Non è una "lotta tra produzione e conservazione", ma una sfida di buon senso, da affrontare con dialogo e visione. Foresta di Tarvisio e diritti di legnatico: come trasformare il conflitto in opportunità?

Il "caso" nato attorno allo storico diritto di legnatico, che da mesi contrappone gli aventi diritto della Foresta di Tarvisio dal gestore della stessa (il locale Reparto Carabinieri Biodiversità), è balzato nelle ultime settimane agli onori delle cronache. Abbiamo partecipato a un'assemblea degli aventi diritto: come emerge dal resoconto, questo conflitto può rivelarsi anche un’opportunità

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Val Canale, Palazzo della Vicinia di Camporosso. Assemblea pubblica su un tema caldissimo, che ormai da mesi divide gli aventi diritto della Foresta di Tarvisio dal gestore della stessa, il locale Reparto Carabinieri Biodiversità.
Da un lato la volontà di difendere una "servitù" del tutto peculiare: il diritto di legnatico, che affonda le radici nella gestione forestale dell’Impero austroungarico e che è sopravvissuto fino ad oggi tra le numerose e travagliate vicende storiche di questa grande proprietà forestale di confine. Dall’altro lato la volontà di rinegoziare questo diritto, o forse un’idea nettamente differente, rispetto a quella degli abitanti, su come dovrebbe essere gestita una foresta, in senso molto più conservativo che in passato. Più probabilmente entrambe queste cose, affrontate però con modalità che, evidentemente, hanno determinato uno strappo e una conseguente, reciproca, perdita di fiducia.
Questa riflessione, scritta da chi era presente all’assemblea perché invitato dalle Vicinie, non vuole essere una presa di posizione per l’una o per l’altra parte, anche perché non è stato possibile approfondire il punto di vista del gestore, non presente all’evento. L’opinione di chi scrive è già stata espressa in un precedente articolo: attraverso lo strumento dei piani di gestione, che in buona parte della foresta non sono aggiornati da anni, sarebbe indubbiamente possibile trovare la soluzione. Un compromesso basato sui dati reali che descrivono la foresta, la sua crescita e le possibilità di prelievo sostenibile secondo i princìpi della selvicoltura naturalistica. Piani che dovrebbero essere realizzati non solo da un tecnico seguendo le volontà del gestore, ma anche attraverso un processo partecipativo, che permetta a tutti i portatori d’interesse, tra cui ovviamente anche gli aventi diritto, di discutere nel merito della gestione di un grande bene pubblico in un’ottica moderna, responsabile e condivisa. Sembra che i nuovi piani, già finanziati dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, saranno presto realizzati: ora occorre lavorare sul come, cogliendo l’opportunità, chissà, di farli diventare anche un virtuoso caso di studio.

Nella sala - gremita come non ne vedevo da tempo in contesti di questo genere - ho percepito inizialmente tanta tensione quanta curiosità. Poi rabbia, agitazione, ma anche speranza e voglia di passare dalla protesta alla proposta. La via d’uscita, ho capito ascoltando con interesse i presenti, è da ricercare non solo tra gli antichi documenti, ma anche attraverso un dialogo da ricucire a più livelli e, soprattutto, assecondando un rinnovato senso di comunità.
È quest’ultimo aspetto ad avermi spinto a scrivere nuovamente della vicenda. Non volevo farlo, perché si tratta di un caso delicato, dove sono coinvolte importanti istituzioni e in cui la difficile comprensione del linguaggio giuridico può portare facilmente a incomprensioni ed errori. Ma per chi scrive giornalmente di questi argomenti è difficile rimanere indifferente rispetto ai tanti occhi lucidi, alle frasi spezzate dalle emozioni, alle riflessioni uscite dalla voce di chi, normalmente, non ha voce.

"Per tutta la vita ho dato questo diritto quasi per scontato. Ora che vacilla sento di volerlo conoscere a fondo e, soprattutto, sento il dovere di spiegarlo e tramandarlo ai più giovani".
"Raramente siamo stati così uniti. Abbiamo capito quanto è importante muoversi assieme per risolvere questo e altri problemi".
"Questa vicenda ci ha obbligati a cercare documenti nelle soffitte e negli archivi, a studiare a fondo la questione. Ci siamo fatti una cultura immensa sulle vicende legate alla foresta. Ci siamo riappropriati della sua storia e, di conseguenza, del nostro ruolo all’interno di essa".
"Tutti parlano di quanto è bella e ricca di biodiversità questa foresta, ma quasi nessuno dice che è così dopo secoli di gestione. Dobbiamo iniziare ad essere più consapevoli di questo e di comunicarlo all’esterno, come non abbiamo mai fatto prima".
"Non vogliamo solo il legnatico. E non vogliamo certo trasformare la foresta in una fabbrica di legno. Vogliamo prenderci cura del nostro territorio, godendo dei suoi frutti ma senza depredarlo, come in fondo abbiamo sempre fatto".
Queste sono solo alcune delle frasi che ho carpito durante il dibattito. Riflessioni rare e per questo preziose, in un’Italia dove la vita in montagna è spesso assente nel discorso pubblico e in cui le foreste, da troppi, sono viste soltanto come un "bello sfondo verde".
Alla fine dell’assemblea ho pensato che questo conflitto, come spesso accade, si stia rivelando anche un’opportunità. Da un lato per regolare meglio e in modo moderno un diritto antico, da rispettare e valorizzare sia nella sua valenza pratica, sia storico-culturale. Dall’altro, per riaccendere una fiamma che, nel tempo, rischiava di spegnersi: non quella dei camini e delle stufe delle case censite all’epoca di Maria Teresa d’Austria, ma di una comunità che, anche grazie a questa vicenda, ora sente di voler tornare protagonista delle scelte attorno alla gestione sostenibile di un bene che è parte integrante della propria identità.
Se è vero che "non tutti i mali vengono per nuocere", allora si lavori presto, a tutti i livelli, per una soluzione condivisa. Non si tratta affatto di una "lotta tra produzione e conservazione", come alcuni hanno scritto, ma di una sfida di buon senso per tutti, da affrontare con dialogo e visione.












