"Si sedettero con i pastori in malga a mangiare la polenta. Poi uccisero sedici persone a raffiche di mitra e colpi di coltello". 82 anni fa, l’eccidio della Valle del Bût

Nei giorni tra il 20 e il 22 luglio 1944, nella Valle del Bût, in Carnia, si consumò una delle stragi nazifasciste più efferate che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, hanno macchiato di sangue le nostre montagne. Tra le malghe Lanza, Cordin e Pramosio e gli abitati di Paluzza, Cercivento e Sutrio furono gruppi specializzati in controguerriglia, camuffati con abiti borghesi e distintivi partigiani, a uccidere cinquantadue persone nel giro di tre giorni

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Nei giorni tra il 20 e il 22 luglio 1944, nella Valle del Bût, in Carnia, si consumò uno degli eccidi nazifascisti più efferati che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, hanno macchiato di sangue le nostre montagne. Tra le tre malghe interessate e l’abitato di Paluzza, vennero uccise cinquantadue persone tra bambini, donne e anziani. Oggi, la comunità della valle porta ancora profonde queste ferite, come fossero appena successe.
Per ricostruire le vicende di quei giorni e il contesto storico che le ha rese possibili, abbiamo interpellato Pieri Stefanutti, ricercatore storico con all’attivo diverse pubblicazioni sulla storia friulana, ed impegnato nella divulgazione di temi legati al conflitto bellico tramite la sua pagina Facebook "Pieri Stefanutti, cjartas e libris".
"Non sono uno storico di professione", precisa Stefanutti. "Mi occupo soprattutto di storia locale e, rispetto a questi fatti, ho collaborato principalmente con Dino Ariis, un regista che ha realizzato alcuni documentari intervistando i testimoni diretti di quelle vicende. La mia conoscenza deriva quindi sia da quelle testimonianze sia dagli approfondimenti bibliografici che ho svolto".
Siamo nel luglio del 1944. In Carnia il movimento partigiano era ormai molto diffuso: di lì a poco sarebbe nata proprio qui una delle prime repubbliche partigiane d’Italia. Riconoscendo l’ingovernabilità della zona, sempre più in mano ai partigiani, i tedeschi organizzarono delle spedizioni punitive per contrastarli, impiegando gruppi specializzati nella controguerriglia.
"Dopo l’armistizio – spiega lo storico - la zona accolse numerosi militari sbandati usciti dalle caserme, che trovarono rifugio sulle montagne della Carnia e andarono a rafforzare il movimento partigiano. Inizialmente piccoli nuclei isolati; con il tempo i battaglioni aumentarono di numero, si formarono vere e proprie divisioni e si creò una consistente forza combattente. Questo rappresentava naturalmente un grave problema per i tedeschi, che decisero quindi di organizzare una spedizione punitiva".
Come rappresaglia per le azioni compiute dai partigiani nel periodo precedente e con lo scopo di togliere al movimento resistenziale la possibilità di trovare ricoveri sicuri e l’appoggio della popolazione della Carnia, venne schierata una contro-banda composta da SS e da militi fascisti (24 tedeschi e 4-5 italiani): "Si trattava di militari addestrati a operare contro la guerriglia che si camuffavano da partigiani, con abiti borghesi e distintivi".
L'obiettivo era quello di ingannare la popolazione civile, spiega Stefanutti, e scoprire chi fosse collaborativo con i partigiani, ma presto divenne di una rappresaglia a tutti gli effetti. "Chi li incontrava credeva di avere a che fare con veri partigiani. Per rendere credibile il travestimento portavano anche simboli tipici del movimento partigiano sloveno, come le stelle rosse".
La prima fase di questa operazione fu rivolta contro i pastori che vivevano nelle malghe, tra i principali sospettati di sostenere e rifornire il movimento partigiano. Così, i militari si presentavano in modo apparentemente amichevole, si sedevano allo stesso tavolo, condividevano i pasti e riuscivano in questo modo a conquistare la fiducia delle persone.
Le azioni principali di quei nefasti giorni di luglio riguardarono principalmente tre malghe: Malga Lanza, Malga Cordin e Malga Pramosio. "I fatti si svolsero nell'arco di tre giorni diversi, ma con uno schema sempre uguale: gli uomini si presentavano come amici, venivano accolti e, alla fine, uccidevano i pastori presenti. Successivamente lasciavano indizi e segni studiati per far credere che i responsabili fossero i partigiani".
Tra Malga Lanza e Malga Cordin vennero uccise sei persone, pastori e ragazzi, dopo che le contro-brigate sotto copertura avevano fraternizzato con loro. L'episodio più grave, però, avvenne a Malga Pramosio, la più importante della zona.
