L'Italia un tempo non era "uno stivale", ma un "triangolo rovesciato" con le Alpi come base. Si pensava inoltre che la catena montuosa fosse più corta: 392 chilometri rispetto ai 1200 effettivi

Nelle sue "Storie", Polibio si occupò di Alpi, e non soltanto per descrivere curiosità o elencare i popoli che vi erano insediati; egli ne fece innanzitutto il confine della penisola italiana, che nel suo immaginario aveva la forma di un "triangolo rovesciato". A metà del II secolo a.C., i tempi erano ormai maturi per scoprire e conoscere da vicino l’ambiente alpino, nelle sue peculiarità morfologiche, faunistiche ed etnografiche

Un ufficiale greco di cavalleria, arrivato a Roma come ostaggio, poi liberato e ammesso ai più alti circoli culturali di Roma: questa è, in breve, la vicenda biografica di Polibio di Megalopoli (204-124 a.C.), uno degli storici più influenti del mondo antico e l’autore su cui mi soffermerò in questa sede. Protetto e amico della famiglia degli Scipioni, egli scrisse una monumentale opera storica in 40 libri, che copriva il lasso di tempo che va dallo scoppio della prima guerra punica (264 a.C.) alla battaglia di Pidna (168 a.C.), l’evento che sancì il passaggio definitivo della Grecia sotto il controllo di Roma. Fil rouge dell’opera – che leggiamo in stato frammentario – era la graduale affermazione nel Mediterraneo della potenza romana, per la quale Polibio nutriva una sincera e profonda ammirazione.
Nelle sue Storie, Polibio si occupò di Alpi, e non soltanto per descrivere curiosità o elencare i popoli che vi erano insediati; egli ne fece innanzitutto il confine della penisola italiana, che nel suo immaginario aveva la forma di un "triangolo rovesciato":
Nel suo complesso l’Italia ha una forma triangolare: il mar Ionio delimita il lato di essa che è rivolto ad oriente; ad esso segue l’Adriatico, mentre il confine meridionale è segnato dai mari Siculo e Tirreno. I due lati, incontrandosi, formano il vertice del triangolo, cioè l’estremità dell’Italia rivolta a mezzogiorno, chiamata Cocynthos, che divide il mar Ionio dal mare Siculo. Il sistema alpino delimita il lato settentrionale, che si addentra nel continente: esso ha inizio da Marsiglia e dai territori a nord del mare Sardo, e si stende senza interruzione fino all’estremità più interna dell’Adriatico, che non raggiunge però, terminando un breve tratto più indietro. (trad. di C. Schick)
Parafrasando il testo antico con i toponimi moderni, il vertice inferiore del triangolo corrisponde alla Punta di Stilo, vicino a Reggio Calabria; il lato sinistro è il litorale tirrenico della penisola, lambito dal mare di Sicilia e dal Tirreno; il lato destro coincide invece con la costa ionica e adriatica; la base del triangolo corrisponde infine alla catena alpina, in tutta la sua estensione.

La prospettiva poligonale con cui Polibio racconta la sua Italia riflette i principi della cartografia antica, disciplina molto affine alla matematica e alla geometria. Una "scienza applicata", che prevedeva una continua verifica delle proiezioni geografiche con misurazioni sul campo e viaggi di esplorazione.
È curioso pensare che la concezione triangolare dell’Italia sarebbe rimasta nell’immaginario collettivo per molti secoli, mentre la celebre forma "a stivale", che apprendiamo ancora oggi nei manuali di scuola, viene coniata soltanto in età rinascimentale, a partire dalle calzature di moda a quell’epoca.
Nella visione polibiana, le Alpi erano dunque la base rovesciata di un triangolo e si estendevano da Marsiglia fino all’ "estremità più interna dell’Adriatico". Su Marsiglia c’è poco da discutere: Eratostene ne aveva fatto uno dei tre poli geografici per disegnare il Mediterraneo Occidentale, e da allora era diventata un punto di riferimento inaggirabile per qualsiasi rappresentazione dell’Europa. Più vaga è la seconda indicazione, che si riferisce probabilmente al Golfo di Venezia, nell’Alto Adriatico. In un altro luogo del testo, Polibio ricorre alla medesima espressione per riferirsi alle sorgenti del fiume Rodano, situate nel massiccio del San Gottardo. Un’indicazione quindi molto approssimativa, se pensiamo che tra le sorgenti del Rodano e il Golfo di Venezia corre una distanza di quasi 500 chilometri!
L’approssimazione si traduce in errore quando Polibio passa alle misurazioni numeriche. Nel prosieguo del testo, infatti, egli afferma che la catena alpina era lunga 2200 stadi greci, equivalenti ad appena 392 chilometri: una misura tre volte inferiore rispetto a quella reale (circa 1200 chilometri). A sua discolpa, va detto che nel II secolo a.C. non c’era ancora una conoscenza chiara della morfologia dell’Italia del nord, ed in particolare dell’area del Triveneto: il risultato fu che autori diversi fornirono dati e proiezioni geografiche radicalmente diverse. Per esempio, lo storico romano Celio Antipatro, contemporaneo di Polibio, attribuiva alla lunghezza delle Alpi la misura di 1000 miglia romane, equivalenti a 1480 chilometri, quasi quadruplicando la stima dello storico greco. L’esempio di Antipatro è significativo, perché mostra come la fonte romana fosse molto più attendibile di quella greca sulla misurazione delle Alpi: un dettaglio non trascurabile se si pensa che nel II secolo a.C. la letteratura latina era ancora in fase embrionale, mentre i più grandi centri culturali dell’epoca erano di lingua e costumi greci.
Un ultimo spunto di riflessione riguarda le Alpi nella cartografia antica: nella sua carta d’Italia, Polibio utilizzò infatti le Alpi come linea di confine della penisola italiana. In altre parole, lo storico conferì dignità geografica al massiccio montuoso, sviluppando così quella che prima era stata un’intuizione cartografica di Eratostene e poi una riflessione storica di Catone il Censore. A metà del II secolo a.C., i tempi erano ormai maturi per scoprire e conoscere da vicino l’ambiente alpino, nelle sue peculiarità morfologiche, faunistiche ed etnografiche.














