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20 maggio | 18:17

Evasione milionaria e riciclaggio nel settore carburanti, c'è l'ombra della camorra: maxi sequestro della finanza per 2,5 milioni di euro

Tutto parte dalle indagini in relazione all’acquisto della proprietà di una società di combustibili, all’epoca importante realtà imprenditoriale cittadina operante nello stoccaggio e movimentazione di prodotti petroliferi, da parte di quattro persone campane, tre dei quali, in ragione di specifici e accertati precedenti penali per associazione a delinquere di stampo mafioso, presentavano, secondo quanto riparto la Finanza, elementi di contiguità con clan camorristici del napoletano

di Redazione

TRIESTE. La Guardia di Finanza di Trieste, attraverso il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, ha eseguito la confisca definitiva di beni mobili e immobili per un valore complessivo di circa 2,5 milioni di euro, colpendo due società e quattro persone già condannate in via definitiva per reati tributari, evasione delle accise sugli idrocarburi e autoriciclaggio nell’ambito dell’acquisizione della Depositi Costieri Trieste S.p.a. avvenuta nel 2017.

 

Tutto parte dalle indagini in relazione all’acquisto della proprietà della società di combustibili, all’epoca importante realtà imprenditoriale cittadina operante nello stoccaggio e movimentazione di prodotti petroliferi, da parte di quattro persone campane, tre dei quali, in ragione di specifici e accertati precedenti penali per associazione a delinquere di stampo mafioso, presentavano, secondo quanto riparto la Finanza, elementi di contiguità con clan camorristici del napoletano.

 

Gli approfondimenti investigativi condotti avevano permesso di verificare come gli indagati, apparentemente assunti come meri dipendenti della società, si rivelavano invero come i veri e propri attori delle dinamiche gestionali contraddistinte, tra l’altro, dalla commissione di reati di natura tributaria e dal contestuale autoriciclaggio dei proventi illeciti. 

 

La Depositi Costieri Trieste S.p.a. difatti risulterebbe essere stata al tempo utilizzata per condurre operazioni di commercializzazione di prodotti petroliferi in evasione d’imposta e caratterizzata anche da anomala operatività gestionale che l’ha poi portata al suo fallimento per l’inottemperanza agli obblighi tributari, circostanza per la quale è stato aperto un apposito procedimento penale per fattispecie di bancarotta.

 

Le indagini avevano quindi definito un contesto che descriveva l’acquisizione dell’azienda attraverso il reimpiego dei proventi derivanti dalle attività illecite condotte, interponendo entità create ad hoc per emettere fatture false, ovvero società “cartiere”, utilizzate per essere fittiziamente frapposte per creare ingenti debiti d’imposta verso l’Erario, mai assolti.

 

L’analisi dei flussi finanziari aveva portato ad accertare che il denaro sottratto al Fisco – detenuto su molteplici rapporti finanziari, anche mediante criptovalute – veniva utilizzato, tra gli altri scopi, anche per viaggi, acquisti in boutique di lusso, leasing finanziari, soggiorni in hotel a 5 stelle.

 

Nel corso del procedimento, che ha portato alla denuncia delle quattro persone  si perveniva anche al sequestro di denaro contante, quote societarie, immobili, autovetture e yacht, per il valore di un milione di euro.

 

Infine, sulla scorta delle evidenze acquisite, gli indagati sono stati destinatari di un provvedimento interdittivo antimafia emesso dalla Prefettura di Trieste per la sussistenza di tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata, a seguito del quale venne loro preclusa ogni forma di accesso nelle aree portuali demaniali, con conseguente commissariamento della società.

 

Il provvedimento di confisca eseguito nei giorni scorsi costituisce quindi l’epilogo della vicenda giudiziaria che ha visto il rigetto, ad opera della Corte di Cassazione, del ricorso proposto dagli imputati sulla sentenza di condanna di secondo grado.
Quanto sottoposto a sequestro nel 2017 viene pertanto oggi definitivamente sottratto alla disponibilità dei protagonisti della vicenda giudiziaria.

 

A tali assets se ne aggiungono altri per un ulteriore valore di circa un milione e mezzo di euro, costituiti da saldi attivi di conti corrente, automezzi e quote societarie di altre due imprese con sede in Campania operanti nel settore dei trasporti, formalmente intestate a “prestanomi” ma gestite de facto da uno dei soggetti condannati, che sono stati individuati negli ultimi mesi all’esito di ulteriori approfondimenti investigativi condotti sotto il coordinamento della Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Trieste, a riprova della circostanza che, anche a seguito del provvedimento ablatorio di sequestro, gli artefici delle attività criminose in rassegna hanno continuato a gestire traffici illeciti e ad accumulare ingenti risorse economiche.

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