"Quel giorno si erano lì radunati anche pastori provenienti da malghe vicine. Le SS e i fascisti arrivarono verso mezzogiorno, in vestiti borghesi e distintivi partigiani. Si fecero ospitare per il pranzo, e del resto furono accolti cordialmente dai civili presenti nella malga. Così, terminata la polenta che avevano condiviso con i presenti, li uccisero con raffiche di mitra e coltellate. Fu una scena terribile".
Sedici persone, tra le quali il proprietario della malga, le persone che vi lavoravano, una donna incinta e diversi ragazzi, poiché ritenute fiancheggiatori dei partigiani, vennero uccise con diverse scariche di arma da fuoco e colpi di pugnale. Il reparto, dopo aver seviziato le vittime, averle spogliate di ogni oggetto di valore, ed infine averle accatastate in un angolo del locale, se ne andò per la sua strada.
C'è poi un altro passaggio importante, ricorda lo storico. Più tardi, uno di questi reparti scese a valle, nel paese di Paluzza, il centro principale della valle del Bût. "Siamo al 22 luglio. A Paluzza questi uomini si ricongiunsero con un reparto regolare composto da tedeschi, SS e fascisti, comandati dall’SS-Obersturmfuhrer Kuhbandner che fu coadiuvato dal capitano delle Waffen SS Giuseppe Occelli. Questo dimostrò chiaramente che non si trattava di veri partigiani, ma di militari travestiti che agivano agli ordini dell'esercito tedesco".
Anche a Paluzza compirono numerose violenze: sequestrarono, picchiarono e uccisero delle persone, alcuni abitanti furono rinchiusi nel municipio e sottoposti a pesanti pestaggi. "Successivamente presero alcuni ostaggi e li costrinsero a scendere a piedi lungo tutta la valle del torrente Bût, fino a Tolmezzo. Durante il percorso, a intervalli regolari, uccisero altre quattro persone, come chiaro segnale intimidatorio rivolto alla popolazione. Due donne vennero violentate prima di essere finite".
In seguito fu condotto un rastrellamento a Paluzza con azioni di saccheggio e violenze alla popolazione; il reparto prese diversi ostaggi e ripiegò su Tolmezzo compiendo ulteriori efferatezze; altri tre uomini furono presi con l’inganno e uccisi. Molti furono uccisi a Sutrio, dove venne fatta un’altra retata, altri furono finiti con un colpo di pistola e scaraventati nel greto del torrente Bût in località Aghevive, al ponte di Noiaris e a Piano d’Arta. I sette ostaggi giunti vivi a Tolmezzo furono imprigionati per qualche giorno, e poi liberati.
Complessivamente, durante l’operazione di rappresaglia morirono 52 persone. "Furono momenti di enorme gravità che sono rimasti profondamente impressi nella memoria collettiva come episodio emblematico della ferocia della guerra".
Giuseppe Occelli fu processato dalla Sezione speciale della Corte d’Assise di Udine l’8 marzo 1946. Accusato di aver comandato un reparto dell’esercito tedesco in rastrellamento contro le formazioni partigiane in Istria, nel Collio, in Carnia e nel Canal del Ferro e di per aver fornito informazioni ai tedeschi sulla disposizione dei reparti italiani a Tarvisio nel settembre 1943, fu riconosciuto colpevole e condannato a 24 anni di reclusione. Con sentenza del 24 ottobre 1946 la Corte di Cassazione dichiarò il reato estinto per amnistia annullando la sentenza senza rinvio.
Per capire una violenza così estrema – precisa Stefanutti - bisogna considerare il contesto del momento. "Probabilmente non si percepiva ancora l'arrivo degli Alleati, ma in quei mesi la Carnia si stava organizzando autonomamente. Era nata la cosiddetta Repubblica Libera della Carnia e quasi tutta l'alta Carnia, a eccezione di Tolmezzo, era amministrata dai partigiani. I tedeschi organizzarono quindi questa prima offensiva come tentativo di contrastare il movimento partigiano".
"Successivamente, nel mese di ottobre, avrebbero lanciato un'offensiva molto più ampia, condotta direttamente dall'esercito tedesco, che portò alla riconquista dell'intera Carnia e costrinse i partigiani alla ritirata".
Ancora oggi, a distanza di molti decenni, ogni anno vengono organizzate commemorazioni nei luoghi delle stragi: sulle malghe, a Paluzza e lungo la valle del Bût. "Ogni paese ricorda i propri caduti ed è una commemorazione ancora molto sentita", conclude lo storico friulano. Per ricordare l’82° anniversario dell’Eccidio nella Valle del Bût, la Comunità di montagna della Carnia, i Comuni della Valle del Bût, il Comune di Paularo e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia organizzano una serie di manifestazioni storico-culturali che, dallo scorso 15 luglio, proseguiranno fino al 30 di questo mese.











