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Storie | 21 aprile 2026 | 18:00

Esistono rifugi alpini dove la gente non sale per camminare o scalare: sono gettonatissimi e spesso gli ospiti non hanno gli scarponi. "Vengono qui per riscoprire la convivialità e la semplicità"

Scarponi, ramponi, piccozze, corde? Non pervenute. Scarpe da escursionismo, anche basse? Nessuna, solo calzature indefinibili, per lo più da ginnastica, comunque leggere e del tutto inadatte al cammino. Il rifugista: "Questo, come molti altri rifugi francesi, non è un posto per 'montagnard': quelli li trovi sul Bianco, in Delfinato, ma sempre nei rifugi d'alta quota. E nemmeno per gli escursionisti, che preferiscono le grande 'randonnée', i giri lunghi. Qui, vengono le famiglie, i ragazzi, le compagnie: è bello, sai?"

scritto da Lorenzo Naddei

A cosa servono i rifugi? Ci sono ormai così tanti tipi di rifugi che dare una risposta univoca è pressoché impossibile; in linea di massima, piuttosto banalmente, si potrebbe affermare che la loro funzione primaria consiste nell’offrire ospitalità ad alpinisti e camminatori, soprattutto per la notte. Questa definizione di comodo mi aiuta ad accantonare l’ospitalità per così dire "giornaliera", legata in massima parte alla ristorazione, e andare dritto al punto, aggiustando meglio il tiro: chi dorme nei rifugi, e perché?

 

Un buon metodo per capirlo consiste nel dare un’occhiata al locale dove si lasciano gli scarponi e, nel caso, l’attrezzatura alpinistica; quel che vi si trova fornisce un perfetto identikit degli ospiti e delle loro intenzioni, e qualche volta si rivela del tutto sorprendente. Un esempio? Inizio estate, rifugio in Vanoise a oltre 2500 metri di quota, punto di partenza per salite su ghiacciaio ed escursioni di ogni tipo; dal sito per le prenotazioni la struttura è completa per quasi tre mesi filati, 90 letti sempre occupati.


Trovo posto per miracolo, solo grazie a una disdetta dell’ultima ora, e il giorno dopo eccomi entrare a tarda sera nel famigerato locale: scarponi, ramponi, piccozze, corde? Non pervenute. Scarpe da escursionismo, anche basse? Nessuna, solo calzature indefinibili, per lo più da ginnastica, comunque leggere e del tutto inadatte al cammino. Interpellato la sera stessa, il rifugista spiega che "questo, come molti altri rifugi francesi, non è un posto per montagnard: quelli li trovi sul Bianco, in Delfinato, ma sempre nei rifugi d’alta quota. E nemmeno per gli escursionisti, che preferiscono le grande randonnée, i giri lunghi. Qui, vengono le famiglie, i ragazzi, le compagnie… è bello, sai? C’è un bel clima. Arrivano in tanti e stanno qui almeno una settimana, per me è più semplice avere gruppi che si fermano un po’, stesse stanze, stessi tavoli, non devo impazzire coi conti…"

 

D’accordo, replico, ma cosa fanno mentre sono qui? Non hanno nemmeno le scarpe… "Niente, proprio niente. Non vengono qui a camminare! Vengono qui per stare insieme, per fare una vacanza nella natura, guardarsi in giro, vedere gli animali... Fanno anche due passi, certo, ma niente di particolare: relax! Tieni presente il discorso economico; sai quanto costerebbe la mezza pensione in un alberghetto, anche modesto, a un gruppo, o a una famiglia? E poi, nei rifugi del CAF c’è anche l’auto gestione; quello è il locale dove chi vuole si fa da mangiare per conto suo, così paga solo il pernottamento".


