Contenuto sponsorizzato
Storia | 21 giugno 2026 | 18:00

Il metodo della "crocifissione della montagna": quando si immaginò che per piantare i chiodi in parete si sarebbe arrivati a utilizzare una piccola gru per trasportarli

Fa sorridere che Tita Piaz che - soprannominato "Il Diavolo delle Dolomiti" per il suo ardente temperamento - associ la pratica della chiodatura alla crocefissione, richiamando attraverso questa espressione una pervasiva sacralità a cui la montagna spesso è associata. La roccia sembra divenire vera e propria carne, la montagna si fa persona, che prova emozioni ed è in grado di soffrire e proprio per questo necessita dignità, cura e rispetto. Piaz però non propone un rispetto basato su di un moralismo elitario, che tutto ordina in giusto e sbagliato, ma piuttosto un rispetto pragmatico e riflessivo che si pone apertamente nei confronti del futuro, sempre però rimanendo leali a sé stessi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Vedrai, Tita, che il problema della parete nord della Grande di Lavaredo sarà risolto, non è che questione di tempo e di... chiodi, non ci si arresterà alle pareti perfettamente levigate". Io però avevo un concetto troppo alto dell’alpinismo e mi rifiutavo di credervi.

 

Così disse una volta Hans Dülfer, famoso alpinista di inizio Novecento, a Tita Piaz, annunciando con preveggenza un cambio generazionale nell’approcciarsi alla roccia e di conseguenza di intendere l’alpinismo tutto. Tita Piaz firma un articolo dal titolo I crocifissori della montagna sul numero del luglio del 1947 sulla rivista Le Alpi Venete, dove con estrema lucidità e caustica ironia riflette sul futuro dell’alpinismo, non in maniera moraleggiante, ma piuttosto tenendo la postura di un amorevole padre nei confronti delle nuove generazioni, consapevole che saranno in grado di compiere grandi imprese solo se lasciate libere di farlo a modo loro. Infatti, così afferma: "Lasciate che i puritani ed i piccoli filistei si scandalizzino se questa giovane generazione esuberante di vitalità, di entusiasmi e sia pure d’ambizione si sbizzarrisca sull’alpe come meglio crede e nella crocifissione della roccia crea il suo piccolo effimero Eden".

 

L’alpinista della Val di Fassa percepisce di vivere un momento di cesura e passaggio, dopo la morte di Paul Preuss nel 1913 e l’avvento del nuovo stile iniziato da Fichtel, il cosiddetto padre del "chiodatorismo", l’alpinismo è cambiato per sempre: da ars (ars in latino significa sia tecnica che arte) si sta evolvendo a pratica sportiva, da esperienza estetizzante appannaggio di pochi alpinisti, l’alpinismo sta allargando i propri orizzonti.

 

Proprio come in ogni momento di soglia Tita Piaz, grazie alla sua esperienza, è consapevole di cosa si sta lasciando, e cosa è ormai superato, e riflette sul futuro regalando a noi suggestioni e modalità di guardare all’alpinismo estremamente attuali e proprio in questi ultimi giorni ancora molto discussi (ne ha scritto Samuele Doria su questo articolo).

 

Fa sorridere che colui che è stato soprannominato "Il Diavolo delle Dolomiti", per il suo ardente temperamento, associ la pratica della chiodatura alla crocefissione, richiamando attraverso questa espressione una pervasiva sacralità a cui la montagna spesso è associata. La roccia sembra divenire vera e propria carne, la montagna si fa persona, che prova emozioni ed è in grado di soffrire e proprio per questo necessita dignità, cura e rispetto. Piaz però non propone un rispetto basato su di un moralismo elitario, che tutto ordina in bianco e nero, in giusto e sbagliato, ma piuttosto un rispetto pragmatico e riflessivo in grado di indagare gli spazi grigi, che si pone apertamente nei confronti del futuro, sempre però rimanendo leali a sé stessi. "Per l’amore di Dio non parlatemi di profanazione dell’alpe, che essa va ricercata altrove e la si troverebbe probabilmente più facile nelle schiere di coloro che criticano!".

