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Storie | 06 giugno 2026 | 12:00

La via alpina che i prigionieri australiani percorrevano in cerca della libertà: una pagina di storia dimenticata, ma riscoperta grazie al percorso "Trail to freedom"

È stata riscoperta quasi per caso a migliaia di chilometri di distanza dalle Alpi: è la storia dei soldati australiani e dei "passatori" italiani che ne facilitarono la fuga. Oggi è diventata un cammino percorso ogni estate da viaggiatori stranieri in ricerca delle proprie origini, come racconta Diletta Zanella, la guida escursionistica che li accompagna da dieci anni. Se i trekking sono sempre pieni di camminatori provenienti da oltre oceano, sembrano avere meno attrattiva sugli escursionisti italiani

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Le montagne italiane conservano infinite storie della Resistenza e delle molte guerre che le hanno attraversate. Storie spesso sepolte in una memoria divenuta, con il progressivo spopolamento delle terre alte, via via più flebile.

 

Una di queste, che ha per protagonisti passi e valici del biellese e della Valsesia, è stata riscoperta quasi per caso a migliaia di chilometri di distanza, addirittura in Australia. È la storia del "Trail to freedom" che corre tra boschi e altipiani ad alta quota lungo le vie percorse dopo l’8 settembre del 1943 da soldati australiani e neozelandesi prigionieri in Italia, in fuga verso la Svizzera e la libertà. Una via non ufficiale, attorno alla quale negli ultimi dieci anni è stato costruito un itinerario percorso ogni estate da camminatori in arrivo dall’altra parte del mondo, spesso figli o nipoti dei soldati di allora.


"Tutto è iniziato quando la figlia di Carl Carrigan, soldato australiano del Nuovo Galles del Sud che durante la guerra aveva attraversato questi monti insieme a quattro compagni per fuggire in Svizzera, ha contattato Simon Tancred, titolare di Hidden Italy, tour operator australiano che propone viaggi alla scoperta dell’Italia", ci racconta Diletta Zanella, Guida Escursionistica Ambientale della rete biellese Richiamo del Bosco. "Grazie al diario scritto dal soldato Carrigan, Tancred è riuscito a ricostruire l’itinerario avventuroso percorso ai tempi dai soldati e ha iniziato a proporlo come esperienza di viaggio. Le prime a partecipare furono proprio le tre figlie di Carl Carrigan. Da allora, ogni anno a fine agosto accompagniamo australiani e neozelandesi in questo trekking: quasi 100 chilometri attraverso 5 passi alpini, per quasi 5000 metri di dislivello complessivo".


Un percorso che Diletta Zanella ha messo a punto negli anni insieme a Tancred e al collega Matteo Negro e che ha aperto le porte alla memoria. "Col tempo abbiamo scoperto che sono molti gli australiani e i neozelandesi che hanno percorso vie della libertà molto simili a quella di Carl Carrigan. Erano soldati partiti come volontari, in molti casi fatti prigionieri in Africa ancor prima di iniziare a combattere, poi trasferiti in Sicilia e da lì nel Nord Italia, dove vennero impiegati come contadini. Poi, con l’8 settembre, l’apertura delle carceri e l’ammutinamento delle guardie italiane molti riuscirono a fuggire e, aiutati dalla gente del luogo, i cosiddetti ‘passatori’, a raggiungere la Svizzera". Donne e bambini, soprattutto, che in maniera disinteressata misero a rischio la propria vita per aiutare i fuggiaschi. Una pagina di storia poco conosciuta, fatta di atti di eroismo, avventure rocambolesche e vite salvate, ma anche di vigliaccherie, tradimenti e fucilazioni, come sempre accade nelle guerre.

 

Chi, però, la vita l’ha avuta salva non ha dimenticato. "È sempre una grande emozione ripercorrere con i parenti dei soldati questi sentieri, incontrare lungo la via chi ha incrociato le loro storie, scoprire come nelle memorie familiari di persone che vivono lontanissimo dall’Italia ci siano i nomi di passi e piccole frazioni alpine", dice Zanella.

 

Il momento più emozionante del "Trail to freedom" è quando si raggiunge il passo del Turlo, da dove finalmente si vedono le montagne della Svizzera. "Lo scorso anno, in occasione dei dieci anni del cammino, abbiamo piantato lì una bandiera australiana accanto a quella italiana a ricordo del momento in cui quei soldati – ragazzi giovanissimi, che non avevano mai visto la neve o il ghiaccio – capivano che ce l’avrebbero fatta. Sono state molto commuoventi le parole di un nipote che ha ringraziato i piemontesi per l’aiuto dato al nonno permettendo di fatto a lui di venire al mondo. O quando sul Monte Moro un gruppo ha voluto deporre una corona di papaveri, con un fiore per ogni soldato salvato o caduto di cui avevano memoria, che oggi è conservata al Museo di Macugnaga".


Grazie al lavoro di Hidden Italy con Diletta Zanella e Matteo Negro la storia dei passatori è stata riscoperta anche da chi sulle montagne del biellese e della Valsesia vive. A Mosso, grazie alle ricerche del professore in pensione Giuseppe Paschetto, si è risaliti alle identità dei nomi stranieri presenti sul monumento ai caduti ed è stato attivato uno scambio con studenti della Nuova Zelanda per tenerne viva la memoria. A Macugnaga, passaggio obbligato delle vie della libertà verso la Svizzera, nel piccolo Museo della Montagna e del Contrabbando ospitato in una casa walser, è stata aperta da qualche tempo una sezione dedicata proprio a queste vicende.


Ma se ogni anno i gruppi di Hidden Italy sono sempre pieni di camminatori provenienti da oltre oceano, lo stesso non può dirsi dei trekking proposti agli italiani. "Non so perché questo cammino abbia poca presa, forse sono i 5000 metri di dislivello che spaventano, eppure ho visto ottantenni australiani affrontarli tranquillamente – osserva Zanella –. È un peccato perché è un pezzo della nostra storia che va conosciuto e preservato. Inoltre, si attraversano posti bellissimi e sconosciuti. Ad esempio, l’altipiano che si apre quando dal Rifugio Rivetti si rientra in Valsesia passando dal Passo del Maccagno, una pianura morbidissima lavorata dal ghiacciaio dove pascolano migliaia di pecore: un luogo che toglie il fiato. O il sentiero che dal passo del Turlo scende verso Macugnaga: un serpente argentato che noi italiani dovremmo percorrere almeno una volta nella vita tanto è bello".


E poi c’è il presente con il suo portato di attualità, che fa riflettere sui cambiamenti in atto nella montagna: "Fino a qualche anno fa portavamo gli australiani fin sull'Indren perché molti di loro non avevano mai visto un ghiacciaio. Oggi però quel ghiacciaio non c’è quasi più per colpa della crisi climatica".

 

Tutti spunti utili per un turismo lento e di prossimità, lontano dalle vette più gettonate che, se ben gestito, potrebbe aiutare queste terre alte a rimanere vive e abitate. "Non abbiamo certo bisogno dei pullman, anche perché sono numeri che il territorio non potrebbe sostenere – conclude Zanella –. Ma di un turismo responsabile perché capace di tutelare la memoria dei luoghi e storie come questa, che meritano di essere riscoperte e raccontate".

Le fotografie inserite nell'articolo sono di Diletta Zanella

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