Quest’ultimo aspetto mi era noto, ma lo avevo sempre legato agli escursionisti di passaggio votati al risparmio, non ai vacanzieri stanziali; il fatto è che in questa chiacchierata un po’ tutto il ruolo del rifugio viene messo in discussione, mi sembra. Chiacchierata che troverà riscontro in molti altri rifugi francesi, anche in contesti di alta montagna, letteralmente "invasi" da famiglie e gruppi di adolescenti, sempre piuttosto disinteressati ai sentieri. E che è certificata dal tariffario nazionale dei rifugi, non solo del club alpino; naturalmente ci sono i prezzi per gli adulti, soci e non; ma poi ci sono quelli per i gruppi, da otto persone in avanti, e soprattutto per i giovani, con una miriade di fasce d’età: da 0 a 4 anni (!); da 5 a 7; e poi 8 – 12, 13 – 17 e infine 18 – 24: un segnale inequivocabile della grandissima attenzione riservata a questo tipo di pubblico. Con un po' di malizia, si potrebbe pensare che – almeno per i rifugi al di fuori dei grandi flussi – questa politica dei prezzi miri ad attirare talune categorie per riempire la struttura e far quadrare i conti, e forse c’è anche questo.

 

Però, girando per le montagne dei nostri "cugini", si percepisce che il rifugio rappresenta un’alternativa non solo più economica, ma anche più affascinante, più vicina alla natura rispetto alla vita vacanziera di fondovalle. E ancora, che la condivisione degli spazi (camere, bagni, sala da pranzo) e la rinuncia alla comodità non sono vissuti come un fastidio, ma rivestono un valore in qualche modo educativo. Il messaggio - a volte esplicito, talvolta più sfumato, forse un po’ furbo - è chiaro, e ribalta completamente quello che arriva da altre strutture in giro per le Alpi; non più "il rifugio x, anche se è scomodo, vi permette di salire la cima y o fare il sentiero z" ma "il rifugio x, proprio perché è scomodo, vi farà riscoprire la convivialità, la semplicità, l’essenza della montagna. E nel caso, potete salire la cima y e fare il sentiero z".


Tornando alla domanda d’apertura, quindi, i rifugi servono sì ad alpinisti ed escursionisti, ma da queste parti c’è un’altra "vocazione", quella di avvicinare il maggior numero possibile di persone alla montagna (e alla socialità) con un occhio di riguardo verso giovani e giovanissimi. Un modo di intendere i rifugi che, chiaramente, poggia le basi su un contesto culturale del tutto diverso dal nostro ed quindi è difficilmente replicabile, almeno a questi livelli; e che però regala più di uno spunto. Più recentemente, mi decido a provare a salire un’altra montagna glaciale della Vanoise, peraltro molto prestigiosa, e cerco informazioni sul sito dell’unico rifugio posto lungo la via normale. La pagina di presentazione mi spiazza sin dal titolo, che non ha bisogno di traduzione: "Farniente et apéro au refuge"; il resto lo riporto in italiano: "Sì, certo, è proprio questo il bello delle vacanze in montagna: bisogna prendersi cura di sé stessi, ogni tanto! Chiacchierare con gli amici o con altri ospiti davanti a una buona bottiglia di vino su una terrazza soleggiata, con una vista mozzafiato sulle montagne della Vanoise, mentre i bambini giocano nel ruscello! Preferite la solitudine? Con una passeggiata di cinque minuti raggiungerete un angolo tranquillo e appartato, perfetto per un pisolino al sole... allettante, vero?!"

 

Sfrondato dai toni ammiccanti, a ben vedere, questo messaggio contiene tutto quello di cui si è parlato, presentando dichiaratamente il rifugio come il luogo ideale per rilassarsi e stare in compagnia, altro che cime e ghiacciai. Abbagliato da questa visione (che peraltro sembra leggermente più calibrata sugli adulti), mi viene la tentazione di lasciar perdere la salita e piazzarmi per una settimana sulla "terrazza soleggiata", senza far altro che sorseggiare "vino bianco e apéro", ma quando chiamo per prenotare capisco di non essere ancora pronto: "Sì, una notte sola; sì, andiamo in vetta; colazione alle 3.30? Perfetto!"

 

 

Tutte le fotografie sono di Barbara Monti

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La montagna del vicino

Cosa succede sulle Alpi al di fuori dell'Italia? Quali segnali ci mandano i nostri vicini? Gli articoli presentati in questa rubrica non hanno la pretesa di esaurire un argomento tanto vasto, ma vogliono solo offrire qualche spunto a partire da piccoli episodi vissuti in qualità di "forestieri". Uno sguardo su quanti, a vario titolo, animano la montagna oltre confine: chi la abita, chi ci lavora, chi la amministra; chi si batte per difenderla e chi no. E, naturalmente, su una categoria quanto mai composita, controversa e folkloristica di cui tutti facciamo parte, quella dei turisti.

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