 

"Non mi rimane il minimo dubbio che, camminando di questo passo progressivamente, la parola 'impossibile' scomparirà dal vocabolario dei rocciatori". Così dice l’autore dell’articolo a proposito dell’avvento di questo nuovo stile. Piaz intuisce che la sfida al limite, il confronto con la parola impossibile, che da sempre ha mosso l’umano e che lo ha portato a compiere grandi imprese, e alle volte a rovinose cadute, sta cambiando, non tanto nella sua essenza, ma piuttosto negli strumenti e nella forma. Inquadra dunque le pratiche alpinistiche non come monumenti fissi, ma piuttosto come un fenomeno in evoluzione, che non si può costringere e riporre sotto teche di vetro ma che si può, invece, osservare e commentare. 

 

"Nella scelta dei mezzi artificiali, pur di arrivare, si è perso col pudore (non si prenda troppo drammaticamente questa frase) ogni misura e si è giunti al punto di vincere una parete portando con sé un gran pezzo di legno ed una buona mannaia".

 

Ironicamente si immagina che in un futuro si arriverà ad utilizzare addirittura una piccola gru per aiutarsi a portare il peso dei materiali come chiodi, cordame, moschettoni e martello, o addirittura una perforatrice manuale. E così dicendo, quasi con doti da veggente inconsapevole, si prefigura un alpinismo ancora più moderno, quello che nasce dall’avvento dello spit e che tutt’ora alimenta numerose diatribe, forse alle volte un poco sterili. "Forse si arriverà all’invenzione di una piccola gru per il servizio del sacco dei chiodi che può raggiungere un peso più che rispettabile, e da questo alla perforatrice a mano non c’è che un passo". 

 

"In questi ultimi anni, ho fatto anch’io qualche 'première' col metodo della 'crocifissione', e non posso dire di non essermi divertito, ma debbo però confessare candidamente che la prima salita della parete est della Winkler a 54 anni non mi diede neanche lontanamente quella soddisfazione e quella gioia che provai alla prima salita della Punta Emma per via ordinaria, ma fatta coi propri mezzi, nella mia verdissima età".

 

Tita Piaz non si pone come un saggio sull’alto di una torre che osserva, squadra e giudica. È in grado di sporcarsi le mani, tutto quello che afferma proviene da una diretta osservazione sul campo e non teme di smarrire sé stesso, solo perché ha sperimentato uno stile nuovo, anzi è in virtù di questa apertura che ciò che afferma cresce di valore ed è in grado di confrontarsi con il suo passato e di volgere lo sguardo al futuro. Proprio questo afferma, infatti, sull’alpinismo che verrà: "L’insinuazione che lo scalare le pareti in tal guisa sia privo di bravura e valore è semplicemente infantile e maligna. Provino un po’ costoro a scalar la parete ovest della Marmolada, muniti di cento chiodi, cento metri di corda ed altrettanti moschettoni; forse quando torneranno dal loro vano tentativo avranno cambiato idea".

 

A quasi ottant’anni di distanza dalla sua pubblicazione le parole di questo articolo sono in grado di indicarci una via, uno sguardo che getta luce su zone in ombra, di non paralizzarsi solo su una scala di valori distinti tra bianco o nero, all’epoca chiodo sì o chiodo no, ora spit sì o spit no, ma di soffermarci su di una scala policroma che molto più ha da dire sia sull’alpinismo che sulla montagna tutta. Se è vero che l’alpinismo ha nella sua anima stessa contiene un seme artistico, che tutt’ora è in grado di germogliare e dare notevoli frutti, è vero anche che con il passare del tempo si è evoluto, è cambiato, avvicinandosi e assomigliando a una pratica sportiva. E come diceva il più reazionario degli antichi autori latini, Catone, e che Tita Piaz ci ricorda: rem tene verba sequentur letteralmente "padroneggia la materia, le parole verranno da sé". Se il rispetto per l’ambiente montano non è in alcun modo negoziabile, il come realizzarlo, invece, è giusto che sia libero di esprimersi, e che nel tempo cambi, perché è più probabile che la chiave per risolvere il problema si trovi nel futuro, perché se fosse già stata scoperta in passato, la domanda obbligatoria da porsi sarebbe: allora perché non l’abbiamo ancora fatto?

Contenuto sponsorizzato