il tempo si dilata enormemente, sembra tutto rallentato.

 

Il freddo è la cosa che più mi ha dato noia, ma forse quella che mi ha limitato i danni agli arti.

Con la speranza che quanto raccontato possa in qualche modo essere utile.

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