Le ragazze, con una gerla anche da 40 chili, salivano al fronte per rifornirlo di tutti i beni necessari, da quelli alimentari ai materiali edili: storia delle portatrici della prima guerra mondiale

Spesso erano le ragazze più giovani a mettere a disposizione le loro energie in cambio di poche lire che però incidevano enormemente nel bilancio familiare. Le più note sono probabilmente le "portatrici carniche" ma si hanno notizie certe anche di portatrici di assi nella zona del Cadore e del Comelico e nelle valli dell’Adamello-Brenta. Oltre alle storie delle eroiche imprese quotidiane, a noi rimane ancora un segno tangibile del loro operato: la Prima guerra mondiale è stata il primo grande momento di antropizzazione intensiva dell'ambiente alpino d'alta quota

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.
L’esistenza di Bertolt Brecht è stata vivamente segnata e accompagnata dall’esperienza della guerra in forme diverse e in tempi diversi. Da questi grandi sconvolgimenti viscerali, che ha toccato con mano, e sofferto in prima persona ne ha tratto un denominatore comune, non un giudizio, ma un dato oggettivo sul quale costruire solide fondamenta per innalzare un grido di pace: la guerra, qualsiasi essa sia, porta sempre con sé morte, dolore, e fame per la povera gente.
Ogni guerra distrugge, strappa uomini dalla propria terra, e lascia a casa donne sole costrette a colmare quello spazio vuoto che si è venuto a creare rivestendo ruoli nuovi, a cui loro prima non era concesso accedere. Già nel 411 a.C. Aristofane, commediografo greco ci racconta questo fenomeno ne Lisistrata, una commedia che inizia proprio con il lamento di un gruppo di donne rimaste sole ad Atene, durante le guerre del Peloponneso, stufe di uomini dediti solo al combattimento.
Anche la Prima guerra mondiale da questo punto di vista non ha portato novità e ha avuto lo stesso effetto sulla composizione sociale delle piccole comunità poste nei territori alpini: gli uomini in età da lavoro costretti al fronte, a casa rimangono donne, anziani e bambini, insomma i paesi si spopolano e le consuetudini si spezzano.
È in questo contesto che si inserisce l’esperienza delle cosiddette donne "portatrici": si issavano sulle spalle una gerla che pesava anche tra i 30 e i 40 chili e si dirigevano verso il fronte per rifornirlo di tutti i beni necessari, da quelli alimentari fino ai materiali edili. Spesso erano le ragazze più giovani, fisicamente le più forti, che mettevano a disposizione le loro energie in cambio di poche lire che però incidevano enormemente nel bilancio familiare. Molte rimasero ferite, ad alcune di loro questa professione costò la vita.
Le più note sono probabilmente le "portatrici carniche", di cui ancora rimane impresso il ricordo in affascinanti foto storiche che ritraggono queste donne in gonna, con i capelli raccolti in un fazzoletto di stoffa, mentre salgono lungo ripidi pendii, facendo anche più di mille metri di dislivello al giorno, piegate dal peso della gerla, con il volto scavato, e il loro minuto passo cadenzato. Si hanno notizie certe anche di portatrici di assi nella zona del Cadore e del Comelico, ma anche nelle valli attorno al gruppo dell’Adamello-Brenta.
Oltre alle storie di queste eroiche imprese quotidiane a noi rimane ancora un segno tangibile del loro operato. Infatti, se è vero che la Prima guerra mondiale è stata il primo grande momento di antropizzazione intensiva dell’ambiente alpino d’alta quota questo è anche dovuto al loro impegno e al loro operato. Non solo le numerose trincee che tutt’ora riconosciamo facilmente, ma anche tutte quegli edifici che con fatica sono stati costruiti in aree elevate, non sarebbero stati possibili senza l’essenziale funzione logistica di queste donne. Persino oggi, con l’aiuto delle moderne tecnologie e degli elicotteri, è risaputo che costruire in altura è complesso, ci si chiede con stupore come sia stato possibile riuscire a raggiungere tali obbiettivi.
Una risposta la si può rintracciare nella pazienza. La pazienza di portare a spalla in cima ogni minimo materiale che è servito per costruire prima una piccola teleferica, poi utilizzando la prima si è potuto costruirne una seconda più grande e infine tramite questa portare in cima il materiale per edificare costruzioni solide e strategiche. Questo processo così lento e minuzioso non poteva essere svolto solo dall’esercito, che doveva in primo luogo occuparsi del fronte, veniva quindi affidato molto spesso alle donne dei paesi limitrofi.
Un esempio tutt’ora ancora visibile è la Teleferica della Todesca situata nel parco naturale dell’Adamello Brenta: ogni carico riusciva a portare anche fino a 120 chili e riforniva il fronte con i più svariati generi, da quelli di prima necessità come riso e zucchero, al fieno per muli, le munizioni, ma anche grandi pezzi di artiglieria. "A poca distanza dal cimitero militare della Todesca, al margine di monte della strada di fondovalle, possiamo osservare i resti del basamento di partenza della teleferica militare austro-ungarica che in tempo di guerra serviva le postazioni difensive della località Pozzabella, posta tra la val Folgorida e la val Stablel" così si legge sul sito del Parco naturale.
Quindi quando i vostri percorsi solcheranno strade carraie di origine militare, o il vostro sguardo incrocerà vecchie teleferiche o antiche postazioni ricordatevi che quei mattoni, probabilmente ora diroccati, sono stati eretti non solo con la fatica di giovani uomini costretti da una guerra, ma pure con quella di giovani donne, costrette da una guerra pure loro, dunque da un’intera comunità.
Funicolare – Foto archivio Calabrò











