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Storia | 19 giugno 2026 | 06:00

"A Firenze splendeva il sole. Negli stessi istanti, sulle Apuane, un mostruoso nubifragio gettava la più violenta delle sue ondate". Trent’anni fa, la terribile alluvione che sconvolse la Versilia

Trent'anni fa: 14 vittime, 67 feriti, oltre 3.500 famiglie rimasero sfollate ed interi centri abitati furono completamente distrutti. Ma i numeri non bastano a dare un’idea della devastazione che travolse improvvisamente quella piccola zona della Toscana il 19 giugno del 1996. "Eventi come quello, concentrati su pochi chilometri quadrati, erano semplicemente invisibili ai modelli dell'epoca". Dalla tragedia nacque quello che poi è diventato l'attuale Consorzio Lamma (Laboratorio di Monitoraggio e Modellistica Ambientale per lo sviluppo sostenibile)

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Trent’anni fa, un’enorme alluvione segnava indelebilmente la storia recente della Versilia, scrivendone anche una delle pagine più tragiche: l’improvvisa ondata temporalesca mieté 14 vittime, 67 feriti, oltre 3.500 famiglie rimasero sfollate ed interi centri abitati furono distrutti e isolati. Da allora, il dramma non smette di tormentare le memorie di chi ha vissuto quell’evento, e chi da quell’enorme cumulo di fango ha dovuto ricostruire la propria vita.

 

Nella tarda mattinata del 19 giugno 1996, a Firenze splendeva il sole e a Viareggio cadevano appena 8 millimetri scarsi di pioggia. Negli stessi istanti, poco lontano, un mostruoso nubifragio che durava da circa dodici ore gettava l’ultima e la più violenta delle sue ondate nella zona di Palagnana, Fornovolasco e Retignano, tra l'Alta Versilia e la Garfagnana. A Fornovolasco la stazione pluviometrica fu distrutta dall'ondata di piena prima che potesse registrare il dato finale.

 

Il ricordo rimane stampato indelebile nelle menti, non solo di chi allora si trovava in queste zone, ma anche di chi - a poche decine di chilometri di distanza -  udì dai primi notiziari il disastro che sconvolgeva quelle montagne. Una supercella temporalesca stazionaria sulle Alpi Apuane scaricava in poche ore l'equivalente di sei mesi di precipitazioni su un'area di sessanta chilometri quadrati.

 

A Pomezzana, scesero 478 millimetri di pioggia tra le 2:30 e le 15:00, con intensità orarie che superarono ampiamente i 100 millimetri. Poi, il nubifragio si sviluppò in due fasi di maggiore intensità: la prima tra le 4 e le 7 del mattino, quando a Pomezzana furono registrati oltre 300 millimetri; la seconda, dalle 11 circa fino al primo pomeriggio, colpì invece le zone di Palagnana, Fornovolasco e Retignano.

 

Il torrente Vezza e il torrente Turrite di Gallicano travolsero Cardoso e Fornovolasco. Alla forza della corrente si aggiunse l'azione di una massa enorme di vegetazione sradicata: le piante di castagno, nel pieno del fogliame di giugno, furono strappate dai versanti e trasportate dalla piena, aumentando enormemente il potere distruttivo del flusso.

 

Da diverse ore erano già all’opera squadre dei Vigili del Fuoco, confluite anche da altre province, della Polizia e dei Carabinieri. Un cronista del quotidiano La Nazione, nei giorni successivi, scriveva: "Vedi questi uomini con le divise blu ormai diventate marroni, che non dormono da quarantotto ore. Li vedi passare bambini di mano in mano oltre i canali di scolo, con una delicatezza che contrasta con la brutalità di ciò che li circonda. Senza di loro, oggi conteremmo il doppio delle croci".

 

Alle 14 il sottosegretario alla Protezione Civile, professor Franco Barberi, dopo essere stato informato del dato eccezionale del telepluviometro di Pomezzana allertò il Prefetto di Lucca e contattò il Segretario Generale dell’Autorità di Bacino del Serchio, disponendo che eseguissero insieme un sorvolo in elicottero sul bacino. Nonostante le condizioni meteorologiche sfavorevoli il sorvolo venne effettuato con un elicottero dei Carabinieri e si ebbe il primo riscontro della gravità degli eventi in Versilia.

 

Il tragico bilancio fu di quattordici vittime, tre milioni di metri cubi di fango e detriti, interi paesi distrutti. La particolarità che rese quell'evento così devastante era anche la sua natura paradossale: un fenomeno concentrato su 60 chilometri quadrati, con le massime intensità entro 5 chilometri dal Monte Forato, mentre a pochi chilometri di distanza la giornata era serena. Un evento senza precedenti per la Toscana e senza strumenti adeguati per prevederlo.

