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Storie | 07 giugno 2026 | 12:00

Una donna affetta dalla peste stava raggiungendo Masone portando con sé del pane ritenuto infetto. Poi l'apparizione mariana: "Fermati o donna, più non andare". Da qui nacque il santuario della Cappelletta

Queste storie, oggi, possono apparire lontane. Eppure luoghi come la Cappelletta ricordano come le montagne siano state per secoli territori di passaggio ma anche di difesa, dove il controllo delle strade significava proteggere intere comunità da guerre, briganti ed epidemie. I santuari sorti lungo le vie storiche dell'Appennino custodiscono ancora questa memoria fragile: una geografia fatta di fede popolare, paura e resistenza collettiva

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Nel 1657 la peste bubbonica colpì duramente Genova e gran parte del territorio della Repubblica. La città e i centri costieri furono decimati. Anche nell’entroterra si diffuse il timore del contagio e a Masone vennero adottate misure drastiche: lungo le vie di accesso sorsero le "rebe", palizzate di legno che limitavano il passaggio delle persone e permettevano lo scambio delle merci attraverso apposite tramogge. Chiunque si spostasse doveva inoltre possedere un "Certificato di Sanità".

 

In questo clima nasce la tradizione legata alla Cappelletta. Secondo il racconto popolare, una donna proveniente da Voltri e affetta dalla peste stava raggiungendo Masone portando con sé del pane ritenuto infetto. Giunta nei pressi del valico della Cannellona avrebbe avuto un’apparizione mariana. "Fermati o donna, più non andare, il popolo di Masone lo voglio salvare", avrebbe detto la Madonna. La donna tornò indietro e morì poco oltre.

 

In quel luogo esisteva già un piccolo pilone votivo costruito da un uomo di cognome Macciò, sopravvissuto tempo prima a un’aggressione di briganti lungo la mulattiera. La popolazione di Masone e la confraternita decisero allora di trasformare quel punto in meta di pellegrinaggio annuale, sciogliendo un voto di ringraziamento per essere stati preservati dall’epidemia.

Da qui nacque il santuario della Cappelletta, ampliato nei secoli grazie ai lasciti destinati all’Arciconfraternita. Ancora oggi, ogni anno, la comunità raggiunge il santuario in processione, mantenendo viva una tradizione che attraversa quasi quattro secoli di storia.

 

La devozione si rafforzò ulteriormente dopo l’epidemia di colera del 1854, che colpì anche la valle Stura. Terminata la nuova emergenza sanitaria, venne istituita la Festa di Santa Elisabetta, celebrata nella domenica successiva alla Visitazione di Maria, come ulteriore ringraziamento collettivo.


Queste storie, oggi, possono apparire lontane. Eppure luoghi come la Cappelletta ricordano come le montagne siano state per secoli territori di passaggio ma anche di difesa, dove il controllo delle strade significava proteggere intere comunità da guerre, briganti ed epidemie. I santuari sorti lungo le vie storiche dell’Appennino custodiscono ancora questa memoria fragile: una geografia fatta di fede popolare, paura e resistenza collettiva.

 

Anche per questo la Cappelletta continua a essere frequentata non solo dai fedeli, ma da escursionisti e visitatori che lungo le vecchie mulattiere della Cannellona cercano un frammento di quell’Appennino antico che, nonostante tutto, sopravvive ancora.

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