Piave Dop, alcuni allevatori attaccano: “Il nostro latte pagato meno anche se di vacche bellunesi da 40 anni". Lattebusche: “Il disciplinare è una forma di tutela per tutti”
Viene da alcuni piccoli allevatori locali un grido d’allarme legato alle restrizioni previste dal disciplinare del Piave Dop, eccellenza del Bellunese. Contattato da loro, Il Dolomiti ha raccolto le loro testimonianze e la posizione di Lattebusche per capire cosa sta accadendo

BELLUNO. Piccole aziende a rischio e allevatori in difficoltà a causa di un disciplinare, quello del Piave Dop, che esclude le loro vacche dalla produzione del formaggio più caratteristico del Bellunese. Il Dolomiti è stato contattato da alcuni produttori per gli ostacoli che devono affrontare in aggiunta a quelli legati alla crisi del latte: abbiamo raccolto le loro testimonianze e quella di Lattebusche per capire cosa sta succedendo.
Una di queste aziende dal 1 gennaio si è infatti vista ribassare il prezzo del latte conferito a Lattebusche di 10 centesimi perché le sue vacche non rientrano nel disciplinare del Piave. “Fino a Vaia - racconta il titolare - possedevo una mandria mista, comprendente anche la razza Frisona, poi a causa dei danni subiti ho dovuto vendere. Mi sono rimaste le vacche di razza diversa, ma con il loro latte non si può produrre il Piave”.
Vediamo come funziona. Per la produzione del Piave Dop, un disciplinare stabilisce in maniera rigorosa il latte da utilizzare: “Il latte - si legge - proviene tutto dalla zona di cui all’art. 3 (la provincia di Belluno, ndr). Viene prodotto da razze bovine tipiche della zona di produzione, particolarmente resistenti e adatte al territorio montano: la Bruna italiana, la Pezzata rossa italiana, la Frisona italiana e la Grigio alpina, e loro incroci, per almeno l’80%”. Lo stesso vale per il Montasio, il cui territorio di produzione è però più esteso (Friuli-Venezia Giulia, le province di Belluno e Treviso e parte di quelle di Padova e Venezia) e le razze previste sono Bruno alpina, Pezzata rossa italiana e Pezzata nera, e loro incroci.
Secondo l’allevatore, il problema sta nel parlare di ‘razze’ e non di ‘vacche’ del territorio. “Le vacche del territorio come le mie - spiega - sono nate e cresciute qui, indipendentemente dalla razza, mentre le razze possono essere importate, come di fatto avviene”. I suoi animali “bellunesi da oltre 40 anni” sarebbero quindi subalterni a quelli di importazione. E anche altri allevatori confermano come, secondo loro, il problema principale risiede nell’escludere razze rustiche: principalmente Jersey, Rendena e - per il Montasio - Grigio alpina. “Razze - sottolineano - che hanno dovuto combattere per non essere eliminate, ma ora lo sono”.
Dopo queste segnalazioni, Il Dolomiti ha perciò contattato Lattebusche e siamo stati ricevuti dal presidente, Modesto De Cet. "Lattebusche - esordisce - ha quattro Dop: due in pianura (Grana padano e Asiago) e due in montagna (Piave e Montasio). Ogni nostro socio deve rispettare i rispettivi disciplinari e questo è per noi il maggiore valore aggiunto in termini di resa economica”.
Il loro rispetto è quindi fondamentale perché permette di tutelare le Dop, punto di forza della Cooperativa. “Chiaramente - prosegue - dobbiamo trattare tutti i soci alla stessa maniera, cioè non è possibile fare deroghe a chi, per vari motivi, non rispetta il disciplinare con razze come Rendena o Jersey”. Perché però escluderle? “Quando è stato fatto - risponde - il disciplinare ha previsto principalmente razze presenti nel territorio, tuttavia un aiuto è stato inserito. Il Piave, infatti, prevede quelle razze per almeno l’80%: il 20% rimanente è stato previsto per andare incontro alla presenza di una piccola parte di meticce. Se però quella percentuale aumenta, il discorso non sta più in piedi e si mette a rischio la Dop”.
I controlli sono infatti svolti dal Csqa, organismo di certificazione a controllo pubblico attivo nell'agroalimentare, che ultimamente li ha inoltre triplicati, quindi in ogni stalla arrivano almeno una volta l’anno. “Chi possedeva razze come le Jersey - aggiunge De Cet - prima ne aveva anche di altro tipo e andava quindi in compensazione, potendo conferire il latte anche per la produzione del Piave. Tenendo solo le prime, invece, non può più farlo: noi ritiriamo lo stesso il latte per altre lavorazioni, ma i costi sono maggiori perciò dobbiamo pagarlo meno”.
“Su 280 soci conferenti - conclude - il problema riguarda circa sette di loro. Prima erano una quindicina, ma alcuni si sono sistemati e oggi, dei rimanenti, per alcuni il problema è ancora risolvibile riequilibrando le percentuali. Più difficile è la situazione di chi ha tutte Jersey, come un caso nel Feltrino: vista dalla parte dell’allevatore, è comprensibile non stravolgere tutto, ma era il socio a doverci pensare prima. Lo stesso vale per gli altri casi che sono nella parte alta della provincia, dove hanno inserito la razza Rendena per motivi personali e aziendali. Se però Lattebusche ha finora potuto pagare il latte più degli altri è perché ha le Dop, che ci stanno salvando anche di fronte al crollo dei prezzi. Tuttavia proprio per questo valore aggiunto comportano anche un maggiore impegno da parte di tutti”.