 

Nel 1996, infatti, non esisteva in Toscana un sistema regionale di monitoraggio e previsione meteorologica capace di intercettare fenomeni così localizzati e così estremi. Non esisteva ancora nemmeno il sistema attuale di sorveglianza e allerta meteo che abbiamo oggi. Le reti di osservazione erano frammentate, i modelli previsionali disponibili operavano su scale spaziali troppo ampie per cogliere la concentrazione di un evento come quello della Versilia, e non esisteva una struttura tecnica dedicata alla traduzione delle previsioni in allerte operative per la protezione civile.

 

Fu così che, il 12 aprile 1997, a partire da un progetto finanziato con fondi europei, Regione Toscana e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) diedero vita al "Laboratorio di Meteorologia e Modellistica Ambientale", denominazione che negli anni si è evoluta nell'attuale Consorzio LaMMA - Laboratorio di Monitoraggio e Modellistica Ambientale per lo sviluppo sostenibile.

 

L'idea fondativa del consorzio era precisa: mettere insieme la parte istituzionale, che deve dare servizi al cittadino, con il principale ente di ricerca nazionale, per produrre servizi ad alto valore aggiunto e studiare se fenomeni come quello della Versilia potessero diventare prevedibili e con quanto anticipo. Quello che nacque come progetto di ricerca divenne nel tempo un consorzio strutturato, con ricercatori, tecnici e personale operativo proveniente dal Cnr e poi con dipendenti dello stesso Consorzio, come accade oggi.

 

Trent'anni dopo – ahinoi - eventi come quello del giugno ’96 non si possono più dire eccezionali: al contrario, si sono moltiplicati e intensificati. Lunigiana 2011, Livorno 2017, Campi Bisenzio 2023, Castagneto Carducci 2024: ogni volta intensità straordinarie, ogni volta la conferma che il clima sta cambiando e che la finestra temporale e geografica degli eventi pericolosi si sta allargando. L'alluvione del Versilia del 1996 non fu solo una tragedia: fu il primo segnale chiaro, in Toscana, di un cambiamento in atto. Ora, però, abbiamo gli strumenti per prevederli – almeno in larga parta – e soprattutto prevenirne le conseguenze.

 

L'evento del 19 giugno 1996 non fu previsto da nessun servizio meteorologico - né nazionale né internazionale. Nessuno aveva anticipato né la possibilità di uno sviluppo di quel tipo né, tantomeno, i cumulati di precipitazione che si sarebbero verificati. Oggi, trent'anni dopo, la situazione è profondamente diversa.

 

I modelli meteorologici locali hanno aumentato progressivamente la loro risoluzione: dai 15-20 chilometri di griglia degli anni Novanta si è scesi a 1,5 chilometri attuali, con previsioni punto per punto su tutto il territorio. È proprio la risoluzione la differenza decisiva: eventi come quello della Versilia, concentrati su aree di pochi chilometri quadrati, erano semplicemente invisibili ai modelli dell'epoca: cadevano tra un punto griglia e l'altro.

 

A questo si aggiunge il miglioramento dei modelli globali, le nuove tecniche di assimilazione dei dati radar e delle stazioni meteorologiche, e la disponibilità di una rete di radar nazionali che permette di seguire in tempo reale l'intensità delle precipitazioni in atto.

 

"Se quell'evento accadesse oggi - si legge nel sito di LaMMA, che ha collezionato la ricostruzione dei fatti qui riportata - lo vedremmo arrivare con anticipo sufficiente per attivare le procedure di emergenza e allertare la popolazione. Questo però non significa che il problema sia risolto: i fenomeni convettivi localizzati restano tra i più difficili da prevedere, l'incertezza rimane elevata, e succede ancora che sistemi di questo tipo vengano inizialmente sottostimati dai modelli. La previsione è migliorata, ma il monitoraggio in tempo reale resta fondamentale quanto la previsione stessa". 

 

Nell’anniversario dei trent'anni dalla tragedia, diverse iniziative vengono promosse da istituzioni, università ed enti del territorio per ricordare l'evento e ragionare su quanto è cambiato nella gestione del rischio idrogeologico. LaMMA partecipa ad alcune di queste tra cui il convegno scientifico dell'Università di Pisa del 18 giugno e la giornata di riflessione organizzata dal Cerafri (CEntro per la Ricerca e l'Alta Formazione) a Seravezza il 25 giugno. Qui il link con il programma dei due eventi.

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